29 maggio 2010

TRINITA': una relazione!


Infinite volte tutta una comunità cristiana si è spezzata, perché viveva di un ideale...
Dobbiamo essere profondamente delusi degli altri, dei cristiani in generale, se va bene, anche di noi stessi, quant'è vero che Dio vuole condurci a riconoscere la realtà di una vera comunione cristiana... Il Signore non è Signore di emozioni, ma della verità. Solo la comunità che è profondamente delusa per tutte le manifestazioni spiacevoli connesse con la vita comunitaria, incomincia ad essere ciò che deve essere di fronte a Dio, ad afferrare nella fede le promesse che le sono state fatte. Quanto prima arriva, per il singolo e per tutta la comunità, l'ora di questa delusione, tanto meglio per tutti. Una comunità che non fosse in grado di sopportare una tale delusione e non le sopravvivesse, che cioè restasse attaccata al suo ideale, quando questo deve essere frantumato, in quello stesso istante perderebbe tutte le promesse di comunione cristiana stabile e, prima o dopo, si scioglierebbe...
Chi ama il suo ideale di comunità cristiana più della comunità cristiana stessa, distruggerà ogni comunione cristiana, per quanto sincere, serie, devote siano le sue intenzioni personali.
Dio odia le fantasticherie, perché rendono superbi e pretenziosi. Chi nella sua fantasia si crea un'immagine di comunità, pretende da Dio, dal prossimo e da se stesso la sua realizzazione.
Egli entra a far parte della comunità di cristiani con pretese proprie, erige una propria legge e giudica secondo questa i fratelli e Dio stesso.
Egli assume, nella cerchia dei fratelli, un atteggiamento duro, diviene quasi un rimprovero vivente per tutti gli altri.
Agisce come se fosse lui a creare la comunità cristiana, come se il suo ideale dovesse creare l'unione tra gli uomini.
Considera fallimento tutto ciò che non corrisponde più alla sua volontà. Lì dove il suo ideale fallisce, gli pare che debba venire meno la comunità. E così egli rivolge le sue accuse prima contro i suoi fratelli, poi contro Dio, ed infine accusa disperatamente se stesso.
La vita comune
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(D. Bonhoeffer, La vita comune, Queriniana, Brescia 1973, p. 46-47)

24 maggio 2010

STRANIERO??????


L’essere umano è un essere relazionale: non c’è un uomo senza gli altri uomini, e ogni persona fa parte dell’umanità, fa parte di una realtà in cui ci sono gli altri. E l’essere umano ha tre modi di relazione complementari, che gli permettono di costruire la propria identità e di vivere: la relazione di ognuno con se stesso, con il proprio intimo, cioè la vita interiore; la relazione di ognuno con gli altri, con l’alterità, cioè la relazione sociale; infine, per i credenti, la relazione con Dio, alterità delle alterità.
In queste tre relazioni sono innestate tre dimensioni dell’essere umano: lo spirito (pensiero, parola, memoria, immaginazione), il cuore (sentimenti, sensi, emozioni) e il corpo, in cui tutto è unificato. Quando una persona entra in relazione con un’altra, con gli altri, tutte queste dimensioni sono impegnate e di ciò occorre essere consapevoli. È all’interno di questa complessità che bisogna porsi la domanda: come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con gli stranieri? Innanzitutto è necessario riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, la sua dignità di uomo, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, vecchio, credente, non credente, ecc. Teoricamente questo riconoscimento è facile, ma in realtà proprio perché la differenza desta paura, occorre mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere: c’è infatti in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, estetica, costumi. Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza. Claude Lévi-Strauss ha affermato significativamente che l’etnocentrismo è positivo se significa non mettere da parte la propria storia e la propria cultura, ma è negativo se tale cultura è assolutizzata fino ad assurgere a identità perentoria e immutabile.
Occorre dunque esercitarsi a desiderare di ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti ma si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti. C’è un relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora… Non si tratta di dimenticare la propria identità culturale, né di autocolpevolizzarsi, ma nemmeno di escludere a priori ciò che è altro.
Se ci sono questi atteggiamenti preliminari, allora diventa possibile mettersi in ascolto: ascolto arduo perché interculturale, ma ascolto essenziale di una presenza, di una chiamata che esige da ciascuno di noi una risposta, dunque sollecita la nostra responsabilità. L’ascolto non è un momento passivo della comunicazione, non è solo apertura all’altro, ma è atto creativo che instaura una confidenza quale con-fiducia tra ospitante e straniero. L’ascolto è un sì radicale all’esistenza dell’altro come tale; nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Ascoltare uno straniero non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi: così lo straniero non abita tra di noi ma abita con noi. Lo straniero, infatti, cessa di essere estraneo quando noi lo ascoltiamo nella sua irriducibile diversità ma anche nell’umanità comune a entrambi.
Nell’ascoltare l’altro occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano. E quando si sospende il giudizio, ecco che si appresta l’essenziale per guardare all’altro con sym-pátheia. Lo straniero, il povero, lo sconosciuto sono quasi sempre ospiti non «piacevoli»; per questo si richiede un atteggiamento che si nutra di un’osservazione partecipe la quale accetti anche di non capire l’altro e tuttavia tenti di praticare nei suoi confronti un atteggiamento di sym-pátheia, cioè di «sentire-con lui». La verità dello straniero ha la stessa legittimità della mia verità, ma questo non equivale a dire che, dunque, non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono. No, ciascuno è legittimato a manifestare la propria verità, ognuno deve impegnarsi con umiltà a confrontarsi e a ricevere la verità che sempre precede ed eccede tutti, pur nella convinzione che la propria verità è quella su cui può essere fondata e trovare senso una vita.
Questa «simpatia» decide anche dell’empatia, che non è lo slancio del cuore che ci spinge verso l’altro, bensì la capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno, è la manifestazione dell’humanitas dell’ospite e dell’ospitante, è umanità condivisa. Da un ascolto animato di empatia giungiamo al dialogo, autentica esperienza di intercomprensione. Dià-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza che nasce da un’aggressività non parlata, senza dialogo possibile… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.
Scriveva Emmanuel Lévinas: «Io sono nella sola misura in cui sono responsabile dell’altro». Ecco ciò che siamo chiamati a vivere nell’incontro con lo straniero. Questa l’etica che deve regnare quando vogliamo accogliere chi si è avvicinato a noi e quando scegliamo di avvicinarci allo straniero. Incontrare lo straniero non significa farsi un’immagine della sua situazione, ma porsi come responsabile di lui senza attendersi reciprocità. Ciò che lo straniero può fare nei miei confronti riguarda lui – dice sempre Lévinas – ma la responsabilità verso di lui impegna me, fino a definire una relazione asimmetrica in cui la reciprocità non è richiesta, una relazione disinteressata e gratuita. Così la vicenda dell’incontro con lo straniero si fa epifania di humanitas e, per chi crede, incontro con Dio.

Enzo Bianchi

CAMPO DI SERVIZIO

03 maggio 2010

CHI E’ UNA PERSONA?


La xenofobia tranquilla delle mamme di Adro di Ritanna Armeni in “il Riformista” del 28 aprile 2010


Non è facile dimenticare le madri di Adro. Non è facile cancellare le immagini e le parole delle donne di un laborioso paese del bresciano di 6.800 anime. Non è facile dimenticare le loro affermazioni rabbiose ed esasperate. Le madri di Adro mandano i loro bambini all’asilo comunale, pagano la retta della mensa e - sui giornali e nella trasmissione Annozero - non hanno avuto alcun disagio ad affermare che era giusto che i figli degli immigrati che non pagavano la mensa rimanessero senza pranzo. Lo hanno detto senza mezzi termini: quei bambini non dovevano mangiare. Bene si era fatto a tagliare loro i pasti. Giustamente si era comportato il loro sindaco rifiutando quei finanziamenti della Regione Lombardia che dovevano servire proprio perché il Comune aiutasse i meno abbienti. Se li avesse accettati avrebbe favorito gli immigrati profittatori. E che male - malissimo - aveva fatto l’imprenditore che si era offerto di pagarle lui le rette delle mensa. In questo modo aveva incentivato il parassitismo di chi non lavora e approfitta del lavoro degli altri. Tutto questo lo hanno detto - quelle madri - con la convinzione di chi sta dalla parte giusta, di chi sta combattendo per il bene contro il male. Le loro parole non erano sopportabili. Lo so, in esse c’era tutta l’ideologia leghista, l’egoismo padano, la politica di chi vuole la separazione dai più poveri. Ma non c’era solo questo. A questo ci siamo tristemente abituati. Quelle parole e quelle immagini spaventano fino a diventare insopportabili perché contengono un “salto”, il superamento di un limite umano e morale tanto più lacerante perché le protagoniste sono donne e madri, coloro dalle quali ci si sarebbe aspettata una parola diversa o almeno un diverso accento. Non è stato così. I bambini nelle loro parole non erano tali, esseri umani più deboli e dipendenti dagli adulti, ma solo figli di immigrati e come tali “responsabili” delle colpe dei loro padri. Qui c’è stato il superamento del limite. Perché se la paura dello straniero, la xenofobia, la rabbia contro il povero che può togliere ad altri poveri possono essere inscritti nel conflitto sociale, possono essere mitigati e persino - anche se non condivisi - compresi, l’annullamento dell’infanzia, l’identificazione di chi non può che essere innocente nelle presunte colpe dei padri e delle madri indica che per quelle donne esiste un “male” da combattere senza tregua, nel quale non ci sono distinzioni, estraneità e non colpevolezze. All’affermazione spontanea di chi le ha intervistate: «Ma sono bambini!», le madri di Adro hanno risposto con lo sguardo vuoto e privo di comprensione di chi non capisce la differenza, non vede la distinzione. «I figli degli immigrati sono bambini?» domandavano quegli occhi anche quando le labbra non parlavano. E si capiva che per loro erano il male e basta. Un male tanto più grande e pericoloso perché poteva influenzare e contagiare anche altri e dal quale quindi occorreva difendersi senza cedimenti. Ed ecco la decisione di respingere gli stanziamenti che la Regione Lombardia aveva disposto perché i Comuni venissero incontro ai meno abbienti, a coloro, per esempio che non potevano pagare le rette della mensa. Ed ecco che l’odio contro il male comprende anche il “benefattore”, l’imprenditore che ha offerto 10.000 euro perché il Comune non ci rimettesse e i bambini potessero mangiare anche se i loro genitori non pagavano la retta. Il bene in questo caso avrebbe coperto il male profondo e quindi non era tale ma male anch’esso, da portare allo scoperto e respingere. La storia insegna, nelle grandi tragedie che si sono susseguite nel Ventesimo secolo, che esse cominciano quando cessa ogni distinzione e un gruppo di persone viene identificato con il male. Gli ebrei erano ebrei e basta. Non c’erano uomini e donne, adulti e bambini. Non c’erano malati e sani. Ricchi e poveri. Se c’è un male da estirpare ci vuole una guerra senza esclusione di colpi, in cui gli innocenti non ci sono. Questa è stata la Shoah e si è verificata nella civile Europa solo qualche decennio fa. Questo è avvenuto in tante persecuzioni e genocidi. L’ideologia leghista, per quanto xenofoba, finora alcune differenziazioni le ha mantenute per quanto ipocritamente. Ha distinto per esempio fra l’immigrato clandestino e quello legale. Fra coloro che lavorano e coloro che spacciano. Anche nella promozione di leggi punitive e poco lungimiranti ha voluto tener conto - sia pure in modo utilitaristico - delle donne che vengono nel nostro Paese a fare le badanti. Le madri di Adro hanno saltato distinguo e differenze quando hanno detto che i bambini degli immigrati non avevano diritto al cibo. E lo hanno affermato come se facessero un’affermazione normale ai limiti della banalità. Meravigliandosi quasi che ci fosse chi non comprendesse. La banalità, appunto. Quella banalità del male di cui parlava Hannah Arendt descrivendo nel processo di Gerusalemme il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Quel che lui aveva fatto non era dovuto a cattiveria, ma all’obbedienza a un ordine delle cose che pareva naturale e necessario. Lo so, non c’è alcuna somiglianza fra le madri di Adro e quel gerarca. Non ci sono campi di sterminio, pogrom ed eccidi. C’è solo un filo sottile costituito dalla normalità quasi banale con cui quelle madri pretendono il loro bene. Non è banale in un laborioso paese del bresciano dire che chi non paga non mangia? Che questo vale per tutti, adulti e bambini? Certo che lo è soprattutto se lo dicono delle donne, madri di famiglia che faticano per tirare avanti, amano i loro figli e magari frequentano la parrocchia. Ma è proprio questo che turba e sconvolge.