1,4Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre.
Lo schema narrativo di ogni giorno oltre
a vedere Dio in azione, contempla sul quello che è stato creato o
separato il giudizio di Dio che è introdotto dalla formula: «E Dio
vide…». Il vedere di Dio è già di per sé un giudizio e una lode. Quello
che è visto da Dio è espresso dal lemma ebraico ṭôv.
Tutto ciò che esiste è ṭôv. Tre diverse
sfumature di significato rendono il vocabolo difficile da tradurre in
italiano, in più, questi aspetti sono difficili per noi da tenere
insieme.
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Nel vocabolo ebraico ṭôv c’è un senso morale per cui lo si rende con «buono». La luce e la creazione stessa è una realtà interamente positiva, né Dio può essere considerato l’autore del male; in tal senso il testo genesiaco verrà ripreso molto tempo più tardi nel libro della Sapienza in un passo importante: «Le creature del mondo sono portatrici di salvezza né gli inferi regnano sulla terra…» (Sap 1,14).
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In ṭôv c’è poi un senso di carattere pratico, ovvero «utile», conforme al suo scopo. Questo sarebbe il significato primario. La creazione è tôb perché risponde al disegno per la quale è stata fatta.
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Infine in ṭôv contempla un senso estetico; non è un caso che il traduttore greco della Genesi userà per l’ebraico tôb, nella celebre versione detta dei Settanta, il termine greco kalòs, ovvero «bello»; la creazione è una realtà che suscita in chi la contempla ammirazione e meraviglia; la bellezza del creato è una via privilegiata per scoprire la presenza del Creatore (cf. Sap 13,15). Non si dimentichi che la formula sopra ricordata mette in luce proprio il vedere: «E Dio vide…»; Dio stesso contempla visivamente, ammira la propria opera.
E Dio vide che era una cosa buona,
utile, davvero una cosa molto bella: in questa prospettiva, la pagina di
Gn 1 non vuole essere, né può essere in alcun modo considerata, come
una trattazione di carattere storico o scientifico sulle origini del
mondo. Questo poema si presenta come una meditazione sapienziale sul
senso della creazione. Dire che il creato è ṭôv, «buono, utile, bello»,
significa invitare l’uomo a contemplarlo e a comprendere il disegno che
ad esso sta dietro.
In questo modo, il narratore sacerdotale
intende sgombrare il campo da ogni forma di possibile pessimismo e da
ogni tentazione di attribuire alla creazione un valore negativo: la
bontà/bellezza della creazione non è qualcosa di aggiunto o di
secondario, qualcosa che può anche perdersi, ma costituisce l’essenza
stessa del creato, che dunque nessun «male» (sia esso il peccato degli
uomini o qualunque altra forma di «male» noi possiamo concepire) può
eliminare. Il creato è una realtà positiva perché è uscito dalla bocca e
dalle mani di Dio; la Scrittura non dimenticherà mai questo principio
Certamente il termine ha un carattere
morale «buono», un carattere estetico «bello» e un carattere pratico
ovvero «utile» in quanto conforme allo scopo. Ma a fondamento della
bontà/bellezza vi sta lo sguardo amorevole di Dio che, come l’artigiano,
vede e giudica un suo manufatto e dà il suo assenso di compiacimento.
Da questa bontà/bellezza riconosciuta dallo stesso creatore sgorga
l’invito alla lode.
Di Roberto Tadiello
http://www.communiobiblica.org/?p=536

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