23 aprile 2009

IL DESIDERIO DI INTIMITA'


Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto quei momenti di ossessione quando qualcuno diventa l’oggetto di tutti i nostri desideri, il simbolo di tutto ciò che abbiamo sempre desiderato, la risposta a tutti i nostri bisogni. Se non arriviamo a essere uno con quella persona ci sembra che la nostra vita sia vuota e priva di significato. L’oggetto del nostro amore ricolma quel pozzo profondo di bisogni che scopriamo in noi. Ci pensiamo tutto il giorno. Shakespeare ha saputo esprimere molto bene questa situazione:

“Il corpo il giorno e a notte la seguace
mente, per te e per me, non trova pace”


O, in termini un pò più moderni, il volto della persona amata diventa un po’ come il salva schermo del nostro computer. Nel momento in cui si smette di pensare a qualcos’altro, eccolo! È come una prigione, una schiavitù, ma una schiavitù alla quale non vogliamo sottrarci... Divinizziamo la persona amata, la mettiamo al posto di Dio. Evidentemente quello che noi adoriamo è un qualcosa che siamo stati noi a creare, una proiezione. Forse ogni amore passa attraverso questa fase di ossessione insensata. L’unico rimedio è vivere con la persona amata giorno per giorno, e scoprire che essa non è Dio, ma soltanto un suo figlio. L’amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con una persona reale e non con una proiezione dei nostri desideri. Come afferma il poeta messicano Octavio Paz: “L’amore rivela la realtà al desiderio”.
Infatti che cosa cerchiamo in tutto questo? Cos’è che provoca questa ossessione? Posso parlare solo per me, ma direi che quello che si celava dietro i miei occasionali turbamenti emotivi era sempre un desiderio di intimità: il desiderio di essere interamente uno con l’altro, di far scomparire le frontiere tra me e un’altra persona, di perdermi in essa, di giungere a una comunione pura e totale. Più che una passione sessuale, penso che la maggior parte degli esseri umani cerchi un’intimità. Se dobbiamo passare attraverso delle crisi di affettività, ci è necessario riconoscere il nostro bisogno di intimità.


Tratto da: “AMARE NELLA LIBERTA’”

08 aprile 2009

PASQUA 2009: La vita come un dono!


Quando ho cominciato a capire che il Vangelo è la vita dell’uomo, ho cominciato a vivere la vita degli uomini come il segno della presenza di Dio e della realizzazione del suo Regno.
Nel Vangelo di Matteo (25,14-30) si narra di un ricco personaggio che partendo per terre lontane lascia ai suoi servi dei talenti: a uno 5, a un altro 3 e a un altro 1.
Fino a qualche anno fa mi sono trovato di fronte a un testo, che in qualche modo, mi indicava la direzione del rendere conto al padrone, degli sforzi, sacrifici, conquiste o altro, durante la sua assenza.
Analizzando il testo e senza conoscere il greco mi viene da farmi delle domande: chi è quel padrone che al suo ritorno non si riprende quello che ha lasciato ai servi? Chi è quel padrone che, lasciando un capitale come quello che ha lasciato a suoi servi, lascia loro anche gli interessi? Chi è quel padrone che lascia quanto ha dato, quanto hanno guadagnato e da potere su molto (vedi brano del Vangelo)?
Quel Padrone vuole fare i conti, perché? Se non vuole che gli si riconsegni il dato, perché fare i conti? Se quel padrone vuole far tornare i conti e non intasca nulla, a cosa gli serve fare i conti?

E se quel Padrone volesse solo farsi raccontare dai suoi servi come avevano “vissuto” quanto Lui aveva loro donato? E se quel Padrone volesse che i suoi servi stessero faccia a faccia con Lui e gli raccontassero, perche Lui voleva gioire con loro di quello che avevano realizzato? E se quel padrone non gli importasse nulla del denaro, ma volesse solo che i suoi servi vivessero, nei suoi confronti, una relazione tale da farli diventare dei sui pari?

Colui che aveva ricevuto un solo talento lo nasconde perché vede nel padrone chi un giorno gli chiederà conto; vive nella paura di non essere all’altezza; vive nella paura di deludere: vive il retribuzionismo, vive l’inadeguatezza, la paura della punizione e non riesce a vivere liberamente quanto la Vita gli dona.

Vivere!

26 marzo 2009

RIDISCENDERE A TERRA: tre passi!


Come fare, allora, per rimettere i piedi per terra? Suggerirei tre passi. Bisogna imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno dinanzi. Quante volte noi guardiamo davvero il volto delle persone così come sono?
Durante l’ultima cena Gesù ha colto il momento presente. Invece di inquietarsi per quel che Giuda aveva fatto o per l’arrivo dei soldati, ha saputo vivere il presente: prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo:
“Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Ogni eucaristia ci immerge in questo “ora” eterno. E in questo momento che posso farmi presente a un’altra persona, sereno e tranquillo alla sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. Sono sempre così occupato, impegnato a correre a destra e a sinistra, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto di chi mi sta di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, la sua gioia e le sue sofferenze. Dunque la castità comporta l’apertura dei miei occhi!
In secondo luogo, si deve imparare l’arte di stare da soli. Non posso stare bene con gli altri se non riesco ogni tanto a stare solo con me stesso. Nella misura in cui la solitudine mi fa paura avrò la tendenza ad attaccarmi agli altri non perché stia bene con loro, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un mezzo per colmare il mio vuoto, la mia terribile solitudine.
Infine, ogni società vive delle sue storie.
Bisogna che la nostra immaginazione si nutra anche di altre storie, che presentano modi diversi di vivere e di amare. Dobbiamo illustrare ai giovani il ricco ventaglio di possibilità per incontrare l’amore e dargli senso. Per questo le vite dei santi erano così importanti: mostravano che ci sono molti modi di vivere eroicamente, da sposati o da celibi, religiosi o laici. Un’autobiografia che mi ha particolarmente commosso è quella di Nelson Mandela: un uomo che ha dato la vita intera per la causa della giustizia e della sconfitta deIl’apartheid, e questo ha significato la rinuncia alla vita matrimoniale che desiderava ardentemente avere, dopo gli anni passati in carcere.
Quindi il primo passo verso la castità è quello di scendere dalle nuvole.

Il secondo passo, sostanzialmente, consiste nell’aprire il nostro amore in modo tale che non resti un piccolo mondo privato in cui trovare rifugio. L’amore di Gesù si svela quando egli prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l’amore non dobbiamo custodirlo in un armadietto personale per il nostro diletto, come una bottiglia di whisky conservata di nascosto in vista del consumo solitario. Bisogna aprirlo agli altri, condividerlo con loro, e far sì che anche loro ne traggano profitto. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici, e i nostri amici con quelli che amiamo. E così che un amore particolare diventa universale.
Non è magnifico? Se voi fuggite l’amore non saprete mai quanto è amabile Dio. Ma se non permettete a Dio di entrare in un amore e non lo accogliete, non conoscerete neanche il mistero di quell’amore. Quando separiamo l’amore che nutriamo per Dio da quello che nutriamo per le persone, entrambi si riempiono di amarezza e diventano malsani.


Il terzo passo, forse il più difficile, è fare in modo che il nostro amore liberi le persone. Ogni amore, che sia quello degli sposati o dei celibi, deve essere liberante. L’amore tra sposi deve lasciare aperti grandi spazi di libertà, e per quelli tra noi che sono presbiteri o religiosi questo è ancor più vero. Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi.
Un domenicano francese un giorno ha paragonato Dio a un gentieman inglese, talmente discreto da non desiderare in alcun modo di imporsi alle persone che ama. Introduce la testa nello spiraglio della porta per assicurare una visibilità dell’affetto e poi, anche se gli piacerebbe molto rimanere, sparisce per lasciare le persone sole con se stesse. Lewis lo esprime in un altro modo: “Uno dei privilegi divini è quello di essere sempre l’amante più che l’amato” Dio è sempre colui che ama più di quanto non sia amato.
Voglio concludere con un’ultima riflessione. Imparare ad amare è un’impresa pericolosa. Non sappiamo dove può condurci. La nostra vita ne sarà stravolta. Ci accadrà certamente in certi momenti di essere feriti. Avere un cuore di pietra sarebbe più facile che avere un cuore di carne, ma in questo caso noi saremmo morti! E da morti non potremmo parlare del Dio di vita.

Tratto da "amare nella libertà"

27 febbraio 2009

SIAMO "SOLI"


La nostra società è costruita attorno al mito dell’unione sessuale come coronamento di ogni intimità. Questo momento di tenerezza e di unione fisica completa è quello in cui si reallizzano l’intimità totale e la comunione assoluta. Sono in molti a non conoscere questa intimità, o perché non sono sposati, o perché il loro matrimonio non è felice, oppure perché sono preti o religiosi. E possiamo sentirci ingiustamente frustrati in quello che è il nostro bisogno più profondo. Sembra un abuso: come può Dio privarmi della soddisfazione di un desiderio che ha radici così profonde?
Io penso che ogni essere umano, sposato o celibe, religioso o laico, debba imparare ad accettare i limiti dell’intimità che si trova a vivere. Il sogno di una comunione totale è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere sposati, e molti sposati a desiderare di stare con qualcun altro. Di certo l’intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare sulle coppie sposate la fantasia di un’intimità totale e meravigliosa, che nella realtà è impossibile, ma che è la proiezione dei nostri sogni. Rainer Maria Rilke ha compreso che non può esserci un’autentica intimità in una coppia senza che ciascuno riconosca che l’altro, in certo qual modo, resta solitario. Ogni essere umano conserva attorno a sé una parte di solitudine che non può essere abolita.

Un buon matrimonio è quello nel quale ciascuno fa dell’altro il custode della sua solitudine e gli accorda questa fiducia, la più grande possibile ... Una volta che si è compreso e accettato che, anche tra gli esseri umani più vicini, continuano a esistere distanze infinite, può svilupparsi una meravigliosa vita fianco a fianco, se si riesce ad amare quella distanza che permette a ognuno di vedere nella totalità il profilo dell’altro stagliato contro un ampio cielo.

Nessuno può offrire piena soddisfazione ai nostri desideri. Questo si può trovare solo in Dio. Rowan Williams, sposato e arcivescovo di Canterbury, scrive:

Un essere umano diviene adulto e fedele quando prende coscienza dell’inguaribilità del suo desiderio: il mondo è fatto in modo tale che nulla può dare alla persona un’identità senza carenze e pienamente realizzata.




tratto da "AMARE NELLA LIBERTA'"

21 febbraio 2009

UN CUORE SPEZZATO


Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci sono buone probabilità di rimanere feriti. L’ultima cena descrive bene il rischio che si corre ad amare. Per questo Gesù è morto: perché ha amato. Ed è particolarmente pericoloso per un prete, per un religioso o anche per una persona sposata. Si risvegliano passioni e desideri straordinariamente profondi e sconvolgenti; si può correre il pericolo di perdere la vocazione o di arrivare a condurre una doppia vita. E’ necessaria la grazia se si vogliono superare queste difficoltà. Ma non aprirsi all’amore è ancor più pericoloso: è un rischio mortale. Lo afferma Clive Staples Lewis:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passa- tempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo con il lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno — al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto — esso cambierà: non si spezzerà, diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.




tratto da : "AMARE NELLA LIBERTA'"

26 dicembre 2008

"CAMMINANDO 2"







Sì, l’uomo moderno che è disgustato e scettico perché gli dicono che « Dio è morto », ha bisogno di incontrarsi lungo il suo cammino con la voce forte e franca del suo fratello che lo saluti, che lo apra alla speranza, che gli faccia sentire la « necessità » degli altri per realizzarsi e per rasserenarsi.

E per poterci fare « epifania » di Cristo per gli altri abbiamo bisogno di essere poveri, liberi, miti, giusti. Abbiamo bisogno di occhi più limpidi, di una vita più sincera, di uno spirito più missionario. Abbiamo bisogno di uscire sulle strade, per incontrarci col prossimo e farci compagni di viaggio con tutte le sue conseguenze: dandogli anche il nostro pane.

Per questo l’uomo moderno, più critico, più esigente, più autentico, oggi scopre il Cristo nel grande mondo dei deboli che sono quelli autenticamente piccoli, in quelli colpiti dall’ingiustizia che sono quelli che distribuiscono tenerezza, in quelli che si fanno compagni di lavoro, di speranze, di ideali, di angosce, di allegrie, in quelli che gli vanno incontro disinteressati mentre vanno verso il vuoto. In quelli che sanno aprire un dialogo non per predicare se stessi, ma per scoprire agli altri la Parola che è di tutti. So che qualcuno mi dirà: « Anche pregando il Padre, in silenzio, di nascosto, possiamo rivelare Cristo al prossimo ».

Gli risponderò semplicemente con le parole di un grande scrittore e teologo, di un grande amico, Charles Moeller: « I laici devono incontrare Cristo, amarlo, farlo conoscere e amare nell’azione inserita in questo immenso fenomeno dello sviluppo... Si può, si deve incontrare Cristo nel volto dell’altro. L’altro è una manifestazione dell’infinito... Se tutte le bellezze dei volti, se tutti gli sguardi profondi — luce negli occhi — se tutti i veri gesti di amore, di amicizia, se tutto questo si trova — per analogia — in Dio, se tutto questo aiuta a scoprire Cristo nel volto, nello sguardo, nello spirito che anima i gesti, allora scoprire Cristo non è trascurare l’umano, la vita, la comunità ». E aggiunge: « La Chiesa è il Popolo di Dio che è pellegrino nel mondo, mescolato col mondo... e la luce del Dio che salva passa attraverso i credenti che agiscono nella giustizia e nella pace ». E risponde anche all’obiezione: « Non dico che questa sia l’unica strada (di conoscere e di rivelare Cristo agli altri): sarà sempre necessario ritirarsi in segreto per pregare il Padre.

Però io direi che oggi soprattutto è necessario lo stile che ci viene da Emmaus E che l’uomo di oggi abbia una sensibilità speciale (non è che lo Spirito che gliela dà) per scoprire Cristo nel prossimo che gli si dona, che s’incontra con lui, che lo aiuta a prendere il timone del progresso, che soffre e spera con lui, lo dimostra quel bellissimo aneddoto, di sapore biblico che un grande rotocalco pubblicò in occasione del viaggio di Paolo VI in India. Il Papa, pellegrino, uno dei tanti nella strada degli uomini, non sulle strade di Emmaus, ma nella piazza di Bombay incontrò lo sguardo di una donna che si avvicinava a salutarlo: « Donna qual è la tua religione? » le chiese Paolo VI. E lei, chissà in mezzo a quale solitudine interiore, a quali problemi di coscienza, fissando i suoi occhi nella luce calda dello sguardo di Paolo VI, mentre il Papa stringeva le sue povere mani rugose, scoppiando a piangere esclamò: « Ora non lo so più ». Paolo VI, con tenerezza umana e comprensione che aveva del divino portò quella donna a scoprire una presenza nuova che frantumava tutti i suoi schemi. Le aveva rivelato Cristo.

ARIAS

10 dicembre 2008

"CAMMINANDO"







E allora solo lo Spirito è capace — secondo il discorso fatto a Nicodemo — di offrire all’uomo
la possibilità di una nuova nascita. Ma non è chiaro ogni giorno di più alla nostra teologia che lo Spirito opera per mezzo nostro? Oggi suona a vuoto la frase biblica: « Siamo templi di Dio ». Ma forziamo l’immagine e afferriamo la realtà: « L’amore è in noi, è nostro, siamo noi ». Per questo oggi dopo l’incarnazione è ogni uomo che deve rivelare Cristo al suo fratello. Se l’uomo moderno sente l’esigenza della concretezza, del positivo, di ciò che è palpabile, noi abbiamo la possibilità di rivelarglielo per mezzo di questo nostro Cristo fisico. L’uomo moderno può palpare Cristo, udire la sua voce, sentirsi bruciare della sua carità per mezzo tuo e mio.

Se l’uomo di oggi, come quello di ieri e di domani ha bisogno di farsi piccolo, di nascere di nuovo per incontrare Cristo, sarà soltanto il nostro amore che potrà ottenere questa metamorfosi dello spirito. Per questo sono convinto che l’epifania di Cristo al mondo moderno oggi più che mai passa attraverso le strade di Emmaus. Per questo sono convinto che i Magi riconobbero Cristo, non tanto per il bambino, che era un fagottino di carne come tanti altri bambini, quanto dagli occhi di Maria e di Giuseppe, dai loro gesti, dalla loro bontà evangelica, dalla loro fede allegra e povera. Furono loro che gli rivelarono che in quel bambino vibrava l’Eterno. Emmaus è la pagina evangelica più rispondente ai nostri tempi. Cristo, un uomo della strada che diventa compagno di viaggio, un uomo che entra in conversazione col suo prossimo affrontando l’argomento che più gli sta a cuore in quel momento e lo angoscia, un uomo che per ridare una speranza perduta ricorre non alla filosofia, non alla scienza umana, ma al libro della Vita, alla Parola del Creatore: « Spiegava loro tutte le Scritture » (Lc. 24, 27); un uomo che non si limitò a portare la Parola di Dio ma « spezzò il pane con loro e glielo porse » (Lc. 24, 30); un uomo che non solo gli diede il pane, ma glielo diede « in tal modo » che « si aprirono i loro occhi e lo riconobbero » (Lc. 24, 31), e « fece bruciare il loro cuore » di gioia (Lc. 24, 32).

So certamente che gli esegeti non si sono accordati sull’interpretazione di questo « modo » di spezzare il pane e so che alcuni pensano all’eucaristia. Però mi sono sempre chiesto perché Cristo spezzava il pane in un modo tale che lo distingueva dagli altri ebrei del suo tempo. Non si potrebbe forse attribuire al suo atteggiamento fraterno, alla sua bontà nuova nel dividere il suo, a quel certo « non so che » fatto di carità, di tenerezza, di maestà, uguale, ma diverso dagli altri uomini, quello che lo caratterizzava »?

Quando spiegava loro le Scritture « ardeva loro il cuore » e senza dubbio lo faceva come lo avrebbe potuto fare un qualsiasi altro dottore della Legge. Perché li faceva fremere? Perché un sacerdote proclamando la Parola lascia indifferente il Popolo di Dio e un altro con la stessa pagina biblica lo commuove? Perché un uomo dando a piene mani il suo denaro umilia, esaspera e genera odi, mentre il suo vicino dando soltanto il pane della sua povertà converte e consola? Il gesto materiale è lo’‘stesso. Però ciò che è diverso è il « modo ». Il primo fa il fratello più « grande », più « superbo »; il secondo lo avvicina, lo disarma, lo fa piccolo, gli scopre la dolce necessità di lasciarsi amare:

« Resta con noi » (Lc. 24, 29). Cristo creò in loro, uomini maturi e disincantati di fronte alla vita, la necessità di lui. Gli fece indovinare in lui, compagno di viaggio, la presenza misteriosa, ma reale di qualcosa che loro non avevano o avevano perduto, ma che nel fondo desideravano, cercavano, aspettavano, amavano: la speranza, la fratellanza, la Parola viva.




di ARIAS

04 dicembre 2008

I FALSI PROBLEMI


I falsi problemi sono quelli a cui ci affezioniamo di più. Usati come scudi, ci permettono di evitare le incognite che ci spaventano. Sei preoccupata all’idea di partire con delle persone che non conosci e allora, ecco le piante! Come faccio a lasciarle? Mia madre le adora. Se solo una morisse, per lei sarebbe un vero trauma. Verrei tanto volentieri, ma non posso...

Quante volte tutti noi ci aggrappiamo a scuse così! E meglio affrontare un finto obbligo che correre il rischio di una piccola libertà. Parlo con una certa cognizione di causa, perché anch’io ho un carattere estremamente timoroso e per anni e armi ho sofferto della “sindrome del falso problema”. Poi, un giorno, un’amica mi ha detto: «Ma perché vivi sempre con il freno a mano tirato?». Da quel momento, davanti ad ogni situazione, mi domando: Com’è il mio freno? E quando scopro che è tirato, lo abbasso subito.

Anche quando si comincia a parlare di trascendenza, si tende a tirare il freno. A onor del vero, sono poche le persone che sostengono, senza ombra di dubbio, che il cielo è vuoto. La maggior parte si barcamena tra affermazioni piuttosto vaghe. «Certo, qualcosa ci deve essere... il cielo è troppo grande per essere vuoto... e poi, sì è vero, guardando le stelle si prova sempre una grande emozione. . . » L’immagine che ne viene fuori è quella di un’entità perfettissima e distante, fredda e indifferente al suo stesso creato. «Il mondo va in malora e a Lui non importa niente di quanto ha creato. E allora perché mai a noi dovrebbe importare qualcosa di Lui? Ci ha offerto un grande spettacolo, con la natura, e questo è tutto. Un bravo orologiaio, un bravo ragioniere, d’accordo, ma le nostre vite di uomini, purtroppo, non hanno la precisione dei calcoli o quella degli orologi. Noi siamo imprevisto, fragilità, tragedia. Dov’è dunque il suo segno, la sua impronta? Non c’è. Per questo quaggiù siamo soli, pazzi con il nostro dolore.»

Quando con queste persone provi ad accennare all’esistenza di un’altra dimensione del trascendente — quella della rivelazione e della redenzione — immediatamente tirano il freno a mano, anzi ne tirano due, uno con ciascuna mano. «Detesto la Chiesa», dicono, «non sopporto i preti. Il Papa non fa altro che mettere limiti e divieti nelle nostre vite, perché mai dovremmo seguirlo? »

Ecco il falso problema. Perché il nucleo della rivelazione non riguarda la fedeltà a un’istituzione, bensì la conversione del cuore, il suo passaggio dallo stato di pietra a quello di carne. E dunque qualcosa che tocca, nella sua profondità, la vita di ogni essere umano. Non sono dunque cose da cattolici o da preti, da deboli o da creduloni, ma soltanto cose da uomini, da persone che vogliono stare su questa terra con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi, da esseri umani che amano vivere o che preferiscono sopravvivere.

Il cuore vivo discerne con sapienza e, grazie ad essa, introduce il dinamismo creativo nei suoi giorni. Il cuore di pietra predilige al contrario l’immobilità, il fatalismo.

(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

28 novembre 2008

La fede è un vestito?



Mi scrivi che la questione della fede ti fa venire in mente certi vestiti che hai comprato alle bancarelle dell’usato. A colpo d’occhio, presi nel mucchio, ti sembravano perfetti ma, una volta arrivata a casa, ti accorgevi che le mani che erano troppo lunghe, i fianchi stretti, il collo largo. La taglia, insomma, corrispondeva alla tua, ma quell’indumento era stato portato da un’altra persona e, col tempo, ne aveva preso le sembianze. Così, dici, veniamo al mondo e, prima ancora che i nostri occhi sappiano distinguere nitidamente le forme, veniamo ‘costretti” a una fede. Che ci piaccia o meno, crescendo dobbiamo continuare a battere quella strada. Forse è per questo che, a un certo punto, ci si accorge che il vestito ci sta stretto, la manica tira e, in vita, sarebbe meglio aggiungere un bottone. Insomma, ci si sente a disagio. Ma è possibile, è giusto coniugare la fede con il disagio? Ho visto molti accettano, ma io non me la sento.

Questa tua domanda mi rallegra perché manifesta quella sana inquietudine di cui abbiamo già parlato. Si può credere per via “ereditaria”, per consuetudine sociale? Certo che no. Non si può e non si deve. La fede è fermento, scompiglio, non certo accomodamento. Ognuno di noi ha un percorso da affrontare per giungere alla comprensione della Verità. E questo tragitto, spesso, è pieno di ostacoli, di cadute, di deviazioni, un pò come arrampicarsi su una parete di roccia senza appigli e senza imbracatura.

Quando avevo la tua età, anch’io invidiavo le persone che non sembravano mai sfiorate dal dubbio. Con il tempo ho capito che, dietro a questo atteggiamento, il più delle volte si nasconde una forma di debolezza, di pericolosa fragilità. Chi sì crede sempre nel giusto, infatti, tende a sentirsi superiore, si reputa in dovere di giudicare ed etichettare gli altri, ponendosi come modello da raggiungere.



(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

"Spogliò se stesso per servire"



27 novembre 2008

SI TRATTA DI UN PARTO





Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione. Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

Antonietta Potente

15 giugno 2008

"MA CHE LEGGE E' MAI QUESTA " atto secondo


…Nella religione all'uomo peccatore si pone come condizione il pentimento e la conversione, solo se ci sono queste condizioni viene concesso il perdono. Ebbene, Dio, attraverso il profeta Osea, fa comprendere che non è vero, Lui per primo perdona senza nessuna condizione e senza nessuna motivazione, eventualmente, come frutto di questo perdono incondizionato, che non umilia le persone, ci potrà essere la conversione. E’ il grande cambiamento dalla religione alla fede! Nella religione all'uomo peccatore è messa come condizione, per ottenere il perdono delle colpe, il pentimento e la conversione, nella fede il Padre mai perdona perché mai si sente offeso. Non c'è cosa più inutile che chiedere perdono a Dio per le proprie colpe. Nei vangeli Gesù non invita mai i peccatori a chiedere perdono a Dio, potete sfogliare tutti i vangeli e non troverete una sola volta l'invito di Gesù a chiedere perdono a Dio per le colpe, ma incessantemente troverete l’invito di perdonare le colpe degli altri. Chiedere perdono a Dio è inutile, perché Dio ci ha già perdonato o meglio, Dio mai ci perdona perché mai si sente offeso. Ricordate, prima della riforma liturgica, quando dovevamo recitare quella filastrocca senza senso chiamata "atto di dolore", nel triste rito della confessione? …Dio mi pento, mi dolgo, facciamo finta di dolersi…, che ti ho offeso infinitamente… Dio non si offende! Il peccato, afferma il concilio Vaticano II, non è un'offesa rivolta a Dio, ma è un limite che l'uomo mette alla sua crescita. Noi siamo destinati ad una crescita senza fine; il peccato che commettiamo è uno stop a questa crescita. Dio non si offende, Dio è amore e incessantemente comunica amore all'uomo, ecco perché Gesù non invita a chiedere perdono a Dio, ma insiste incessantemente di perdonare gli altri. Questo perdono che Dio concede gratuitamente, diventa efficace e operativo nell'uomo quando si traduce in altrettanto amore nei confronti dell'altro…



http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm



29 maggio 2008

MA CHE LEGGE E' MAI QUESTA?


Dal vangelo secondo Matteo

Cap. 5

[43] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [44] ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [45] perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [46] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [47] E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [48] Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.



Basti vedere come siano stati usati spesso due pesi e due misure. Qualche esempio? Il primo che viene in mente è il caso di Marco Ahniecovic, il giovane rom che alla guida di un furgone, ubriaco fradicio, falciò e uccise nell’aprile dell’anno scorso, in provincia di Ascoli Piceno, quattro ragazzi in motorino. Pena: sei anni e sei mesi. «Troppo poco!», urlarono rabbiosi i parenti delle vittime alla lettura della sentenza.

Verissimo: troppo poco. Ma cosa dovrebbero dire i parenti di Georg e Mariana Duta, i due turisti rumeni in vacanza con un gruppo di amici sulla Riviera del Brenta? Stavano attraversando sulle strisce pedonali la provinciale di Stra, la cittadina che ospita la celeberrima Villa Pisani, quando vennero travolti e uccisi dalla macchina di una italiana, Paola Castegnaro, che all’arrivo dei carabinieri (dai quali era già conosciuta come “tossica”) rivelò di essere sotto l’effetto degli stupefacenti. Era una poveretta dalla vita bruciata, al punto che un mese fa è stata uccisa da un’overdose. Pace all’anima sua. Che Dio abbia avuto pietà di lei e della sua esistenza disperata è probabile. Meno comprensibile, però, è che il giudice l’avesse condannata a 22 mesi. Undici per ognuno dei due turisti rumeni uccisi. Senza nessun titolone indignato.

Tema:

non sarebbe più facile spiegare agli immigrati il dovere di rispettare le nostre leggi se queste leggi venissero applicate con severità anche agli italiani?

Una risposta potrebbe darla Florian Placu, l’albanese incensurato e sposato con un’italiana che, accusato di tentato furto di una mucca, restò in carcere a san Vittore più mesi che Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, protagonisti dei crac Parmalat e Cirio, messi insieme. In fondo avevano solo rovinato decine di migliaia di risparmiatori...

di Gian Antonio Stella

Tratto da “sette” supplemento al “corriere della sera

11 maggio 2008

PACE COME PIENEZZA DI VITA

Dal vangelo secondo Giovanni (cap.20)

[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». [20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. [21] Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». [22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;


Articolo

La paura, la radicalità evangelica non sempre sapientemente mediata, la lettura affrettata e semplicistica della realtà e altri fattori ancora possono inevitabilmente portare verso quella presunzione o falsa semplicità che fa passare sotto silenzio aspetti importanti e fondanti della “pace”, intesa in senso biblico.

Queste riflessioni non hanno e non vogliono aver la pretesa di essere esaustive in un tema così ricco di mistero. Vogliono semplicemente accostarsi a questo mistero per “ascoltare” la delicata e ferma voce del Maestro risorto che incontrando i suoi amici augura: “Pace a voi!”. Anzi, più precisamente dice (Gv 20,21):

«“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”».

È un saluto limpido, ricco. È il saluto del risorto che noi cercheremo di rileggere con un atteggiamento interiore globale che vuole, per quanto è possibile, dar spazio sia all’intelligenza della mente che alla sapienza dei cuore. Non faremo, pertanto, una lettura strettamente esegetica del testo, ma una lettura sapienziale che, servendosi dei dati della scienza, vuoi giungere al sapore spirituale del testo, non solo alla sua conoscenza.

Per questo motivo è giusto collocare nei suo contesto letterario esatto le parole di Gesù così come sono presentate dal vangelo di Giovanni (Gv 20.19-21):

«Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”».

Ora possiamo incominciare la nostra riflessione che prende avvio da un semplice rilievo: nel testo giovanneo si può notare come l’evangelista riporti due volte il saluto di Gesù “pace a voi”. In un testo letterario così breve si tratta di soli tre versetti una tale insistenza è certamente indicativa di una volontà: il saluto di Gesù non è un saluto comune come poteva essere il saluto di un ebreo a un suo correligionario. E qualche cosa di più, di diverso, di più ricco.

2. Lo shalom nel mondo biblico

Quando un ebreo incontrava (e incontra) un altro ebreo, lo salutava dicendo: Shalom lekà (Pace a te). Se invece incontrava (o incontra) una donna ebrea, diceva: Shalom lek (Pace a te). Vediamo brevemente questo saluto e cerchiamo di entrare dentro al genio della lingua che lo esprime.

La differenza tra lekà e lek non ha molta rilevanza: è dovuta al semplice fatto che in ebraico il pronome personale di seconda persona viene distinto in maschile e femminile come in italiano capita per la terza persona dello stesso pronome.

La traduzione di shalom con “pace”, invece, non sarebbe esatta: tale modo di tradurre ha una lunga tradizione, ma non per questo l’equivalenza tra shalom e “pace” è corretta. Il termine shalom, infatti, già per se stesso copre una vasta area di significati che nelle nostre lingue occidentali viene occupata da più vocaboli. A questa ricchezza di senso va aggiunto un altro dato da non trascurare: il termine shalom acquista nuove valenze di significato a seconda della persona che lo pronuncia. In bocca a un guerriero il vocabolo ha un significato ben diverso da quello che assume in un discorso tra amici o in un discorso ufficiale del re. In bocca a Gesù risorto, poi, il senso cambia ancora e in forma radicale.

4. Lo shalom di Gesù risorto

Il saluto di Gesù ai suoi non è un semplice “saluto”. Abbiamo, infatti, già visto come il vocabolo shalom prenda significato non solo dal contesto, ma anche dalla persona che lo pronuncia. Non possiamo quindi considerare il saluto di Gesù alla stregua di un saluto che un uomo fa nei confronti di altri uomini. Si tratta del saluto del “risorto” verso i suoi discepoli. L’augurio che egli intende donare ai suoi è l’augurio di colui che “sperimenta” lo shalom come risorto. Se teniamo, poi, presente che la realizzazione di Gesù è compiere la volontà del Padre e se teniamo presente che Egli l’ha compiuta fino in fondo, il saluto di Gesù non è solo un “augurio”, ma è anche il “dono” ai suoi discepoli di potersi “realizzare” come Lui si è realizzato, secondo cioè la volontà del Padre.

Di Renato de Zan.

08 maggio 2008

LO SPIRITO "SCENDE" O "SALE"

Dal vangelo secondo Giovanni cap. 14

[15] Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. [16] Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, [17] lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Per l’identificazione con Gesù, i comandamenti perdono ogni carattere di imposizione: sono le esigenze dell’amore. Compierle significa essere come lui, e a questo conduce spontaneamente la forza interiore dello Spirito. Non si tratta dell’obbedienza dei discepoli a norme esterne, ma della espansione interiore della loro sintonia con Gesù.

Se Gesù conserva il termine « comandamento» per designare tale realtà, è soltanto per opporre la sua norma di vita ai comandamenti della Legge antica, che vengono superati; per i suoi discepoli valgono soltanto i suoi. La stessa enfasi della costruzione: i comandamenti miei, in luogo de i miei comandamenti, indica l’opposizione a quelli della Legge di Mosè.

Dopo aver esposto il comandamento nuovo (13, 34), Gesù parla dei « suoi comandamenti » (14, 15.21; 15, 10); il comandamento nuovo creava la solidarietà dell’amore nella quale sono presenti Gesù e il Padre (13, 17; 17, 21 Lett.); è in base a tale solidarietà che si esercita l’amore per l’umanità, con la realizzazione delle opere di Dio (9, 3s): esse sono il contenuto dei comandamenti di Gesù. Questi non vengono mai enumerati né formulati: come le « esigenze » (15, 7; 17, 8), sono la risposta dell’amore alla necessità dell’uomo in ogni circostanza. « Comandamenti », « esigenze» e « parole » designano le varie traduzioni pratiche di questo messaggio d’amore (14,23.24).

Così come « il peccato », costitutivo della solidarietà per fare il male (« il mondo »), sfociava nei « peccati » o ingiustizie contro l’uomo, parallelamente « il comandamento », costitutivo della solidarietà per l’amore (la comunità di Gesù), si dispiega nei « comandamenti », che prescrivono l’attività a favore dell’uomo.

« Il comandamento nuovo » è prototipo di tutti gli altri: l’identificazione con Gesù attraverso un amore per i fratelli simile al suo (13, 34) — che lo rende presente nella comunità (13, 17 Lett.) — porta in sé l’esigenza dell’amore per tutti gli uomini, così come egli li ha amati.

16-17a «io, a mia volta, pregherò il Padre, e vi darà un altro soccorritore che stia con voi sempre, lo Spirito della verità ».

Gesù esercita un’attività mediatrice presso il Padre per la comunicazione dello Spirito ai suoi. È una mediazione futura, esercitata dalla sua nuova condizione presso il Padre, una mediazione necessaria. La comunità riceve lo Spirito soltanto attraverso Gesù.

Il termine « soccorritore », applicato allo Spirito, significa Colui che aiuta in qualunque circostanza. Di fatto ha un duplice ruolo: all’interno della comunità, mantenere vivo e interpretare il messaggio di Gesù (14,26); nel confronto tra comunità e mondo, dare sicurezza ai discepoli e guidarli interpretando loro gli avvenimenti (16,7-15).

Lo Spirito sarà un altro soccorritore. Finché è stato con i suoi, Gesù li ha istruiti e protetti (17, 12). D’ora in poi sarà lo Spirito il loro permanente soccorritore. È lo Spirito della verità, in quanto è la verità e la comunica. L’ambivalenza del termine, greco (alétheia): verità, lealtà (cfr. nota), mette la verità in connessione con l’amore. È la verità Dio, in quanto è e manifesta la forza del suo amore, e la verità sull’uomo, perché l’amore è a vita comunicata, che fa conoscere all’uomo il progetto di Dio su di lui e lo mette in condizione di realizzarlo. Essendo lo Spirito della verità è anche lo Spirito della libertà, perché la verità rende liberi (8, 3 1-32); egli continuerà il processo di liberazione. Gesù è la verità (14, 6), e lo Spirito la forza della verità. Essendo esperienza di vita, dà la sensibilità per distinguere ciò che è vita e ciò che è morte.


http://www.studibiblici.it/homepage.htm


http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm