“Ma non hai tutto? E cosa c’è che non va nella tua vita?”. “Forse proprio questo. Ho tutto, ma sono infelice. E non sono l’unica. Nel corso di questi anni, ho frequentato persone di ogni tipo: ricche, povere, potenti, rassegnate… In ogni sguardo che ha incrociato il mio, ho letto un’amarezza infinita. Una tristezza che non sempre veniva accettata, ma che c’era, indipendentemente da ciò che quegli individui dicevano”.
“Sto pensando. Secondo te, dunque, nessuno è felice?”. “Sembra che alcuni lo siano, ma forse semplicemente non ci pensano. Altri fanno progetti: avrò un marito, una moglie, una casa, due figli, una villa fuori città. Non posso dire se siano tutti infelici. Comunque so che sono sempre impegnati: a fare gli straordinari al lavoro, a occuparsi dei figli, del coniuge, della carriera, della laurea, degli impegni dell’indomani, delle cose che bisogna comprare, di ciò che si deve possedere per non sentirsi inferiori eccetera. Insomma, ben pochi mi dicono: ‘Sono infelice’. La maggior parte afferma: ‘Sto benissimo, ho ottenuto tutto quello che desideravo’. Allora io domando: ‘Cos’è che la rende felice?’. Risposta: ‘Ho tutto ciò che una persona potrebbe sognare: famiglia, casa, lavoro, salute’. Gli faccio un’altra domanda: ‘Si è mai fermato a pensare se questo sia davvero tutto nella vita?’. Risposta: ‘Sì, questo è tutto’. Al che, io insisto: ‘Allora il senso della vita è dato dal lavoro, dalla famiglia, dai figli che cresceranno e la lasceranno, dalla moglie - o dal marito - che diventeranno degli amici piuttosto che restare dei veri innamorati. Ma un giorno il lavoro finirà. Che cosa farà quando ciò accadrà?’. In realtà, potrebbero rispondere: ‘Quando i miei figli cresceranno, quando mio marito - o mia moglie - sarà un amico, anziché un amante appassionato, quando sarò in pensione... avrò il tempo libero per fare ciò che ho sempre sognato: viaggiare’. E allora tu potresti domandare: ‘Ma non ha appena detto che era felice? Non sta facendo ciò che ha sempre sognato?’. Se insisto, alla fine scoprono sempre che c’è qualcosa che manca. Il proprietario di un’impresa non ha ancora concluso l’affare dei suoi sogni; la casalinga vorrebbe avere più indipendenza o più denaro; il giovane innamorato teme di perdere la ragazza; le persone appena laureate si domandano se abbiano deciso personalmente quella carriera, oppure qualcuno l’abbia scelta per loro; il dentista avrebbe voluto essere un cantante; il cantante avrebbe voluto diventare un politico; il politico avrebbe voluto fare lo scrittore; lo scrittore avrebbe voluto essere un contadino. E anche quando incontro qualcuno che sta facendo ciò che ha scelto, quell’individuo ha l’anima tormentata. Non ha ancora trovato la pace. A proposito, scusa se insisto: “Tu sei felice?”.”
Tratto e rivisto da “LO ZAHIR” di Paulo Coelho
Il Blog "IN SEMPLICITA'" è uno spazio dove inserire: info su attività, riflessioni sulle attività, articoli, stralci di libri, esegesi bibliche, riflessioni personali, per creare un dialogo e scambiare opinioni, pareri, per una crescita spirituale e umana. Uno spazio dove le persone condividono vita. Verranno eliminati gli interventi che potrebbero ferire o offendere, con linguaggio o idee, le persone.
12 gennaio 2007
01 gennaio 2007
L’ABBRACCIO BENEDICENTE
Non c'è una sottile coercizione sia da parte della Chiesa che della società nel farci rimanere figli dipendenti? La Chiesa, nel passato, non ha posto troppo l'accento sull'obbedienza in modo da rendere poi difficile rivendicare la paternità spirituale? E la nostra società consumistica non ci ha incoraggiato a indulgere a infantili autogratificazioni? Chi ci ha davvero provocato a liberarci dalle dipendenze immature e ad accettare l'onere di essere adulti responsabili? Noi stessi, peraltro, non cerchiamo sempre di sottrarci al terribile compito della condizione di padre? Rembrandt di certo vi si sottrasse. Soltanto dopo molto dolore e molte sofferenze, quando si stava avvicinando alla morte, è stato in grado di comprendere e dipingere la vera paternità spirituale.
Forse l'affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto Dio sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come lui la mostra a me. Se l'unico significato del racconto fosse che la gente pecca ma Dio perdona, potrei benissimo cominciare a pensare ai miei peccati come a una bella occasione per Dio di mostrarmi il suo perdono. Non ci sarebbe alcuna vera provocazione in una interpretazione del genere. Mi abbandonerei alle mie debolezze e continuerei a sperare che Dio magari chiuderà gli occhi di fronte ad esse, e mi lascerà sempre tornare a casa, qualunque cosa abbia fatto. Questo tipo di romanticismo sentimentale non è il messaggio dei Vangeli.
Ciò che sono chiamato a realizzare è che, sia come figlio più giovane che come figlio maggiore, sono il figlio del Padre mio misericordioso. Sono un erede. Nessuno lo dice in modo più chiaro di Paolo quando scrive: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». Per la verità, come figlio ed erede devo diventare successore. Sono destinato ad occupare il posto di mio Padre e offrire agli altri la stessa compassione che lui ha offerto a me. Il ritorno al Padre è in definitiva la sfida a diventare il Padre.
Questa vocazione a diventare il Padre esclude qualsiasi interpretazione "facile" del racconto. So quanto desidero ritornare e sentirmi poi al sicuro, ma voglio veramente essere figlio ed erede con tutto ciò che questo implica? Stare nella casa del Padre richiede di far mia la vita del Padre e di essere trasformato a sua immagine.
“L’ABBRACCIO BENEDICENTE”
Henri J.M. Nouwen
Queriniana
Forse l'affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto Dio sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come lui la mostra a me. Se l'unico significato del racconto fosse che la gente pecca ma Dio perdona, potrei benissimo cominciare a pensare ai miei peccati come a una bella occasione per Dio di mostrarmi il suo perdono. Non ci sarebbe alcuna vera provocazione in una interpretazione del genere. Mi abbandonerei alle mie debolezze e continuerei a sperare che Dio magari chiuderà gli occhi di fronte ad esse, e mi lascerà sempre tornare a casa, qualunque cosa abbia fatto. Questo tipo di romanticismo sentimentale non è il messaggio dei Vangeli.
Ciò che sono chiamato a realizzare è che, sia come figlio più giovane che come figlio maggiore, sono il figlio del Padre mio misericordioso. Sono un erede. Nessuno lo dice in modo più chiaro di Paolo quando scrive: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». Per la verità, come figlio ed erede devo diventare successore. Sono destinato ad occupare il posto di mio Padre e offrire agli altri la stessa compassione che lui ha offerto a me. Il ritorno al Padre è in definitiva la sfida a diventare il Padre.
Questa vocazione a diventare il Padre esclude qualsiasi interpretazione "facile" del racconto. So quanto desidero ritornare e sentirmi poi al sicuro, ma voglio veramente essere figlio ed erede con tutto ciò che questo implica? Stare nella casa del Padre richiede di far mia la vita del Padre e di essere trasformato a sua immagine.
“L’ABBRACCIO BENEDICENTE”
Henri J.M. Nouwen
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