08 maggio 2009

PORTARE FRUTTO
















Quando la traduzione fa teologia..

Gesù dice:”ogni tralcio che in me non porta frutto”, cioè ogni appartenente alla comunità
cristiana riceve la linfa vitale, ma la consuma tutta per sé,la privatizza, non la trasforma in linfa per gli altri:” il Padre lo toglie”(testo greco: airei Vulgata: tollet)…è messo fuori causa perché sterile, infruttuoso.
Invece,il tralcio (il cristiano) inserito nella comunità che valorizza questa linfa vitale per sé e la trasmette e condivide con gli altri , il Padre(il vignaiolo) lo pota per farlo fruttare di più…Qui ci siamo intoppati. Abbiamo dedotto che se il tralcio buono viene potato,vuol dire viene reciso e tagliato via dal tronco della vite,cioè subisce la stessa sorte del tralcio infruttuoso. Allora abbiamo ”sgarucciato” in diversi testi, compreso il vocabolario greco del N.T. Ed. EDB,pag,177), Panimolle, EDB, III vol. pag,263 ecc..
E siamo venuti a capo di una spiegazione che ci ha soddisfatto…Chi è in comunione con il Padre e fa comunione con i fratelli non viene potato (airei in greco),ma purificato, mondato, risanato (katà-irei -Vulgata:purgabit).
Gli evangelisti sono dei grandi esperti della lingua che adoperano. I traduttori sono vittime del loro contesto storico…Qui l’evangelista non sta parlando di potatura, altrimenti il Signore come potrebbe potare, recidere una persona che porta frutto e che Lui ama? Per metterlo alla prova e per vedere se continua ad amarlo? Ma come potrebbe far del male a una persona che lo ama? Il Signore non pota,non taglia, non recide il tralcio dal tronco, ma la sua azione è quella di purificarci (katarizo: mondo, risano, purifico) dalle negatività e insufficienze… Ci tranquillizza il testo della “Bibbia Interconfessionale:” i tralci che danno frutto,li libera da tutto ciò che impedisce frutti più abbondanti”(Bibbia interconfessionale, Ed, Elle.Di.Ci.).
A noi Gruppo la prosa dell’evangelista ci ha infuso una grande tranquillità. Ci ha fatto chiaro.
Noi l’abbiamo tradotta in questo modo:“Tu occupati-dice il Signore- di ottimizzare questa linfa vitale del Padre e di trasmetterla agli altri. E’ Lui che si incaricherà di liberarti dalle tue incrostazioni negative.
Tu impegnati a vivere la tua vita con il Padre portando la sua immagine in mezzo ai fratelli mescolandoti ad essi, caricandoti dei loro pesi, delle loro ferite, delle loro solitudine…
Tu non devi pensare a te stesso, ai tuoi difetti, ai tuoi limiti. Quello che c’è in te di negativo, il Padre lo eliminerà mediante la Parola rivelata da Gesù e vissuta in comunione con i fratelli… perché in questa vigna qualsiasi passante ha diritto di esigere i frutti…
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Il Gruppo del Vangelo di Jesi

2 commenti:

  1. Anonimo10:06

    Il giudizio si svolgerà secondo un solo criterio universale valido per
    tutti. La legge per la quale saranno giudicati cristiani e non
    cristiani si riduce al minimo : il bene fatto al prossimo; e fatto non
    per ottenere la benedizione di Dio o nella speranza di una ricompensa
    usando il prossimo come uno strumento di benevolenza divina, quanto
    piuttosto il bene fatto all’uomo per l’uomo: l’amore per l’amore stesso
    .Un criterio che servirà in quel momento per credenti e atei perché la
    legge dell’amore ai fratelli, l’impulso verso il bene, la chiamata alla
    fraternità ogni uomo la porta scritta nel mistero della sua interiorità
    prima di qualsiasi rivelazione esterna . E’ evidente …..che serve anche
    per coloro che non hanno incontrato Dio nel loro cammino .Essi infatti
    non potrebbero essere giudicati dal numero di comunioni, dagli atti di
    fede, dal loro apostolato religioso. Essi non conobbero Cristo. Però il
    prossimo, il fratello era per loro qualcosa di reale, di vicino , di
    imprescindibile . L’ateo può correre per le strade del mondo senza
    trovare Dio, ma non può smettere di incontrarsi con il suo prossimo e
    con il più povero, il meno libero, il più oppresso, il più solo. Ma
    proprio quello che sconcerta noi cristiani è che questo criterio di
    amore per il prossimo sia il medesimo con il quale saremo giudicati noi
    “ che abbiamo mangiato con Cristo e lo abbiamo ascoltato nelle nostre
    piazze “ ( Lc.13,25 )……si tratta di una pagina del vangelo
    sconcertante, misteriosa…..Nella nostra logica che non è certamente
    divina, ragioneremmo così:
    Cristo parla solo dell’amore per il prossimo
    perché presuppone tutto il resto cioè che in realtà è impossibile amare
    veramente, disinteressatamente il prossimo, senza una grande fede in
    Dio, senza una vita di pietà intensa, senza la mortificazione, senza la
    frequenza ai sacramenti. Per cui chi ha amato gli altri è vuol dire che
    è stato fedele a tutto il resto . Ma secondo Cristo nella parabola, non
    è così . Cristo fa capire piuttosto due cose : che può esistere la fede
    in Dio senza amore per il prossimo,, che può esistere un vero amore per
    l’uomo senza fede in Dio …….Rimane quindi chiaro che nella dinamica
    evangelica quello che salva è la proiezione d’amore verso il fratello e
    verso il fratello più povero, più debole, meno libero; e amato per se
    stesso, cioè amato per una esigenza interna dell’amore che nella sua
    essenza più genuina e divina è dono, slancio, effusione, frazione del
    pane …….Tutto il resto a cui noi siamo abituati a dare il primo posto
    nella salvezza serve solo come strumento e aiuto al possesso e alla
    maturazione di questo amore per l’uomo. Tutto ciò che aiuta l’uomo a
    essere più come Dio, come il Figlio dell’Uomo che diede la sua vita per
    gli uomini, è buono : così la fede, così la preghiera, così la
    conversione, così i sacramenti, così la professione religiosa . Però
    tutto questo, senza frutti d’amore per il fratello, per gli uomini che
    vivono accanto a noi, condividendo la nostra medesima storia, è peso
    morto, è ipocrisia, è empietà, sconosciuto per Cristo, è condanna :
    “Non vi conosco “ (Juan Arias, Il Dio in cui non credo )

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  2. Anonimo10:22

    Nell’omelia d’ingresso a Campobasso ho paragonato l’obbedienza che il Papa Benedetto XVI mi ha chiesto alla potatura. Che fa soffrire, ma che ringiovanisce. Ebbene, la primavera è tempo di potatura. E la Quaresima è potatura, per prepararci alla fioritura della Pasqua.
    Lo sanno benissimo i nostri contadini: un albero se non lo poti, muore. Se lo poti, rinnova la sua forza per un raccolto più abbondante… È la logica della vita, come ce l’ha descritta il Vangelo: «Chi ama la propria vita la perde e chi perde la propria vita per il Vangelo, la ritrova».
    Ma potare è un arte difficile e fonte di sofferenza, lenta da apprendere… È Dio il potatore della nostra vita: «Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti maggior frutto… Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore» (Gv 15,1-2).
    Lui sa quando e cosa potare. Dio conosce quali cose dobbiamo lasciare e quando ne è il momento. Ed anche il perché. Perché la potatura non è mai fatta per “tagliare soltanto”. È fatta soprattutto per ridare nuova vitalità. Certo, il contadino quando taglia, non guarda il ramo che cade. Spesso, anzi, taglia proprio il ramo più grosso, lasciando un esile tralcio che tende al cielo. Ma in quel tralcio fragile, il contadino, con gli occhi della “fede”, già “intravede” l’abbondanza dell’uva matura. Chi non è contadino, si stupisce, perché vede solo il presente, non si rende conto, non sa spiegarsi certi tagli. Solo il contadino capisce, non perché vede, ma perché “intravede” con gli occhi della fede.
    La Quaresima a questo serve: capire lo stile di Dio, il suo intervento nella nostra vita, il perché della sua potatura… Ma per poter capire questo, occorre armarsi della “fede” del contadino: mai guardare indietro né giudicare solo con il criterio del presente. È il raccolto, non la potatura, il criterio di verità: «Beati quelli che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,4).
    È la fede quindi che addolcisce la sofferenza della potatura con la gioia del raccolto; è la fede che riempie di speranza il sacrificio; è la fede che trasforma il dolore in fecondità; è la fede che ti lancia nella vita oltre il presente, per non rimanere incastrato nella paura.
    Paura e fede si combattono a vicenda. Dove c’è fede, non c’è paura e purtroppo, se c’è paura, è segno che poca è la fede che ci sorregge. Certo anche noi dobbiamo, in questa Quaresima, fare una grossa pulizia interiore, tagliando dal nostro cuore certi rami secchi o spinosi o malati.
    I rami secchi sono il fatalismo, la rassegnazione, l’indifferenza. Quando chiudi la tendina del tuo cuore sui problemi degli altri, quando dici: “Tanto, a me che interessa?…”, e lasci che il fratello se la sbrighi da solo, annaspando nel fango della tristezza.
    I nostri mali sono causati non tanto dalla cattiveria di pochi malvagi, ma dalla indifferenza di tanti buoni! Altri rami sull’albero risultano spinosi o sterili. Sono le nostre cattiverie, invidie, le gelosie, i giudizi cattivi, le rabbie coltivate nel cuore. Guai a chi ci tocca. Scattiamo subito, con risposte che feriscono più di un coltello. Ma sento anche che Dio è più grande di noi. Con stupore, in questo periodo,… già intravedo sui rami una fioritura di forte speranza, che supera i nostri calcoli e le nostre paure.
    Con gli occhi del “contadino” “intravedo” un Dio che sta conducendo la nostra Chiesa ad un cristianesimo di “qualità”, capace di valorizzare il “poco” che abbiamo nelle nostre povere mani. “Intravedo” la fecondità che sgorgherà da tante lacrime sparse… Nasceranno cristiani coraggiosi, maturi, famiglie più unite e solidali e aperte. Non è possibile che tante lacrime siano versate invano.
    Possano invece fecondare questa nostra terra!
    ( Mons. Bregantini )

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