21 febbraio 2008

La samaritana al pozzo: "una fede così"


Nell’episodio non si processa una donna inquieta, ma si denuncia l’infedeltà della Samarìa.

Per poter accogliere il dono d’amore di Dio, Gesù invita donna a rompere con le altre divinità, che promettono una felicità che non possono donare («Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora», Os 2,9).

La donna, compreso che quel che Gesù le sta dicendo non riguarda la sua vita privata ma il rapporto con Dio, va subito al nodo della questione:

«Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

La Samaritana crede che la relazione con Dio sia favorita dal culto in un determinato santuario e ora che è disposta a tornare al vero Dio vuol sapere dove trovano. Ma Gesù dichiara finita l’epoca dei santuari:

«Credimi, donna, è giunta l’ora in cui non si darà culto al Padre né su questo monte né a Gerusalemme».

Se il dio della religione necessita di un tempio e di un culto, il Padre, per esser tale, ha bisogno di figli che gli assomiglino.

L’assomiglianza al suo amore è l’unico culto che il Padre richiede.

Alla donna che desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio, Gesù risponde che è Dio che si offre a lei, donandole la sua stessa capacità d’amare.

Il Signore non si aspetta doni dagli uomini, ma egli si fa dono per loro, perché

«il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa»

(At 17,24-25).

È questo il clamoroso annuncio di cui si fa portavoce la donna, invitando i samaritani ad andare a «vedere un uomo... ».

Gesù, che ha abbattuto le barriere religiose e nazionalistiche, non è più visto come un «giudeo», ma come un uomo.

E la nuova epoca senza santuari da lui inaugurata rende la sua missione universale, consentendo anche agli eretici, gli scomunicati samaritani, di accogliere «il salvatore del mondo».

Tratto da: “come leggere il vangelo” di Alberto Maggi

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Search&testo=fra+alberto+maggi&tipo=testo

http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm

02 febbraio 2008

BEATI VOI!


Le beatitudini degli afflitti e dei diseredati vengono poi riassunte dall’evangelista in una terza beatitudine. C’è tutto uno schema con il quale l’evangelista costruisce le beatitudini, e la successiva è:

“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, o letteralmente “Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché questi saranno saziati”.

L’evangelista ha presentato 2 situazioni di ingiustizia (gli afflitti, e i diseredati), e le riassume in una terza beatitudine.

Quelli che ne fanno una questione vitale di riportare dignità a chi dignità non ce l’ha, quelli che fanno una questione vitale di liberare dall’oppressione gli oppressi, ebbene questi - assicura Gesù – in questa comunità (perché tutto dipende dalla prima beatitudine) in una comunità di gente che ha rinunciato all’ambizione, dall’avere di più, dall’arricchire, dall’essere di più degli altri ed ha capito che la felicità non consiste in quello che si ha, ma in quello che si dà, saranno felici qui pienamente su questa terra.

E ce lo dice pure, oltre la beatitudine, una frase di Gesù negli Atti degli Apostoli, che purtroppo è sempre stata trasmessa senza il risalto che merita. Gesù dice: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, ecco qui la felicità.

Molti non sono felici perché pensano che la felicità consiste in ciò che gli altri devono fare per noi. Allora rimani sempre deluso perché gli altri non possono sapere ciò che lui aspetta, ciò che lui desidera e ciò che lui spera.

Chi pensa che la sua felicità dipenda da quello che gli altri devono fare per lui rimane sempre deluso.

Allora Gesù dice: no, la felicità non consiste in ciò che gli altri faranno per te, in ciò che riceverai, ma in ciò che tu donerai. Allora la felicità è piena immediata e totale, la felicità consiste in ciò che si fa per gli altri; se io non so quello che gli altri possono fare per me, so ciò che io posso fare per gli altri.

Quindi l’invito di Gesù è per la pienezza della felicità, e se c’è una comunità che si occupa della felicità degli altri, in questa comunità quelli che fanno una questione vitale fame e sete di questa giustizia, saranno pienamente saziati (e qui bisognerebbe tradurre con un verbo italiano ormai un po’ in disuso, perché il termine che usa l’evangelista è il verbo satollo che si usa per gli animali che mangiano sino a scoppiare, e si potrebbe dire satolli): cioè gli affamati e gli assetati, saranno saziati sino a scoppiare.

Ed è importante che questo verbo, essere satolli, essere sazi, l’evangelista lo riporta in un episodio importante: quello della condivisione dei pani e dei pesci dove quelli che mangiarono furono satolli (Mt 14,20). L’evangelista con questa tecnica letteraria (adoperando questo verbo solo in questi due episodi) ci fa comprendere che si sazia la propria fame e sete di giustizia, saziando la fame fisica degli altri, ma sopratutto Gesù garantisce che all’interno della sua comunità non ci sarà nessuna forma di ingiustizia, ogni forma di ingiustizia sarà messa fuori dalla porta.

http://www.studibiblici.it/homepage.htm


Testo tratto dal commento sulle beatitudini

di Alberto Maggi

Testo non rivisto dall’autore


Per attività e proposte

http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm