28 maggio 2009

CHE ABBIAMO A CHE FARE CON TE GESU' NAZZARENO?



Caro Gesù,
sono passati quasi quarant'anni dall'ultima volta che ti ho scritto. Da allora ne sono cambiate di cose... e tra queste - ahimè - anche la mia ferma convinzione che tu possa esaudire ogni mio desiderio. Non certo per mancanza di fiducia... ma perché ormai non è più questione di graziosi orsacchiotti, per la notte di Natale, bensì di orribili orchi, che ogni giorno ci mangiano un pezzetto di anima.
Ma andiamo per ordine. Al catechismo, i cari vecchi padri Canossiani (erano vecchi già allora, ora saranno con te) ci insegnavano che la tua storia, in realtà, era iniziata qualche secolo prima della tua nascita, quando un tuo antenato, un certo Giacobbe, trovandosi in difficoltà nel paese dove abitava (peraltro già da forestiero) decise di migrare con i suoi dodici figli e non so quante nuore e nipoti, in un'altra nazione, per provvedere al sostentamento di tutto il suo clan. Potenza della famiglia! Cosa non farebbe un genitore per i figli?! Ma, come in tutte le storie che si rispettino, di lì a qualche anno, sorse un re cattivo che li maltrattò, li ridusse in schiavitù e uccise persino i loro primogeniti. Così intervenne Iddio che, mediante prodigi inauditi, liberò quella gente, colpendo duramente la nazione che non si era mostrata ospitale.
Volendo poi chiarire quanto faccia della solidarietà una questione personale e non sia disposto a scendere a compromessi in materia, ti fece nascere da una famiglia tanto povera, da poterti offrire soltanto una mangiatoia... e tanto indifesa, da dover fuggire, nella notte, per salvarti da un altro re, anch'egli cattivo e - guarda caso - ancora in direzione dell'Egitto. Così, anche tu sperimentasti i disagi e le umiliazioni non soltanto dei tuoi antenati, ma dei migranti di ogni tempo: è una storia che si ripete!
A quel punto, i buoni padri avevano già gettato le basi della catechesi di allora: la famiglia, la solidarietà (che chiamavamo "carità"), i poveri e il Dio dei poveri... piantando così definitivamente anche le "nostre" radici cristiane. Quelle e non altre. Affondate nella stessa storia - un po' infantile, forse, ma adatta a gente semplice... - che avevano raccontato, 30 anni prima, a mio padre e altri 30 prima a mio nonno. Profumo di tradizione.
Poi, non so che diavolo sia successo - o passato - ma oggi la storia che, ormai quotidianamente, raccontiamo ai bambini parla invece di migranti cattivi e perciò da rifiutare: criminalizzati per gli stessi motivi per cui allora erano i prediletti e i protetti da Dio. "Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio" (Lv 19,34). Forse che Dio ha cambiato parere? Perché, sai, sull'autenticità "cristiana" della nostra civiltà non si discute... e l'uomo che non mette in discussione se stesso, non può che mettere in discussione Dio!
Poi, a complicare le cose, sei arrivato tu. Con il tuo "politically Incorrerct".
Anzitutto contrapponendo i poveri ai ricchi... che sa tanto di lotta di classe. E pazienza se ti fossi limitato a proclamare "beati i poveri": il buon Matteo ci ha aggiunto un "di spirito" (Mt 5,3) e si è salvato in corner. Ma tu no, hai dovuto per forza aggiungerci quel: "Ma guai a voi, ricchi" (Lc 6,24). Hai presente quante pagine di teologia ci é costata questa battuta, dai tempi di Clemente Alessandrino, 17 secoli fa? E quante, di esegesi contemporanea, quella sulla cruna dell'ago, col cammello o quant'altro non riesce ad entrarci? (Lc 18,25). E sai, quanto sono costate, entrambe, a coloro che, un po' ovunque, ma soprattutto in America Latina, ti hanno preso sul serio? Inclusi quanti sono adesso impegnati a elaborare una "Teologia della Prosperità" in alternativa alla "Teologia della Liberazione"... Perché, sai, noi siamo cristiani.
Trattandosi d'un vizio di famiglia, hai pensato poi di portare a compimento l'opera di papà. Se, infatti, Dio si era limitato a minacciare Gerusalemme di renderla obbrobrio e scherno di tutta la terra (Ez 22,4), anche per come trattava gli stranieri... tu ne hai fatto una questione escatologica: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli... perché ero forestiero e non mi avete ospitato..." (Mt 25, 41), obbligandoci a elaborare infinite, quanto improbabili, motivazioni "per il loro bene"... Perché, sai, noi siamo cristiani.
E come ciliegina sulla torta hai pensato di metterci i bambini: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Mt 18,10). Almeno qui, nessuno li disprezza. Ma, toglimi una curiosità: anche i bambini Rom hanno degli angioletti su nel cielo? Sono sporchi anche loro e fastidiosi? E a loro cosa fate: prendete le impronte digitali o la misura dell'apertura alare? Sarebbe interessante saperlo... Perché, sai, noi siamo cristiani.
Hai invece decisamente esagerato quando hai preteso che non rispondessimo alla violenza con altra violenza: "ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra" (Mt 5,39). E che diamine, non saremo i più tonti! Anche in questo però ci siamo attrezzati: adesso, infatti, lo schiaffo lo diamo preventivo, così poi non ci sono problemi di guance... Perché, sai, noi siamo cristiani.
E a ben vedere, quello poco cristiano - o perlomeno poco cattolico - a volte, sei apparso tu. Perché, d'accordo la misericordia... ma come si può essere tanto accondiscendenti con una pluri-divorziata e convivente come la Samaritana? Non le hai nemmeno chiesto di regolarizzare la sua situazione! L'hai, anzi, introdotta in una dinamica di comunione con Dio, "in spirito e verità" incurante, dei riti, delle tradizioni, dei luoghi e delle regole! Altro che lo stupore silenzioso e un po' vigliacco degli apostoli: lo sai, vero, cosa ti direbbero oggi i tuoi legittimi rappresentanti? Perché, anche loro sono cristiani...
Il fondo però l'hai toccato con l'adultera. D'accordo, non potevi lasciarla lapidare: per questo l'avevano condotta. Inoltre, il cattivo esempio l'avevi avuto in famiglia: anche Giuseppe, quando ancora non sapeva la storia dell'angelo, credendo che tua madre l'avesse tradito, aveva pensato di violare la legge, disobbedire a Mosé e ingannare i sacerdoti per salvarle la vita. Il bello è che Matteo commenta: "perché era giusto"! Ma siamo sicuri che questo vangelo abbia l'imprimatur? Ad ogni modo la tua reazione fu inaudita: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv 8,7). Bell'esempio di relativismo morale! Se i giudizi dovessimo pronunciarli non in riferimento alla verità - unica e assoluta - ma alla condotta dei presenti, addio! Tutto diventa relativo... e il papa si arrabbia. Come dargli torto: è cristiano anche lui!
C'è un'ultima questione sulla quale vorrei un po' di luce. Sai, fino a questo punto ho ripetuto come una litania "perché noi siamo cristiani"... non tutti però, anche se l'abbiamo creduto per secoli. Sì, è vero, c'erano un po' di comunisti, ma in fondo aveva ragione Benedetto Croce: non potevamo non dirci cristiani. Ora invece tornano i turchi! Va beh, i mussulmani... Allora, come dobbiamo comportarci? Lanciamo di nuovo una bella crociata o dobbiamo "tollerarci"? Qualcuno sostiene persino che dovremmo diventare amici, perché crediamo nel medesimo Dio. Le Chiese ogni tanto ci provano, ma - a dire la verità - non sembrano troppo convinte. Tu, come sempre, ci spiazzi. Perché leggendo con attenzione i vangeli, scopriamo che incontrando persone di altre fedi, mai hai chiesto loro di convertirsi. Di più: in qualche caso li hai persino additati quali esempi da imitare! Allora?! In parrocchia abbiamo recentemente organizzato un incontro con l'Imam della Moschea vicina, un caro amico, il quale ci ha poi invitato a organizzare una festa assieme. La cosa - inutile negarlo - "ci prende", ma com'è che ci si sente "fuori" proprio e soprattutto quando si mette più a frutto il tuo insegnamento?!
Ho finito. Ormai ne ho dette tante, ma dopo 40 anni non potevo cavarmela con un semplice telegramma! Un'ultima domanda però mi sorge spontanea, dal profondo, ripensando a quanto sta succedendo e al nostro modo di intendere e vivere la fede: "Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?" (Lc 4,34). E' una domanda imperiosa, che tanto più si fa nitida e cosciente, tanto più m'impietrisce dalla paura, perché so bene chi un giorno te l'ha già rivolta. Era Legione. Non uno quindi, ma un'intera Legione di demoni. Non posso però farne a meno. La prossima volta, allora, anziché un orsacchiotto, portaci un cuore grande, come quello proverbiale della tradizione milanese, che spesso il nostro arcivescovo ci ricorda, e un po' di aria fresca.

Alberto Vitali

(articolo apparso su Come albero - luglio-agosto 2008)

15 maggio 2009

"CARA TE"














Ciao Paolo, ti spedisco questa riflessione appena fatta….


Cara te,
mi fermo nella serenità. Mi fermo un attimo e guardo la vita non con lucida razionalità, ma con fiducia e ragionevolezza. Mi chiedo cosa sto cercando, cosa voglio. Cosa mi sta turbando così immensamente.
Prendo tra le mani i miei piccoli desideri, mi rendo conto della loro semplicità. Cerco una sorta di condivisione con qualcuno, cerco apertura, cerco la possibilità di voler bene e di lasciare aperte le porte della mia intimità. Cerco anche una condivisione semplice e concreta, fatta di uno star bene assieme nelle lunghe ore pomeridiane, uno star bene nell’ascoltare una canzone. Lo star bene senza la fretta e la voracità di essere presente e essere già da un’altra parte nello stesso istante. Una pienezza del momento che a volte vivo già con me stessa e che oggi ha voglia di essere condivisa.
Vorrei questo, ma forse non sono capace di cercarlo nel modo giusto. Smetto di proiettare all’esterno la mancanza di reciprocità. Se le cose non vanno bene è perché io, nel profondo, non credo in quel bene. Non credendoci, mi affretto a ingurgitare ogni cosa che mi sembra possa in qualche modo riempire il mio vuoto, il mio male, che evidentemente vivo perché ci credo. Vivo nella preoccupazione di stare bene e in questo modo stupidamente mi lego il male ai miei piedi e non me ne libero più. Guardo attorno con occhi furtivi, prendo prima che mi sia concesso, esigo e necessito al posto di ricevere e apprezzare. Scrivo poesie svuotando la rabbia e la delusione per ciò che non possiedo e non mi faccio strumento di lode. Aspetto assetata di ricevere molteplici risposte e conferme al mio grido univoco. E confondo il grido con il sentire di voler bene e il desiderio che questo bene raggiunga l’altro. Così facendo, credo di trovare l’amore affidandomi al male, nella sfiducia. E per questo mi sento sempre e comunque in mille luoghi diversi contemporaneamente, mi sento sempre e comunque insoddisfatta e frustrata.
Oggi mi ascolto e sento chiaro il desiderio di un bene pulito e nobilitante. Un amore così non può cadere nella bassezza di un burrone infernale.
E nello scrivere questo mi rendo conto che non ho paura dell’amore, ma ho paura della volgarità del male. E nel desiderio più bello e profondo di vivere un amore etico, per prima, mi faccio rapire dalla fame della possessione, dall’avidità che mi risucchia in un vortice che rapisce la mia mente e con lei la capacità di agire rispettosamente nei confronti della vita. Guardo in faccia questa tentazione di bassezza: è il volgare istinto di volere tutto per sé, di rubare all’altro la possibilità di esistere con te, ma fuori di te.
Non è la passione della sensualità che uccide, non è l’attrazione corporea e la sua bella unione nella sessualità. Non è certo questo che sporca l’amore. Solo l’avidità uccide, prima di tutto te stesso.
Percepisco questo e lo fuggo. Ma voglio credere nella possibilità di vivere l’amore, voglio credere nel meraviglioso equilibrio che gli uomini riescono a costruire credendo nel bene. Dunque, questo crederci è essenziale: solo se ho fiducia nel bene, nella capacità dell’umanità di vivere eticamente, posso non soffrire nel vortice dell’avidità, non sentirmi derubata in ogni istante della mia vita.
Nella costruzione di un amore. Nella piena fiducia del bene. Voglio vivere in questo.

Una donna

08 maggio 2009

PORTARE FRUTTO
















Quando la traduzione fa teologia..

Gesù dice:”ogni tralcio che in me non porta frutto”, cioè ogni appartenente alla comunità
cristiana riceve la linfa vitale, ma la consuma tutta per sé,la privatizza, non la trasforma in linfa per gli altri:” il Padre lo toglie”(testo greco: airei Vulgata: tollet)…è messo fuori causa perché sterile, infruttuoso.
Invece,il tralcio (il cristiano) inserito nella comunità che valorizza questa linfa vitale per sé e la trasmette e condivide con gli altri , il Padre(il vignaiolo) lo pota per farlo fruttare di più…Qui ci siamo intoppati. Abbiamo dedotto che se il tralcio buono viene potato,vuol dire viene reciso e tagliato via dal tronco della vite,cioè subisce la stessa sorte del tralcio infruttuoso. Allora abbiamo ”sgarucciato” in diversi testi, compreso il vocabolario greco del N.T. Ed. EDB,pag,177), Panimolle, EDB, III vol. pag,263 ecc..
E siamo venuti a capo di una spiegazione che ci ha soddisfatto…Chi è in comunione con il Padre e fa comunione con i fratelli non viene potato (airei in greco),ma purificato, mondato, risanato (katà-irei -Vulgata:purgabit).
Gli evangelisti sono dei grandi esperti della lingua che adoperano. I traduttori sono vittime del loro contesto storico…Qui l’evangelista non sta parlando di potatura, altrimenti il Signore come potrebbe potare, recidere una persona che porta frutto e che Lui ama? Per metterlo alla prova e per vedere se continua ad amarlo? Ma come potrebbe far del male a una persona che lo ama? Il Signore non pota,non taglia, non recide il tralcio dal tronco, ma la sua azione è quella di purificarci (katarizo: mondo, risano, purifico) dalle negatività e insufficienze… Ci tranquillizza il testo della “Bibbia Interconfessionale:” i tralci che danno frutto,li libera da tutto ciò che impedisce frutti più abbondanti”(Bibbia interconfessionale, Ed, Elle.Di.Ci.).
A noi Gruppo la prosa dell’evangelista ci ha infuso una grande tranquillità. Ci ha fatto chiaro.
Noi l’abbiamo tradotta in questo modo:“Tu occupati-dice il Signore- di ottimizzare questa linfa vitale del Padre e di trasmetterla agli altri. E’ Lui che si incaricherà di liberarti dalle tue incrostazioni negative.
Tu impegnati a vivere la tua vita con il Padre portando la sua immagine in mezzo ai fratelli mescolandoti ad essi, caricandoti dei loro pesi, delle loro ferite, delle loro solitudine…
Tu non devi pensare a te stesso, ai tuoi difetti, ai tuoi limiti. Quello che c’è in te di negativo, il Padre lo eliminerà mediante la Parola rivelata da Gesù e vissuta in comunione con i fratelli… perché in questa vigna qualsiasi passante ha diritto di esigere i frutti…
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Il Gruppo del Vangelo di Jesi

01 maggio 2009

"Hanno occhi ma non vedono, hanno orecchi ma non sentono..."








Un violinista nella metro

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.
Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.
Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.
Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare.
Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e ricominciò a camminare.
Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a
camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse.
Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento.
Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo.
Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.
Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamola bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?".

Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?"



http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/persone/bell-metro/bell-metro/bell-metro.html