28 novembre 2008

La fede è un vestito?



Mi scrivi che la questione della fede ti fa venire in mente certi vestiti che hai comprato alle bancarelle dell’usato. A colpo d’occhio, presi nel mucchio, ti sembravano perfetti ma, una volta arrivata a casa, ti accorgevi che le mani che erano troppo lunghe, i fianchi stretti, il collo largo. La taglia, insomma, corrispondeva alla tua, ma quell’indumento era stato portato da un’altra persona e, col tempo, ne aveva preso le sembianze. Così, dici, veniamo al mondo e, prima ancora che i nostri occhi sappiano distinguere nitidamente le forme, veniamo ‘costretti” a una fede. Che ci piaccia o meno, crescendo dobbiamo continuare a battere quella strada. Forse è per questo che, a un certo punto, ci si accorge che il vestito ci sta stretto, la manica tira e, in vita, sarebbe meglio aggiungere un bottone. Insomma, ci si sente a disagio. Ma è possibile, è giusto coniugare la fede con il disagio? Ho visto molti accettano, ma io non me la sento.

Questa tua domanda mi rallegra perché manifesta quella sana inquietudine di cui abbiamo già parlato. Si può credere per via “ereditaria”, per consuetudine sociale? Certo che no. Non si può e non si deve. La fede è fermento, scompiglio, non certo accomodamento. Ognuno di noi ha un percorso da affrontare per giungere alla comprensione della Verità. E questo tragitto, spesso, è pieno di ostacoli, di cadute, di deviazioni, un pò come arrampicarsi su una parete di roccia senza appigli e senza imbracatura.

Quando avevo la tua età, anch’io invidiavo le persone che non sembravano mai sfiorate dal dubbio. Con il tempo ho capito che, dietro a questo atteggiamento, il più delle volte si nasconde una forma di debolezza, di pericolosa fragilità. Chi sì crede sempre nel giusto, infatti, tende a sentirsi superiore, si reputa in dovere di giudicare ed etichettare gli altri, ponendosi come modello da raggiungere.



(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

"Spogliò se stesso per servire"



27 novembre 2008

SI TRATTA DI UN PARTO





Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione. Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

Antonietta Potente