
Proviamo per una volta a non fare un’analisi di quello che ci succede attorno. Proviamo per una volta a non chiederci come vivono gli altri. Proviamo per una volta a non fermarci nelle analisi di quello che non va fuori della porta di casa nostra. Proviamo per una volta a non domandarci come i giovani vivono le relazioni…
Proviamo per una volta a chiederci: e io?
Il dizionario Devoto-Oli definisce così la parola “ascoltare”: «Trattenersi volontariamente e attentamente a udire, prestare la propria attenzione o partecipazione a qualcuno o qualcosa in quanto informazione o motivo di riflessione». Certo... non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo merita di essere capito e approfondito. Ma ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo. Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire (e di essere ascoltati) se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione” – e anche riflettere.
Quando si parla di relazione il rischio è quello di fermarci alla comunicazione. L’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare. Questo è vero in qualsiasi forma di relazione, anche se apparentemente non è un dialogo. Mentre scrivo queste righe sto cercando di “ascoltare” – per immaginare che cosa penserà chi legge, per ricordare ciò che ho imparato da chi ha letto altre cose che ho scritto e mi ha aiutato a renderle più chiare.
Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni.
Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”. Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro…
Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi.
In una buona relazione la capacità di ascoltare è fondamentale e molto spesso noi, come molte persone, sentiamo quello che accade ma non ci tocca, ci è estraneo.
Rispondere in pieno alla nostra vocazione di uomini e di conseguenza di figli di Dio, significa usare di questo talento che “vive” in noi; significa che se ci mettiamo in ascolto, possiamo far vivere a chi ci sta di fronte, l’esperienza che Dio ci propone in continuazione: il suo amarci incondizionato, per quello che siamo, senza giudizio; significa che l’altro consegna a noi il suo vivere, il suo dolore, la sua gioia, le sue preoccupazioni, le sue soddisfazioni… e noi partecipiamo alla sua vita, portiamo con lui ciò che potrebbe affaticarlo, condividiamo ciò che lo rende felice…
Tu vuoi essere una persona che ascolta?
fra Paolo
http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm