31 dicembre 2013

PER BEN RE-INIZIARE: “Mai avere paura della tenerezza”


intervista a papa Francesco a cura di Andrea Tornielli in “La Stampa” del 15 dicembre 2013



«Il Natale per me è speranza e tenerezza...». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale
da vescovo di Roma. Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una
sala accanto al refettorio.L’incontro durerà un’ora e mezzo. Per due volte, durante il colloquio, dal
volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna
alla sofferenza innocente dei bambini e alla tragedia della fame nel mondo. Nell’intervista il Papa
parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell’«ecumenismo del sangue» che le
unisce nella persecuzione, accenna alle questioni su matrimonio e famiglia che saranno trattate dal
prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla
del rapporto tra Chiesa e politica.

Che cosa significa per lei il Natale?

«È l’incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha
promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con
noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l’incontro di Dio
con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la
messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa
dell’aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma,
credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro
Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».

Che cosa dice il Natale all’uomo di oggi?

«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate
speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non
abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza,
diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli
atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti
accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e
accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè
dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere
questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che
Dio ha per noi».

Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così
piccolo?


«I Padri greci la chiamavano “synkatabasis”, condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi.
È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un
bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà
tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per
noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».
Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c’è
anche tanta sofferenza e miseria.
«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia.
Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così.
Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella
precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell’ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un
annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste,
altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace.
Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere
questa gioia, si vive la festa con l’allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l’allegria mondana
c’è differenza».
È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre...
«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti
abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito
al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l’ha magari un po’ arrugginita, ma
ce l’ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono.
Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a
me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è
amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade
anche nella vita di ciascuno di noi. C’è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della
notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».

In gennaio saranno cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci
andrà?


«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove
è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno
difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme
continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è
apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla
Terra Santa. Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è
cominciata l’epoca dei viaggi papali. Anch’io desidero andarci, per incontrare il mio fratello
Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando
l’abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo
preparando».

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a
questa sofferenza innocente?


«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha
sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa
immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente
minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perché”. Ma quando il
figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perché?”.
Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un
bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui
non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu
non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».
Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.
«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a
non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato
leggere una statistica che parla di 10 mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono
tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una
transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il
bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia
fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora... Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva
pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso
all’umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo abbiamo
sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a
essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un
grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che
ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del
Signore ci scuotano dall’indifferenza».

Alcuni brani dell’«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori
americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?


«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come
persone, e per questo non mi sento offeso».
Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull’economia che «uccide»...
«Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato
da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica
citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita
economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione
sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato
e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente
s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria
specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo
non significa essere marxista».

Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le
hanno suggerito qualche via concreta?


«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato
che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche
nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti
fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un
mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello.
Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora
celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro
comune, e pregare per l’unità. Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello
si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso...».

L’unità dei cristiani è una priorità per lei?

«Sì, per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi
ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli
domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che
uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi
necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve
chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete
cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila
dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato.
Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la
causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche
oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità
per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa
realtà».

Nell’esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i
sacramenti. A che cosa si riferiva?


«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi
governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l’audacia lo è. Si deve governare con audacia e
con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti,
da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i
divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio.
Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L’anno scorso in Argentina
avevo denunciato l’atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È
una mentalità ammalata».

E quanto ai divorziati risposati?

«L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione.
È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell’esortazione».

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?

«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle
riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell’ottobre
2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell’anno successivo. In queste sedi tante cose si
approfondiranno e si chiariranno».

Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?

«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha
raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il
mondo. Nell’ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di
avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi
suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via
dell’udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi
fa mi ha detto: “La riforma della Curia lei l’ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa
Marta”. Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali
prima che con cambiamenti strutturali».

Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?

«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la
sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti
convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il
potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi... Bisogna procedere
paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel
bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La
sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può
essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».
 

Posso chiederle se avremo donne cardinale?

«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non
“clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».

Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?

«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla
strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la “banca centrale” del Vaticano sarebbe
l’Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è
diventato come è adesso».

Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013 lo avrebbe celebrato in San Pietro?

«Assolutamente no».

Si aspettava di essere eletto?

«Non me l’aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E
quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno
portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi
sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza
adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare
per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».

27 luglio 2013

UOMO SEI "LIBERO"!




(ANSA) - RIO DE JANEIRO, 25 LUG - ''Mi dispiace che stiate qui ingabbiati - ha detto il Papa in un passaggio del suo discorso ai ragazzi argentini incontrati in cattedrale a Rio - vi devo confessare che qualche volta mi sento ingabbiato anche io''.
 ''Non possiamo rimanere rinchiusi - ha poi detto il Pontefice - se non usciamo siamo una Ong, e la Chiesa non può essere una Ong. Che ci scusino - ha aggiunto - i vescovi e i preti se vi do questo consiglio''.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/07/25/Papa-qualche-volta-sento-ingabbiato_9075538.html

25 luglio 2013

NESSUN DRAMMA CHE MI ABBIA "ILLUMINATO"


Marco Bartoletti, 51 anni, fiorentino, è presidente e proprietario di un gruppo di otto aziende che fa capo alla BB Holding, società operante nel settore dell’alta moda dal 2000. In occasione dell’ottava Giornata nazionale del malato oncologico, indetta dalla Favo (la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia), gli è stato consegnato il Cedro d’Oro, riconoscimento assegnato ogni anno a personalità che, in ambito istituzionale, politico, giornalistico o volontaristico, si sono distinte per sensibilità e per l’esempio e il contributo che hanno dato nella lotta contro il cancro.

08 luglio 2013

Papa a tonache, siate fecondi non zitelli

CITTA' DEL VATICANO, 

6 LUGLIO 2013

"Per favore, non siate zitelle e zitelli". E' l'invito del Papa a seminaristi, novizi e novizie. "Il voto di castità e di celibato è una strada che matura verso la paternità e la maternità pastorale - ha detto -.

Non si può pensare a un prete o una suora non fecondi, non è cattolico!". Papa Francesco ha poi esortato i religiosi alla gioia, affermando che "non c'è santità nella tristezza".''Mai suore, mai preti - ha concluso - con la faccia di un peperoncino in aceto, mai!".

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/07/06/Papa-tonache-siate-fecondi-zitelli_8986590.html


POSSA IL FUOCO











Questa preghiera è tratta dal libro "Il cielo, la terra e quel che sta nel mezzo", di Marlo Morgan. Provate a pensare, mentre leggete la parola "fuoco", alla parola "Spirito" e vi accorgerete che diventerà anche una bellissima preghiera cristiana.


  Possa il fuoco


Possa il fuoco ravvivare i nostri pensieri

rendendoli sinceri, buoni e giusti

e impedendo che siano altrimenti.

Possa il fuoco ravvivare i nostri occhi

aprendoli a tutto ciò che è buono nella vita.

Ci protegga il fuoco

da ciò che non è nostro di diritto.

Possa essere sempre il fuoco

sulle nostre labbra aiutandoci a dire la verità

con gentilezza al servizio e in aiuto agli altri.

Possa il fuoco ravvivare il nostro orecchio

affinchè noi si possa udire e profondamente ascoltare

affinché noi si possa udire

il fluire dell'acqua di tutto il creato

e del Sogno al riparo dal pettegolezzo

e dalle malelingue

che recano danno alla nostra famiglia e la sconvolgono.

Sia il fuoco nel nostro braccio

e nella nostra mano

perché sappiano servire e costruire amore.

E sia il fuoco in tutto il nostro essere

nelle nostre gambe e nei piedi

affinché noi possiamo camminare sulla terra

con riverenza ed affetto

percorrendo sentieri di bontà e saggezza

senza mai allontanarsi da ciò che è verità.



Preghiera degli aborigeni australiani

27 giugno 2013

CUSTODIRE CONSOLARE RICORDARE


Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Il greco per esprimere il termine "amare" usa tre verbi: "erao" per indicare l'amore passionale; "fileo" per indicare un amore affettuoso, amichevole; "agapao" per indicare un amore spirituale, il trasporto di una persona verso un'altra, che ti porta a fonderti con essa.
Pertanto, quando il Nuovo Testamento parla dell'amore di Dio per l'uomo o dell'amore del Padre
verso il Figlio, il verbo usato è "agapao". Il verbo "agapao", quindi, ha dei connotati divini.
Ebbene, per dire "se mi amate", Giovanni usa proprio il verbo "agapao", indicando, quindi, come
l'amore che lega il credente a Gesù ha dimensioni divine. E' un amore che non ha nulla a che
vedere con il nostro sentimento o la nostra passionalità, ma indica la totale apertura del credente a
Dio, il suo aderire a Lui con la vita.
Ecco che, allora, diventa logica conseguenza "l'osservare i comandamenti". Il verbo greco per dire
"osservare" è "tereo" che significa "aver cura, custodire, praticare". Non si tratta, quindi, di eseguire forzatamente dei comandi, ma di abbracciare una logica divina che già si è accolta e fatta propria nella vita in virtù dell'amore che ci lega esistenzialmente a Dio.
E' questo il tipo di rapporto che lega il credente a Gesù.

13 giugno 2013

COMPASSIONE

com-pas-sió-ne

dal latino: [cum] insieme [patior] soffro.

Nei secoli, la parola compassione prende forma sul concetto di pietà - una pietà che è quasi disprezzo. Eppure la sua radice, il significato originale dei suoi componenti è tanto più nobile, di respiro tanto più ampio. La compassione è la partecipazione alla sofferenza dell'altro. Non un sentimento di pena che va dall'alto in basso. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta ad un'unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. E' la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.
Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale, e di entusiasmo.


Sentimento di sofferta partecipazione al male altrui.

Sentimento di disapprovazione morale nei confronti di comportamenti negativi.

La parola compassione in italiano non ha lo stesso significato che ha in latino, ma acquista invece il significato di pietà. Compassione è invece per le religioni orientali tra cui quella buddista, che la traduce con il termine di jihi, l'amore universale per il genere umano. Provare compassione è quindi come sentirsi illuminato. Una capacità dell'essere umano che si è elevato dal mondo delle emotività ad un sentire più grande.
 
  • Compassione e pietà sono assai differenti. Mentre la compassione riflette l'anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire con l'altro, la pietà è una serie controllata di pensieri intesi ad assicurarci il distacco da chi soffre. (Paul C. Roud)
  • La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo, con l'assistenzialismo. Piuttosto, è sinonimo di solidarietà e di condivisione, ed è animata dalla speranza. (Papa Benedetto XVI)
  • La compassione è la più importante e forse l'unica legge di vita dell'umanità intera.
    (Fëdor Dostoevskij, L'idiota, 1869)

'Il mondo è in crisi morale e ha bisogno di compassione"


Dalai Lama non esclude successore donna


'Il mondo è in crisi morale e ha bisogno di compassione"


 SYDNEY - Il dalai lama, capo spirituale in esilio dei tibetani, non ha escluso oggi che in teoria una donna possa succedergli, sottolineando che il mondo é "in crisi morale" e ha bisogno di "compassione": vale a dire di una qualità a suo giudizio prevalentemente femminile.
"Se le circostanze sono tali che un dalai lama donna sembri più utile, una donna dalai lama verrà", ha affermato il premio Nobel per la pace 1989 parlando con i giornalisti durante una visita in Australia. Il dalai lama è poi tornato a prendere le distanze dalle auto-immolazioni dei tibetani come forma di protesta estrema contro il dominio della Cina sul Tibet, lasciando intendere di considerarle un sacrificio inutile.

08 giugno 2013

LIVIO FANZAGA SAI CHI E' PEGGIO DEI TESTIMONI DI GEOVA? GLI AVVOLTOI!!

http://video.repubblica.it/cronaca/radio-maria-chiede-soldi-ad-anziani-il-direttore-sono-estraneo/131002/129507?ref=NRCT-60545254-2

Un «piccolo lascito», anzi, un «atto d'amore» per Radio Maria. Cioè: fare testamento in favore dell'emittente. Così si legge nella lettera inviata e firmata ai suoi ascoltatori dal direttore, padre Livio Fanzaga. Il caso, anticipato dal quotidiano Repubblica, è stato sollevato dal figlio di una dei destinatari. L'uomo aveva trovato la madre, 92 enne, intenta a compilare un documento a tutti gli effetti, olografato, da compilare in sette passaggi.
Più che passaggi, una vera e propria guida alla donazione. A misura dell'età media degli ascoltatori, notoriamente alta. «Condividi l'idea che Radio Maria ti informi su lasciti e testamenti? Sai che ai tuoi cari resterà comunque una quota? Sai che per fare un testamento olografo basta un foglio bianco e una firma di proprio pugno? Quali motivi ti trattengono ancora dal devolvere parte della tua eredità a Radio Maria? Pensi che costi o non hai un notaio? Possiamo inviarti un opuscolo che possa spiegarti come fare? Vuoi che una persona di Radio Maria ti contatti direttamente?

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-07/radiomaria-chiede-ascoltatori-fate-102439.shtml?uuid=AbbdAw2H

25 maggio 2013

CIAO DON ANDREA


"Caro don Andrea, per tutta la vita sei stato sempre un gran rompiscatole, sempre sopra le righe, hai disturbato tutti, sei stato l'avvocato delle cause perse, sempre dalla parte degli sfigati, dei perdenti. Per trovarti bastava cercare tra i rifiuti della società, e tu lì eri sempre presente. Ti prego, la pace divina non fa per te, continua a rompere le scatole, specialmente a quelli che con ancora il tuo cadavere caldo hanno già cominciato a imbalsamarti profumandoti d'incenso, tentando di trasformarti in un santino in più da aggiungere alle pie cianfrusaglie religiose. Amen"



Alberto M.

17 maggio 2013

Non è un pensiero di Dio che si aggiunge al nostro pensiero......



Cerchiamo di capire quale esperienza sta alla base di quanto stanno vivendo gli apostoli in riferimento allo Spirito.
Era l'esperienza della novità di vita che stavano facendo, del nuovo modo di vivere i rapporti fra di loro, del nuovo modo di perdonarsi reciprocamente. Prima non avevano mai vissuto così. Le prime esperienze in questo senso devono essere state per loro straordinarie. La prima espressione che Giovanni riporta, proprio nel giorno della Pasqua, da parte di Gesù Risorto, è appunto: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Richiama l'esperienza della pace interiore, del superamento del male, dell'armonia. E poi il nuovo tipo di rapporti: «Amatevi come io ho amato voi. Come il Padre ha amato me e io rimango nel Suo amore, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Amatevi gli uni gli altri». Quando Giovanni esprimeva questo insegnamento di Gesù, si richiamava all'esperienza che stavano facendo.
Questo richiamo serve a capire che la comprensione del Vangelo è legata al nostro cammino spirituale. Interpretiamo le espressioni in modo diverso nella giovinezza, nella maturità, quando giungiamo a vivere intensamente il Vangelo. Allora le formule acquistano significati nuovi perché risuonano diversamente nel lettore.
Chiediamoci ora: che cosa vuol dire "presenza", "Dio presente in noi"?

10 aprile 2013

IN QUESTI GIORNI.... PERCHE' LA CROCE!?!?


Secondo la teologia cristiana, nella croce di Gesù Cristo coincidono, come in nessun altro luogo né momento, il tema del peccato e il tema della sofferenza.
La teologia della croce ha però fuso e confuso due cose: l'evento storico della morte di Gesù e l'interpretazione religiosa di quell'evento storico.
Quando diciamo che Cristo ci ha salvato mediante la sua morte in croce, in realtà che cosa stiamo dicendo?

18 febbraio 2013

GUARDANO MA NON VEDONO

Nel vocabolario ecclesiastico sono altre le parole più usate, quelle con le quali abbiamo maggiore dimestichezza: la parola "verità" per esempio, la parola "bontà". Di verità e bontà sono piene le omelie dei preti e i documenti ecclesiastici. Una cittadinanza minore tocca invece alla parola "bellezza".

15 febbraio 2013

DIO VIDE CHE ERA COSA BUONA....

1,4Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre.
Lo schema narrativo di ogni giorno oltre a vedere Dio in azione, contempla sul quello che è stato creato o separato il giudizio di Dio che è introdotto dalla formula: «E Dio vide…». Il vedere di Dio è già di per sé un giudizio e una lode. Quello che è visto da Dio è espresso dal lemma ebraico ṭôv.
Tutto ciò che esiste è ṭôv. Tre diverse sfumature di significato rendono il vocabolo difficile da tradurre in italiano, in più, questi aspetti sono difficili per noi da tenere insieme.

02 febbraio 2013

A TIZIANA.

DEDICATA A TIZIANA E A SUA MADRE

DIO, UN UOMO DEBOLE

Presentazione del Signore

 

L'adempimento delle profezie


Nelle letture della festa di oggi si manifesta la continuità e insieme il contrasto veramente profondo fra Antico e Nuovo Testamento. A questo proposito la liturgia di oggi è esemplare; forse nessun'altra liturgia durante l'anno dice maggiormente questa continuità e questa differenza.La continuità sta nel fatto stesso che abbiamo ascoltato l'ultima profezia di Israele - Malachia è l'ultimo profeta - e poi abbiamo visto l'adempimento di questa profezia. Ma proprio nell'adempimento si vede anche la differenza profonda fra Antico e Nuovo Testamento. «Chi potrà sopportare la sua venuta? Chi potrà sussistere nella sua presenza?», diceva Malachia. Ditemi un po' se ci volevano queste parole così grandi per vederne poi l'adempimento in un bambino che non sapeva nemmeno parlare e veniva portato nel Tempio! «Egli è come la lisciva del lavandaio, come il fuoco dei fonditori». Vi sembra che sia proprio tutto vero? Se c'è uno che ha subito la lisciva, uno che ha subito il fuoco è stato proprio Lui, Lui che è morto sopra la croce! E la sua presenza ha lasciato il mondo qual era. Non vi sembra che sia molto strano questo connubio di termini, che sembrano così stranamente contrari? Eppure vogliono tutti e due significare lo stesso avvenimento. È interessantissimo ed importantissimo meditare una simile continuità in tanto contrasto.

14 gennaio 2013

L'UOMO/DONNA SPIRITUALE

UMANITA' E SPIRITUALITA'

di Mario De Maio


Ricordo sempre una frase che mi disse uno psicoanalista arrivando in piazza san Pietro: “Puissance de la maladie” (“potenza della malattia”). Mi sono domandato spesso che cosa intendesse dire, e in quanto sacerdote mi sono sentito interpellato personalmente dalle sue parole: perché un uomo esperto in ‘umanità’, come dovrebbe essere uno psicoanalista, rivolge una critica così tagliente verso il principale simbolo del cattolicesimo? Che cosa aveva colto, con il suo sguardo di conoscitore delle dinamiche inconsapevoli che abitano la mente umana? La religione è stata per secoli il luogo dove l’uomo ha cercato la risposta alle do-mande fondamentali del vivere e un aiuto a superare le angosce più profonde dell’esistenza. Non a caso oggi si dice che per secoli il prete è stato lo psicoanalista della gente e dei poveri.

11 gennaio 2013

SEMPLICEMENTE VIVERE


di Mario De Maio

SEMPLICEMENTE VIVERE

non sappiamo cosa siamo, ma vogliamo essere altro






Introduco il nostro tema con un breve racconto. Che cosa cerchi mullah? La mia chiave, l’ho persa. Allora il vicino si inginocchiò e i due si misero a cerca re la chiave che però non si trovava. Dopo un po’ il vicino disse: ma dove l’hai persa questa chiave? A casa. Ma allora perché la cerchi qui? Perché qui c’è più luce. A che cosa serve cercare Dio nei luoghi santi se è nel cuore che l’abbiamo perso?