13 gennaio 2008

RELAZIONE E’: ASCOLTARE



Proviamo per una volta a non fare un’analisi di quello che ci succede attorno. Proviamo per una volta a non chiederci come vivono gli altri. Proviamo per una volta a non fermarci nelle analisi di quello che non va fuori della porta di casa nostra. Proviamo per una volta a non domandarci come i giovani vivono le relazioni…

Proviamo per una volta a chiederci: e io?


Il dizionario Devoto-Oli definisce così la parola “ascoltare”: «Trattenersi volontariamente e attentamente a udire, prestare la propria attenzione o partecipazione a qualcuno o qualcosa in quanto informazione o motivo di riflessione». Certo... non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo merita di essere capito e approfondito. Ma ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo. Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire (e di essere ascoltati) se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione” – e anche riflettere.

Quando si parla di relazione il rischio è quello di fermarci alla comunicazione. L’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare. Questo è vero in qualsiasi forma di relazione, anche se apparentemente non è un dialogo. Mentre scrivo queste righe sto cercando di “ascoltare” – per immaginare che cosa penserà chi legge, per ricordare ciò che ho imparato da chi ha letto altre cose che ho scritto e mi ha aiutato a renderle più chiare.

Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni.

Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”. Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro…

Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi.

In una buona relazione la capacità di ascoltare è fondamentale e molto spesso noi, come molte persone, sentiamo quello che accade ma non ci tocca, ci è estraneo.

Rispondere in pieno alla nostra vocazione di uomini e di conseguenza di figli di Dio, significa usare di questo talento che “vive” in noi; significa che se ci mettiamo in ascolto, possiamo far vivere a chi ci sta di fronte, l’esperienza che Dio ci propone in continuazione: il suo amarci incondizionato, per quello che siamo, senza giudizio; significa che l’altro consegna a noi il suo vivere, il suo dolore, la sua gioia, le sue preoccupazioni, le sue soddisfazioni… e noi partecipiamo alla sua vita, portiamo con lui ciò che potrebbe affaticarlo, condividiamo ciò che lo rende felice…

Tu vuoi essere una persona che ascolta?



fra Paolo



http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm

2 commenti:

  1. Anonimo17:06

    C’è un corpo d’uomo nella Triunità

    Francois Varillon fa osservare l’audacia della fede cristiana che osa fare una tale affermazione: c’è un corpo d’uomo – certamente trasfigurato, spiritualizzato, e pur tuttavia un corpo – nella Triunità. Bisogna ridirle queste cose, talmente la coscienza cristiana è piena di rappresentazioni di disincarnazione. Ora, l’incarnazione di Dio, la sua discesa in una carne d’uomo è irreversibile. dunque affermare che Cristo è per sempre vivente nel suo corpo equivale a fondare nel modo più forte la dignità incondizionata di ogni corpo umano, il rispetto assoluto di cui ogni corpo deve essere oggetto. È affermare che il nostro corpo, che è fin d’ora in modo nascosto e imperfetto il tempio dello Spirito, è chiamato a vivere pienamente di questo Spirito. Equivale anche a dire che l’espressione “risurrezione della carne” è insufficiente, perché la risurrezione alla quale noi siamo chiamati è una risurrezione della nostra persona intera, corpo e anima. dobbiamo affermare che al di là della morte, quando saremo risuscitati con Cristo, il nostro corpo sarà portato a compiutezza, e che esso assolverà pienamente, anche se in un modo impossibile da rappresentare, la sua funzione di strumento della presenza: presenza a Dio e presenza gli uni degli altri, in una relazione senza ombre, di comunione perfetta, della quale le nostre relazioni di amore o di amicizia più felici non sono che un abbozzo. Eppure anch’esse ci danno già un’anticipazione di quel che può essere una relazione pienamente riuscita, cioè una comunione reciproca che l’apostolo Giovanni esprime bene quando fa parlare Gesù della sua relazione con il Padre: “Lui in me, io in lui”;
    Il Cristo risorto si identifica a tal punto con la nostra umanità che non si può pretendere di conoscere lui senza riconoscere gli altri in lui e lui negli altri, specie se questi altri sono, come fu lui stesso, i più esposti al disprezzo e alla derisione. Egli non si sostituisce ai poveri, ma attribuisce loro un valore ulteriore, che è illimitato (J.-P. Mensior, Percorsi di crescita umana e cristiana , Qiqajon, Bose 2001, pp. 35-36 e 34).

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  2. Elena21:15

    Ho sempre pensato che le riflessioni che facciamo, servono soprattutto a noi stessi. E infatti...
    Ricordo di aver parlato un' unica volta con Fra' Paolo, al telefono, chiamata da costui perchè mi ero permessa di approfondire-telefonando a Bologna- i criteri di selezione di una scuola di counselling (o counseling) promossa dai frati a Schio e nella quale non sono entrata perchè le liste sono state coperte per ordine di iscrizione e non per selezione ( quando è evidente che una scuola seria seleziona le persone per curriculum e non perchè membri di una comunità o perchè figli dei figli o cugini dei cugini dei membri di una comunità...) ma la cosa paradossale è che costui mi ha chiamato per aggredirmi e ha pienamente dimostrato di non saper ascoltare, nè di saper comunicare civilmente. Nè di avere rispetto per una persona che aveva il diritto di capire perchè non era stata selezionata e che molto più di altri ( che hanno un lavoro fisso a stipendio fisso e non lavorano, nè lavoreranno mai nel sociale) aveva bisogno di iscriversi ad una scuola di tal tipo e la avrebbe portata avanti seriamente e con buon uso della conoscenza, sia in termini d volontariato nella comunità, che professionali !
    E INVECE, OLTRE ALLA BEFFA di vedermi esclusa a vantaggio di altri, sono stata aggredita al telefono, insultata ( "tu non hai il carattere per fare questo mestiere!) e trattata malissimo- da una persona che nemmeno mi conosce e che scrive delle bellissime parole ( inutili parole...?) sull' ascolto.
    Perciò ne deduco, che questo articolo lo ha scritto per se stesso.

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