26 dicembre 2008

"CAMMINANDO 2"







Sì, l’uomo moderno che è disgustato e scettico perché gli dicono che « Dio è morto », ha bisogno di incontrarsi lungo il suo cammino con la voce forte e franca del suo fratello che lo saluti, che lo apra alla speranza, che gli faccia sentire la « necessità » degli altri per realizzarsi e per rasserenarsi.

E per poterci fare « epifania » di Cristo per gli altri abbiamo bisogno di essere poveri, liberi, miti, giusti. Abbiamo bisogno di occhi più limpidi, di una vita più sincera, di uno spirito più missionario. Abbiamo bisogno di uscire sulle strade, per incontrarci col prossimo e farci compagni di viaggio con tutte le sue conseguenze: dandogli anche il nostro pane.

Per questo l’uomo moderno, più critico, più esigente, più autentico, oggi scopre il Cristo nel grande mondo dei deboli che sono quelli autenticamente piccoli, in quelli colpiti dall’ingiustizia che sono quelli che distribuiscono tenerezza, in quelli che si fanno compagni di lavoro, di speranze, di ideali, di angosce, di allegrie, in quelli che gli vanno incontro disinteressati mentre vanno verso il vuoto. In quelli che sanno aprire un dialogo non per predicare se stessi, ma per scoprire agli altri la Parola che è di tutti. So che qualcuno mi dirà: « Anche pregando il Padre, in silenzio, di nascosto, possiamo rivelare Cristo al prossimo ».

Gli risponderò semplicemente con le parole di un grande scrittore e teologo, di un grande amico, Charles Moeller: « I laici devono incontrare Cristo, amarlo, farlo conoscere e amare nell’azione inserita in questo immenso fenomeno dello sviluppo... Si può, si deve incontrare Cristo nel volto dell’altro. L’altro è una manifestazione dell’infinito... Se tutte le bellezze dei volti, se tutti gli sguardi profondi — luce negli occhi — se tutti i veri gesti di amore, di amicizia, se tutto questo si trova — per analogia — in Dio, se tutto questo aiuta a scoprire Cristo nel volto, nello sguardo, nello spirito che anima i gesti, allora scoprire Cristo non è trascurare l’umano, la vita, la comunità ». E aggiunge: « La Chiesa è il Popolo di Dio che è pellegrino nel mondo, mescolato col mondo... e la luce del Dio che salva passa attraverso i credenti che agiscono nella giustizia e nella pace ». E risponde anche all’obiezione: « Non dico che questa sia l’unica strada (di conoscere e di rivelare Cristo agli altri): sarà sempre necessario ritirarsi in segreto per pregare il Padre.

Però io direi che oggi soprattutto è necessario lo stile che ci viene da Emmaus E che l’uomo di oggi abbia una sensibilità speciale (non è che lo Spirito che gliela dà) per scoprire Cristo nel prossimo che gli si dona, che s’incontra con lui, che lo aiuta a prendere il timone del progresso, che soffre e spera con lui, lo dimostra quel bellissimo aneddoto, di sapore biblico che un grande rotocalco pubblicò in occasione del viaggio di Paolo VI in India. Il Papa, pellegrino, uno dei tanti nella strada degli uomini, non sulle strade di Emmaus, ma nella piazza di Bombay incontrò lo sguardo di una donna che si avvicinava a salutarlo: « Donna qual è la tua religione? » le chiese Paolo VI. E lei, chissà in mezzo a quale solitudine interiore, a quali problemi di coscienza, fissando i suoi occhi nella luce calda dello sguardo di Paolo VI, mentre il Papa stringeva le sue povere mani rugose, scoppiando a piangere esclamò: « Ora non lo so più ». Paolo VI, con tenerezza umana e comprensione che aveva del divino portò quella donna a scoprire una presenza nuova che frantumava tutti i suoi schemi. Le aveva rivelato Cristo.

ARIAS

10 dicembre 2008

"CAMMINANDO"







E allora solo lo Spirito è capace — secondo il discorso fatto a Nicodemo — di offrire all’uomo
la possibilità di una nuova nascita. Ma non è chiaro ogni giorno di più alla nostra teologia che lo Spirito opera per mezzo nostro? Oggi suona a vuoto la frase biblica: « Siamo templi di Dio ». Ma forziamo l’immagine e afferriamo la realtà: « L’amore è in noi, è nostro, siamo noi ». Per questo oggi dopo l’incarnazione è ogni uomo che deve rivelare Cristo al suo fratello. Se l’uomo moderno sente l’esigenza della concretezza, del positivo, di ciò che è palpabile, noi abbiamo la possibilità di rivelarglielo per mezzo di questo nostro Cristo fisico. L’uomo moderno può palpare Cristo, udire la sua voce, sentirsi bruciare della sua carità per mezzo tuo e mio.

Se l’uomo di oggi, come quello di ieri e di domani ha bisogno di farsi piccolo, di nascere di nuovo per incontrare Cristo, sarà soltanto il nostro amore che potrà ottenere questa metamorfosi dello spirito. Per questo sono convinto che l’epifania di Cristo al mondo moderno oggi più che mai passa attraverso le strade di Emmaus. Per questo sono convinto che i Magi riconobbero Cristo, non tanto per il bambino, che era un fagottino di carne come tanti altri bambini, quanto dagli occhi di Maria e di Giuseppe, dai loro gesti, dalla loro bontà evangelica, dalla loro fede allegra e povera. Furono loro che gli rivelarono che in quel bambino vibrava l’Eterno. Emmaus è la pagina evangelica più rispondente ai nostri tempi. Cristo, un uomo della strada che diventa compagno di viaggio, un uomo che entra in conversazione col suo prossimo affrontando l’argomento che più gli sta a cuore in quel momento e lo angoscia, un uomo che per ridare una speranza perduta ricorre non alla filosofia, non alla scienza umana, ma al libro della Vita, alla Parola del Creatore: « Spiegava loro tutte le Scritture » (Lc. 24, 27); un uomo che non si limitò a portare la Parola di Dio ma « spezzò il pane con loro e glielo porse » (Lc. 24, 30); un uomo che non solo gli diede il pane, ma glielo diede « in tal modo » che « si aprirono i loro occhi e lo riconobbero » (Lc. 24, 31), e « fece bruciare il loro cuore » di gioia (Lc. 24, 32).

So certamente che gli esegeti non si sono accordati sull’interpretazione di questo « modo » di spezzare il pane e so che alcuni pensano all’eucaristia. Però mi sono sempre chiesto perché Cristo spezzava il pane in un modo tale che lo distingueva dagli altri ebrei del suo tempo. Non si potrebbe forse attribuire al suo atteggiamento fraterno, alla sua bontà nuova nel dividere il suo, a quel certo « non so che » fatto di carità, di tenerezza, di maestà, uguale, ma diverso dagli altri uomini, quello che lo caratterizzava »?

Quando spiegava loro le Scritture « ardeva loro il cuore » e senza dubbio lo faceva come lo avrebbe potuto fare un qualsiasi altro dottore della Legge. Perché li faceva fremere? Perché un sacerdote proclamando la Parola lascia indifferente il Popolo di Dio e un altro con la stessa pagina biblica lo commuove? Perché un uomo dando a piene mani il suo denaro umilia, esaspera e genera odi, mentre il suo vicino dando soltanto il pane della sua povertà converte e consola? Il gesto materiale è lo’‘stesso. Però ciò che è diverso è il « modo ». Il primo fa il fratello più « grande », più « superbo »; il secondo lo avvicina, lo disarma, lo fa piccolo, gli scopre la dolce necessità di lasciarsi amare:

« Resta con noi » (Lc. 24, 29). Cristo creò in loro, uomini maturi e disincantati di fronte alla vita, la necessità di lui. Gli fece indovinare in lui, compagno di viaggio, la presenza misteriosa, ma reale di qualcosa che loro non avevano o avevano perduto, ma che nel fondo desideravano, cercavano, aspettavano, amavano: la speranza, la fratellanza, la Parola viva.




di ARIAS

04 dicembre 2008

I FALSI PROBLEMI


I falsi problemi sono quelli a cui ci affezioniamo di più. Usati come scudi, ci permettono di evitare le incognite che ci spaventano. Sei preoccupata all’idea di partire con delle persone che non conosci e allora, ecco le piante! Come faccio a lasciarle? Mia madre le adora. Se solo una morisse, per lei sarebbe un vero trauma. Verrei tanto volentieri, ma non posso...

Quante volte tutti noi ci aggrappiamo a scuse così! E meglio affrontare un finto obbligo che correre il rischio di una piccola libertà. Parlo con una certa cognizione di causa, perché anch’io ho un carattere estremamente timoroso e per anni e armi ho sofferto della “sindrome del falso problema”. Poi, un giorno, un’amica mi ha detto: «Ma perché vivi sempre con il freno a mano tirato?». Da quel momento, davanti ad ogni situazione, mi domando: Com’è il mio freno? E quando scopro che è tirato, lo abbasso subito.

Anche quando si comincia a parlare di trascendenza, si tende a tirare il freno. A onor del vero, sono poche le persone che sostengono, senza ombra di dubbio, che il cielo è vuoto. La maggior parte si barcamena tra affermazioni piuttosto vaghe. «Certo, qualcosa ci deve essere... il cielo è troppo grande per essere vuoto... e poi, sì è vero, guardando le stelle si prova sempre una grande emozione. . . » L’immagine che ne viene fuori è quella di un’entità perfettissima e distante, fredda e indifferente al suo stesso creato. «Il mondo va in malora e a Lui non importa niente di quanto ha creato. E allora perché mai a noi dovrebbe importare qualcosa di Lui? Ci ha offerto un grande spettacolo, con la natura, e questo è tutto. Un bravo orologiaio, un bravo ragioniere, d’accordo, ma le nostre vite di uomini, purtroppo, non hanno la precisione dei calcoli o quella degli orologi. Noi siamo imprevisto, fragilità, tragedia. Dov’è dunque il suo segno, la sua impronta? Non c’è. Per questo quaggiù siamo soli, pazzi con il nostro dolore.»

Quando con queste persone provi ad accennare all’esistenza di un’altra dimensione del trascendente — quella della rivelazione e della redenzione — immediatamente tirano il freno a mano, anzi ne tirano due, uno con ciascuna mano. «Detesto la Chiesa», dicono, «non sopporto i preti. Il Papa non fa altro che mettere limiti e divieti nelle nostre vite, perché mai dovremmo seguirlo? »

Ecco il falso problema. Perché il nucleo della rivelazione non riguarda la fedeltà a un’istituzione, bensì la conversione del cuore, il suo passaggio dallo stato di pietra a quello di carne. E dunque qualcosa che tocca, nella sua profondità, la vita di ogni essere umano. Non sono dunque cose da cattolici o da preti, da deboli o da creduloni, ma soltanto cose da uomini, da persone che vogliono stare su questa terra con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi, da esseri umani che amano vivere o che preferiscono sopravvivere.

Il cuore vivo discerne con sapienza e, grazie ad essa, introduce il dinamismo creativo nei suoi giorni. Il cuore di pietra predilige al contrario l’immobilità, il fatalismo.

(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

28 novembre 2008

La fede è un vestito?



Mi scrivi che la questione della fede ti fa venire in mente certi vestiti che hai comprato alle bancarelle dell’usato. A colpo d’occhio, presi nel mucchio, ti sembravano perfetti ma, una volta arrivata a casa, ti accorgevi che le mani che erano troppo lunghe, i fianchi stretti, il collo largo. La taglia, insomma, corrispondeva alla tua, ma quell’indumento era stato portato da un’altra persona e, col tempo, ne aveva preso le sembianze. Così, dici, veniamo al mondo e, prima ancora che i nostri occhi sappiano distinguere nitidamente le forme, veniamo ‘costretti” a una fede. Che ci piaccia o meno, crescendo dobbiamo continuare a battere quella strada. Forse è per questo che, a un certo punto, ci si accorge che il vestito ci sta stretto, la manica tira e, in vita, sarebbe meglio aggiungere un bottone. Insomma, ci si sente a disagio. Ma è possibile, è giusto coniugare la fede con il disagio? Ho visto molti accettano, ma io non me la sento.

Questa tua domanda mi rallegra perché manifesta quella sana inquietudine di cui abbiamo già parlato. Si può credere per via “ereditaria”, per consuetudine sociale? Certo che no. Non si può e non si deve. La fede è fermento, scompiglio, non certo accomodamento. Ognuno di noi ha un percorso da affrontare per giungere alla comprensione della Verità. E questo tragitto, spesso, è pieno di ostacoli, di cadute, di deviazioni, un pò come arrampicarsi su una parete di roccia senza appigli e senza imbracatura.

Quando avevo la tua età, anch’io invidiavo le persone che non sembravano mai sfiorate dal dubbio. Con il tempo ho capito che, dietro a questo atteggiamento, il più delle volte si nasconde una forma di debolezza, di pericolosa fragilità. Chi sì crede sempre nel giusto, infatti, tende a sentirsi superiore, si reputa in dovere di giudicare ed etichettare gli altri, ponendosi come modello da raggiungere.



(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

"Spogliò se stesso per servire"



27 novembre 2008

SI TRATTA DI UN PARTO





Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione. Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

Antonietta Potente

15 giugno 2008

"MA CHE LEGGE E' MAI QUESTA " atto secondo


…Nella religione all'uomo peccatore si pone come condizione il pentimento e la conversione, solo se ci sono queste condizioni viene concesso il perdono. Ebbene, Dio, attraverso il profeta Osea, fa comprendere che non è vero, Lui per primo perdona senza nessuna condizione e senza nessuna motivazione, eventualmente, come frutto di questo perdono incondizionato, che non umilia le persone, ci potrà essere la conversione. E’ il grande cambiamento dalla religione alla fede! Nella religione all'uomo peccatore è messa come condizione, per ottenere il perdono delle colpe, il pentimento e la conversione, nella fede il Padre mai perdona perché mai si sente offeso. Non c'è cosa più inutile che chiedere perdono a Dio per le proprie colpe. Nei vangeli Gesù non invita mai i peccatori a chiedere perdono a Dio, potete sfogliare tutti i vangeli e non troverete una sola volta l'invito di Gesù a chiedere perdono a Dio per le colpe, ma incessantemente troverete l’invito di perdonare le colpe degli altri. Chiedere perdono a Dio è inutile, perché Dio ci ha già perdonato o meglio, Dio mai ci perdona perché mai si sente offeso. Ricordate, prima della riforma liturgica, quando dovevamo recitare quella filastrocca senza senso chiamata "atto di dolore", nel triste rito della confessione? …Dio mi pento, mi dolgo, facciamo finta di dolersi…, che ti ho offeso infinitamente… Dio non si offende! Il peccato, afferma il concilio Vaticano II, non è un'offesa rivolta a Dio, ma è un limite che l'uomo mette alla sua crescita. Noi siamo destinati ad una crescita senza fine; il peccato che commettiamo è uno stop a questa crescita. Dio non si offende, Dio è amore e incessantemente comunica amore all'uomo, ecco perché Gesù non invita a chiedere perdono a Dio, ma insiste incessantemente di perdonare gli altri. Questo perdono che Dio concede gratuitamente, diventa efficace e operativo nell'uomo quando si traduce in altrettanto amore nei confronti dell'altro…



http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm



29 maggio 2008

MA CHE LEGGE E' MAI QUESTA?


Dal vangelo secondo Matteo

Cap. 5

[43] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [44] ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [45] perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [46] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [47] E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [48] Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.



Basti vedere come siano stati usati spesso due pesi e due misure. Qualche esempio? Il primo che viene in mente è il caso di Marco Ahniecovic, il giovane rom che alla guida di un furgone, ubriaco fradicio, falciò e uccise nell’aprile dell’anno scorso, in provincia di Ascoli Piceno, quattro ragazzi in motorino. Pena: sei anni e sei mesi. «Troppo poco!», urlarono rabbiosi i parenti delle vittime alla lettura della sentenza.

Verissimo: troppo poco. Ma cosa dovrebbero dire i parenti di Georg e Mariana Duta, i due turisti rumeni in vacanza con un gruppo di amici sulla Riviera del Brenta? Stavano attraversando sulle strisce pedonali la provinciale di Stra, la cittadina che ospita la celeberrima Villa Pisani, quando vennero travolti e uccisi dalla macchina di una italiana, Paola Castegnaro, che all’arrivo dei carabinieri (dai quali era già conosciuta come “tossica”) rivelò di essere sotto l’effetto degli stupefacenti. Era una poveretta dalla vita bruciata, al punto che un mese fa è stata uccisa da un’overdose. Pace all’anima sua. Che Dio abbia avuto pietà di lei e della sua esistenza disperata è probabile. Meno comprensibile, però, è che il giudice l’avesse condannata a 22 mesi. Undici per ognuno dei due turisti rumeni uccisi. Senza nessun titolone indignato.

Tema:

non sarebbe più facile spiegare agli immigrati il dovere di rispettare le nostre leggi se queste leggi venissero applicate con severità anche agli italiani?

Una risposta potrebbe darla Florian Placu, l’albanese incensurato e sposato con un’italiana che, accusato di tentato furto di una mucca, restò in carcere a san Vittore più mesi che Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, protagonisti dei crac Parmalat e Cirio, messi insieme. In fondo avevano solo rovinato decine di migliaia di risparmiatori...

di Gian Antonio Stella

Tratto da “sette” supplemento al “corriere della sera

11 maggio 2008

PACE COME PIENEZZA DI VITA

Dal vangelo secondo Giovanni (cap.20)

[19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». [20] Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. [21] Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». [22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;


Articolo

La paura, la radicalità evangelica non sempre sapientemente mediata, la lettura affrettata e semplicistica della realtà e altri fattori ancora possono inevitabilmente portare verso quella presunzione o falsa semplicità che fa passare sotto silenzio aspetti importanti e fondanti della “pace”, intesa in senso biblico.

Queste riflessioni non hanno e non vogliono aver la pretesa di essere esaustive in un tema così ricco di mistero. Vogliono semplicemente accostarsi a questo mistero per “ascoltare” la delicata e ferma voce del Maestro risorto che incontrando i suoi amici augura: “Pace a voi!”. Anzi, più precisamente dice (Gv 20,21):

«“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”».

È un saluto limpido, ricco. È il saluto del risorto che noi cercheremo di rileggere con un atteggiamento interiore globale che vuole, per quanto è possibile, dar spazio sia all’intelligenza della mente che alla sapienza dei cuore. Non faremo, pertanto, una lettura strettamente esegetica del testo, ma una lettura sapienziale che, servendosi dei dati della scienza, vuoi giungere al sapore spirituale del testo, non solo alla sua conoscenza.

Per questo motivo è giusto collocare nei suo contesto letterario esatto le parole di Gesù così come sono presentate dal vangelo di Giovanni (Gv 20.19-21):

«Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”».

Ora possiamo incominciare la nostra riflessione che prende avvio da un semplice rilievo: nel testo giovanneo si può notare come l’evangelista riporti due volte il saluto di Gesù “pace a voi”. In un testo letterario così breve si tratta di soli tre versetti una tale insistenza è certamente indicativa di una volontà: il saluto di Gesù non è un saluto comune come poteva essere il saluto di un ebreo a un suo correligionario. E qualche cosa di più, di diverso, di più ricco.

2. Lo shalom nel mondo biblico

Quando un ebreo incontrava (e incontra) un altro ebreo, lo salutava dicendo: Shalom lekà (Pace a te). Se invece incontrava (o incontra) una donna ebrea, diceva: Shalom lek (Pace a te). Vediamo brevemente questo saluto e cerchiamo di entrare dentro al genio della lingua che lo esprime.

La differenza tra lekà e lek non ha molta rilevanza: è dovuta al semplice fatto che in ebraico il pronome personale di seconda persona viene distinto in maschile e femminile come in italiano capita per la terza persona dello stesso pronome.

La traduzione di shalom con “pace”, invece, non sarebbe esatta: tale modo di tradurre ha una lunga tradizione, ma non per questo l’equivalenza tra shalom e “pace” è corretta. Il termine shalom, infatti, già per se stesso copre una vasta area di significati che nelle nostre lingue occidentali viene occupata da più vocaboli. A questa ricchezza di senso va aggiunto un altro dato da non trascurare: il termine shalom acquista nuove valenze di significato a seconda della persona che lo pronuncia. In bocca a un guerriero il vocabolo ha un significato ben diverso da quello che assume in un discorso tra amici o in un discorso ufficiale del re. In bocca a Gesù risorto, poi, il senso cambia ancora e in forma radicale.

4. Lo shalom di Gesù risorto

Il saluto di Gesù ai suoi non è un semplice “saluto”. Abbiamo, infatti, già visto come il vocabolo shalom prenda significato non solo dal contesto, ma anche dalla persona che lo pronuncia. Non possiamo quindi considerare il saluto di Gesù alla stregua di un saluto che un uomo fa nei confronti di altri uomini. Si tratta del saluto del “risorto” verso i suoi discepoli. L’augurio che egli intende donare ai suoi è l’augurio di colui che “sperimenta” lo shalom come risorto. Se teniamo, poi, presente che la realizzazione di Gesù è compiere la volontà del Padre e se teniamo presente che Egli l’ha compiuta fino in fondo, il saluto di Gesù non è solo un “augurio”, ma è anche il “dono” ai suoi discepoli di potersi “realizzare” come Lui si è realizzato, secondo cioè la volontà del Padre.

Di Renato de Zan.

08 maggio 2008

LO SPIRITO "SCENDE" O "SALE"

Dal vangelo secondo Giovanni cap. 14

[15] Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. [16] Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, [17] lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Per l’identificazione con Gesù, i comandamenti perdono ogni carattere di imposizione: sono le esigenze dell’amore. Compierle significa essere come lui, e a questo conduce spontaneamente la forza interiore dello Spirito. Non si tratta dell’obbedienza dei discepoli a norme esterne, ma della espansione interiore della loro sintonia con Gesù.

Se Gesù conserva il termine « comandamento» per designare tale realtà, è soltanto per opporre la sua norma di vita ai comandamenti della Legge antica, che vengono superati; per i suoi discepoli valgono soltanto i suoi. La stessa enfasi della costruzione: i comandamenti miei, in luogo de i miei comandamenti, indica l’opposizione a quelli della Legge di Mosè.

Dopo aver esposto il comandamento nuovo (13, 34), Gesù parla dei « suoi comandamenti » (14, 15.21; 15, 10); il comandamento nuovo creava la solidarietà dell’amore nella quale sono presenti Gesù e il Padre (13, 17; 17, 21 Lett.); è in base a tale solidarietà che si esercita l’amore per l’umanità, con la realizzazione delle opere di Dio (9, 3s): esse sono il contenuto dei comandamenti di Gesù. Questi non vengono mai enumerati né formulati: come le « esigenze » (15, 7; 17, 8), sono la risposta dell’amore alla necessità dell’uomo in ogni circostanza. « Comandamenti », « esigenze» e « parole » designano le varie traduzioni pratiche di questo messaggio d’amore (14,23.24).

Così come « il peccato », costitutivo della solidarietà per fare il male (« il mondo »), sfociava nei « peccati » o ingiustizie contro l’uomo, parallelamente « il comandamento », costitutivo della solidarietà per l’amore (la comunità di Gesù), si dispiega nei « comandamenti », che prescrivono l’attività a favore dell’uomo.

« Il comandamento nuovo » è prototipo di tutti gli altri: l’identificazione con Gesù attraverso un amore per i fratelli simile al suo (13, 34) — che lo rende presente nella comunità (13, 17 Lett.) — porta in sé l’esigenza dell’amore per tutti gli uomini, così come egli li ha amati.

16-17a «io, a mia volta, pregherò il Padre, e vi darà un altro soccorritore che stia con voi sempre, lo Spirito della verità ».

Gesù esercita un’attività mediatrice presso il Padre per la comunicazione dello Spirito ai suoi. È una mediazione futura, esercitata dalla sua nuova condizione presso il Padre, una mediazione necessaria. La comunità riceve lo Spirito soltanto attraverso Gesù.

Il termine « soccorritore », applicato allo Spirito, significa Colui che aiuta in qualunque circostanza. Di fatto ha un duplice ruolo: all’interno della comunità, mantenere vivo e interpretare il messaggio di Gesù (14,26); nel confronto tra comunità e mondo, dare sicurezza ai discepoli e guidarli interpretando loro gli avvenimenti (16,7-15).

Lo Spirito sarà un altro soccorritore. Finché è stato con i suoi, Gesù li ha istruiti e protetti (17, 12). D’ora in poi sarà lo Spirito il loro permanente soccorritore. È lo Spirito della verità, in quanto è la verità e la comunica. L’ambivalenza del termine, greco (alétheia): verità, lealtà (cfr. nota), mette la verità in connessione con l’amore. È la verità Dio, in quanto è e manifesta la forza del suo amore, e la verità sull’uomo, perché l’amore è a vita comunicata, che fa conoscere all’uomo il progetto di Dio su di lui e lo mette in condizione di realizzarlo. Essendo lo Spirito della verità è anche lo Spirito della libertà, perché la verità rende liberi (8, 3 1-32); egli continuerà il processo di liberazione. Gesù è la verità (14, 6), e lo Spirito la forza della verità. Essendo esperienza di vita, dà la sensibilità per distinguere ciò che è vita e ciò che è morte.


http://www.studibiblici.it/homepage.htm


http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm

07 maggio 2008

A CASA NOSTRA "SUCCEDE ANCHE QUESTO"

Siamo un gruppo clown, giovani e meno giovani, persone che hanno scelto di regalare un po' del loro tempo liberato. Un sorriso, poche e semplici parole, un abbraccio, è ciò che portiamo negli ospedali di Vicenza, Arzignano e Thiene.


A ridere si rischia di apparire pazzi,

A piangere si rischia di apparire sentimentali,

A cercare gli altri si rischia di rimanere coinvolti,

Ad esprimere i propri sentimenti si rischia

di essere respinti,

Ad esporre i propri sogni di fronte a tutti

si rischia il ridicolo,

Ad amare si rischia di non essere corrisposti.

Ma bisogna saper correre dei rischi

perché il rischio più grande nella vita è

non rischiare nulla.

Quelli che non rischiano nulla,

non fanno nulla,

non hanno nulla,

non sono nulla!

È possibile che evitino di soffrire,

ma non possono imparare,

sentire, cambiare, crescere o amare.

Solo chi rischia è libero.”

Noi clown di corsia di

Vip Vicenza abbiamo scelto

Di rischiare!

E tu?



Questo è stato lo spirito della festa clown vissuta insieme domenica 30 marzo a Thiene, accolti ed ospitati dai frati cappuccini, ormai nostri compagni di viaggio, fedeli amici che ci stanno aiutando a costruire storia e a scrivere Parola di Dio nella nostra vita.

La festa è cominciata con la S. Messa, celebrata da fra Lanfranco.

Tutti coloratissimi con camice e naso rosso, seduti attorno all'altare abbiamo potuto fare festa insieme e testimoniare la gioia del vivere in positivo.

Tutti quei camici colorati, fantasiosi, ricchi di favole, carichi di storie di vita, di sorrisi, di abbracci, di lacrime, di stanze di ospedale… tutti quei nasi rossi… volevano essere un messaggio di fede, speranza e amore. La gioia è stata grande quando fra Lanfranco ha invitato tutti i presenti a darsi un segno di pace “con un vero sorriso gioioso”, e poi indossando il naso rosso ha dato la benedizione finale, una vera benedizione di speranza e gioia.

C'è stata offerta questa opportunità … ed abbiamo saputo coglierla!

29 marzo 2008

ANGELI


Ciao utente del
blog…come stai?
Tutto bene?

Il 14-15-1
6 marzo noi della fraternità di Thiene e alcuni amici ci siamo “ritirati” in una baita di montagna per vivere tre giorni di fraternità, riflettendo,giocando,scherzando e per ascoltare noi stessi e gli altri …Punto di partenza del nostro confrontarci sono state alcune domande posteci da fr.Paolo: Ci rendiamo conto che la nostra storia è Parola di Dio? Ci rendiamo conto che la nostra vita non è solo nostra e non è fine a se stessa? Stiamo scrivendo Parola di Dio nella nostra vita?

Dopo aver riflettuto ci siamo ritrovati e la nostra condivisione è cominciata con le parole di Francesca che ci ha fatto presente la sua difficoltà, ma non solo sua, di trovare (vedere) Dio nelle situazioni di sofferenza e ci ha portato l’esempio di un uomo che ingiustamente accusato si suicida perché questa ingiusta accusa gli aveva rovinato la vita. Come è possibile vedere segni di amore, speranza in queste situazioni? Che fatica vedere luce quando si soffre! Paolo allora ci ha proposto il parallelo della storia di Giobbe, uno “sfigato” diremo noi che lebbroso si trova ad essere “consigliato” dagli amici i quali però non sono partecipi con lui della sua sofferenza, ma rimangono distaccati,lontani, senza entrare nella sua esperienza di dolore. Qualcosa di simile potrebbe accadere anche a noi;non sempre incontriamo persone disposte a sedersi accanto a noi per ascoltarci ed anche se le troviamo comunque alla fine ciò non cancella il nostro stato di dolore: è la nostra vita,noi, in prima persona siamo chiamati a viverla, a scegliere e quindi a plasmare la nostra esistenza. Un po’ come il Vangelo, che non dà soluzioni ai nostri problemi ma che possiamo considerare come una sorta di libretto di istruzioni lasciato ad una comunità, che deve poi interrogarsi e ricercare giorno dopo giorno, soluzioni concrete ai problemi della vita reale,attraverso il confronto e il dialogo . Riguardo all’esempio che aveva portato Francesca, dopo aver discusso e condiviso siamo giunti alla conclusione che alla fine siamo noi ad essere chiamati a scegliere come vivere ogni situazione, esperienza della nostra vita; possiamo vivere in modo passivo facendoci travolgere da quello che ci capita, lamentandoci e piangendo su noi stessi, oppure possiamo scegliere di essere attivi, mettendoci in gioco fino in fondo anche con fatica.

Da qui facendoci guidare da Paolo e attraverso le ulteriori riflessioni di alcuni di noi abbiamo capito che noi siamo parola di Dio nella misura in cui, memori del nostro passato e quindi arricchiti di ciò che abbiamo già vissuto, scegliamo come vivere il presente consapevoli del fatto che le scelte del presente “preparano”, “condizionano” , plasmano già il nostro futuro.

Sabato pomeriggio abbiamo guardato il film "Una impresa da Dio" che ci ha permesso di capire una cosa molto importante: quando noi preghiamo Dio perché ci dia la pazienza, l’amore in famiglia ecc.. Dio non ci dà la pazienza, l’amore in famiglia ecc.. ma piuttosto ci offre le occasioni per scegliere di vivere in prima persona quello che gli chiediamo.

Sono stati dei bei giorni vissuti in compagnia con gioia, spensieratezza, umorismo e libertà all’insegna della fraternità in cui ognuno ha condiviso parte della sua persona, parte della sua vita , cosa che al giorno d’oggi non è sempre possibile fare e non ci riesce cosi facile per mille motivi.

Alla prossima.






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08 marzo 2008

Una vita che non muore


Se interpretiamo i Vangeli alla lettera, quelle che ha compiuto Gesù non possono essere chiamate "resurrezioni" ma "rianimazioni": per "resurrezione" si intende il passaggio definitivo da una condizione di vita mortale a una immortale.

Ebbene, Gesù le persone che ha resuscitato non le ha trasferite in un mondo immortale, le ha rianimate: sono dei cadaveri rianimati che poi dopo saranno morti nuovamente, e ci si chiede a questo punto che servizio Gesù gli abbia fatto. Già erano morte, passate attraverso l’esperienza della morte: Gesù le rianima e costoro sanno che dovranno ancora passare attraverso l'esperienza della morte.

Se noi interpretiamo il Vangelo alla lettera, sono delle rianimazioni di cadaveri e non delle resurrezioni: a meno che l'evangelista non intenda trasmettere degli episodi di cronaca, cioè degli episodi che appartengono alla storia, ma delle profonde verità che vengono trasmesse attraverso una narrazione per renderle più comprensibili. È questa la linea interpretativa che noi scegliamo per commentare il brano di Lazzaro…

… "Chi crede in me, anche se muore, vivrà"". Gesù dice che Lazzaro, che ha creduto in lui, anche se adesso lo vedono morto e lo piangono come un cadavere continua a vivere.

Quindi alla comunità che piange un componente morto, Gesù dice che coloro che gli hanno dato adesione - , credere significa dare adesione a Gesù -, anche se muoiono continuano a vivere,: questo è il primo aspetto fondamentale.

L’altro, "chiunque vive e crede in me, non morirà mai": sono i due aspetti, a. Alla comunità che piange qui un cadavere Gesù dice,: se questa persona mi ha dato adesione, se questa persona ha fatto della sua vita un dono d’amore per gli altri, anche se voi adesso vedete la parte biologica morta, lui continua la sua esistenza, m. Ma a voi che siete vivi: chi vive e crede in me, non morirete mai.

Gesù ci assicura che non faremo l'esperienza della morte,: avverrà, come dicevamo, che tutti i miliardi di cellule che compongono la nostra esistenza terminano il loro ciclo, ma queste cellule non sono il nostro io, il nostro essere, quindi questo corpo di ‘ciccia’ finisce, ma noi non facciamo questa esperienza, è. È questa la novità portata da Gesù che abbiamo cercato di vedere in questi nostri incontri,: Gesù non resuscita i morti, ma comunica ai vivi una vita capace di superare la soglia della morte,: per questo Paolo scrive: " noi che siamo già resuscitati" (cfr. Ef 2,6)…

… A meno che queste resurrezioni significhino non la rianimazione di un cadavere, che poi dopo un poco di tempo doveva tornare di nuovo a morire, ma il cambiamento di mentalità riguardo la morte. Non che cambiando mentalità i nostri cari stanno meglio: loro ci stanno già, siamo noi che stiamo male, fintanto che piangiamo i nostri come morti ci è impossibile sperimentarli come viventi. Accogliamo l’invito degli angeli alle donne: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" (Lc 24,5): quindi dobbiamo cambiare completamente mentalità nei riguardi della morte. Fintanto che continuiamo con l’ossessione della tomba, del cimitero, noi non riusciamo a comprendere che la persona non sta lì: i nostri cari morti non stanno né nel buio dei sepolcri né nell’alto dei cieli svolazzanti, ma continuano la loro esistenza nella sfera del Padre, cioè nella sfera della vita e dell’amore, la stessa nella quale se vogliamo siamo inseriti pure noi…


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21 febbraio 2008

La samaritana al pozzo: "una fede così"


Nell’episodio non si processa una donna inquieta, ma si denuncia l’infedeltà della Samarìa.

Per poter accogliere il dono d’amore di Dio, Gesù invita donna a rompere con le altre divinità, che promettono una felicità che non possono donare («Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora», Os 2,9).

La donna, compreso che quel che Gesù le sta dicendo non riguarda la sua vita privata ma il rapporto con Dio, va subito al nodo della questione:

«Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

La Samaritana crede che la relazione con Dio sia favorita dal culto in un determinato santuario e ora che è disposta a tornare al vero Dio vuol sapere dove trovano. Ma Gesù dichiara finita l’epoca dei santuari:

«Credimi, donna, è giunta l’ora in cui non si darà culto al Padre né su questo monte né a Gerusalemme».

Se il dio della religione necessita di un tempio e di un culto, il Padre, per esser tale, ha bisogno di figli che gli assomiglino.

L’assomiglianza al suo amore è l’unico culto che il Padre richiede.

Alla donna che desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio, Gesù risponde che è Dio che si offre a lei, donandole la sua stessa capacità d’amare.

Il Signore non si aspetta doni dagli uomini, ma egli si fa dono per loro, perché

«il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa»

(At 17,24-25).

È questo il clamoroso annuncio di cui si fa portavoce la donna, invitando i samaritani ad andare a «vedere un uomo... ».

Gesù, che ha abbattuto le barriere religiose e nazionalistiche, non è più visto come un «giudeo», ma come un uomo.

E la nuova epoca senza santuari da lui inaugurata rende la sua missione universale, consentendo anche agli eretici, gli scomunicati samaritani, di accogliere «il salvatore del mondo».

Tratto da: “come leggere il vangelo” di Alberto Maggi

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Search&testo=fra+alberto+maggi&tipo=testo

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02 febbraio 2008

BEATI VOI!


Le beatitudini degli afflitti e dei diseredati vengono poi riassunte dall’evangelista in una terza beatitudine. C’è tutto uno schema con il quale l’evangelista costruisce le beatitudini, e la successiva è:

“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, o letteralmente “Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché questi saranno saziati”.

L’evangelista ha presentato 2 situazioni di ingiustizia (gli afflitti, e i diseredati), e le riassume in una terza beatitudine.

Quelli che ne fanno una questione vitale di riportare dignità a chi dignità non ce l’ha, quelli che fanno una questione vitale di liberare dall’oppressione gli oppressi, ebbene questi - assicura Gesù – in questa comunità (perché tutto dipende dalla prima beatitudine) in una comunità di gente che ha rinunciato all’ambizione, dall’avere di più, dall’arricchire, dall’essere di più degli altri ed ha capito che la felicità non consiste in quello che si ha, ma in quello che si dà, saranno felici qui pienamente su questa terra.

E ce lo dice pure, oltre la beatitudine, una frase di Gesù negli Atti degli Apostoli, che purtroppo è sempre stata trasmessa senza il risalto che merita. Gesù dice: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, ecco qui la felicità.

Molti non sono felici perché pensano che la felicità consiste in ciò che gli altri devono fare per noi. Allora rimani sempre deluso perché gli altri non possono sapere ciò che lui aspetta, ciò che lui desidera e ciò che lui spera.

Chi pensa che la sua felicità dipenda da quello che gli altri devono fare per lui rimane sempre deluso.

Allora Gesù dice: no, la felicità non consiste in ciò che gli altri faranno per te, in ciò che riceverai, ma in ciò che tu donerai. Allora la felicità è piena immediata e totale, la felicità consiste in ciò che si fa per gli altri; se io non so quello che gli altri possono fare per me, so ciò che io posso fare per gli altri.

Quindi l’invito di Gesù è per la pienezza della felicità, e se c’è una comunità che si occupa della felicità degli altri, in questa comunità quelli che fanno una questione vitale fame e sete di questa giustizia, saranno pienamente saziati (e qui bisognerebbe tradurre con un verbo italiano ormai un po’ in disuso, perché il termine che usa l’evangelista è il verbo satollo che si usa per gli animali che mangiano sino a scoppiare, e si potrebbe dire satolli): cioè gli affamati e gli assetati, saranno saziati sino a scoppiare.

Ed è importante che questo verbo, essere satolli, essere sazi, l’evangelista lo riporta in un episodio importante: quello della condivisione dei pani e dei pesci dove quelli che mangiarono furono satolli (Mt 14,20). L’evangelista con questa tecnica letteraria (adoperando questo verbo solo in questi due episodi) ci fa comprendere che si sazia la propria fame e sete di giustizia, saziando la fame fisica degli altri, ma sopratutto Gesù garantisce che all’interno della sua comunità non ci sarà nessuna forma di ingiustizia, ogni forma di ingiustizia sarà messa fuori dalla porta.

http://www.studibiblici.it/homepage.htm


Testo tratto dal commento sulle beatitudini

di Alberto Maggi

Testo non rivisto dall’autore


Per attività e proposte

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18 gennaio 2008

L'UOMO "FRAGILE"


«L’educazione che abbiamo ricevuto in passato — e soprattutto quella che viene impartita oggi», spiega Vittorino Andreoli, «ha sempre posto l’accento sulla necessità di essere degli uomini (e delle donne) forti.

In un mondo in cui conta il successo e il raggiungimento della fama il più presto possibile, l’imperativo è avere grinta, o per lo meno mostrare di possederla. Così ognuno ha finito (e finisce ancora) per tenersi dentro un io fragilissimo, nascosto con altre “vergogne” nel profondo di sé. Ecco: io credo che questo modo di educare e di vedere l’uomo sia decisamente sbagliato».

In che senso?

«Perché in realtà, l’adulto è fragile e pieno di paure (come e più del bambino e dell’adolescente).

Si pensi alle crisi di coppia, alle relazioni che si spezzano; si pensi ai padri che temono i figli, agli insegnanti che ogni giorno a scuola hanno paura di venir aggrediti dagli studenti.

Non solo: oggi l’adulto vive nell’angoscia di perdere il proprio status e di dover rinunciare a ciò che ha conquistato finora. Così il suo sguardo si rivolge al basso e non più all’alto, teme cioè di scendere qualche gradino della scala sociale, e questo complica tutto. Perché un conto è guardare in su, voler salire, obiettivo che porta ad aver coraggio, a rischiare, a tirare fuori idee, un altro è guardare in giù: quando si ha paura di perdere qualcosa non si dice più nulla, e piuttosto che presentare un’idea che potrebbe essere buona, ma anche essere bocciata, si preferisce tacere».

Intervista a Vittorio Andreoli tratta da “magazine” supplemento al “Corriere della sera”



http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorino_Andreoli

13 gennaio 2008

RELAZIONE E’: ASCOLTARE



Proviamo per una volta a non fare un’analisi di quello che ci succede attorno. Proviamo per una volta a non chiederci come vivono gli altri. Proviamo per una volta a non fermarci nelle analisi di quello che non va fuori della porta di casa nostra. Proviamo per una volta a non domandarci come i giovani vivono le relazioni…

Proviamo per una volta a chiederci: e io?


Il dizionario Devoto-Oli definisce così la parola “ascoltare”: «Trattenersi volontariamente e attentamente a udire, prestare la propria attenzione o partecipazione a qualcuno o qualcosa in quanto informazione o motivo di riflessione». Certo... non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo merita di essere capito e approfondito. Ma ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo. Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire (e di essere ascoltati) se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione” – e anche riflettere.

Quando si parla di relazione il rischio è quello di fermarci alla comunicazione. L’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare. Questo è vero in qualsiasi forma di relazione, anche se apparentemente non è un dialogo. Mentre scrivo queste righe sto cercando di “ascoltare” – per immaginare che cosa penserà chi legge, per ricordare ciò che ho imparato da chi ha letto altre cose che ho scritto e mi ha aiutato a renderle più chiare.

Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni.

Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”. Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro…

Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi.

In una buona relazione la capacità di ascoltare è fondamentale e molto spesso noi, come molte persone, sentiamo quello che accade ma non ci tocca, ci è estraneo.

Rispondere in pieno alla nostra vocazione di uomini e di conseguenza di figli di Dio, significa usare di questo talento che “vive” in noi; significa che se ci mettiamo in ascolto, possiamo far vivere a chi ci sta di fronte, l’esperienza che Dio ci propone in continuazione: il suo amarci incondizionato, per quello che siamo, senza giudizio; significa che l’altro consegna a noi il suo vivere, il suo dolore, la sua gioia, le sue preoccupazioni, le sue soddisfazioni… e noi partecipiamo alla sua vita, portiamo con lui ciò che potrebbe affaticarlo, condividiamo ciò che lo rende felice…

Tu vuoi essere una persona che ascolta?



fra Paolo



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11 gennaio 2008

"SE NON CAPITE QUESTA PARABOLA"





25-26-27 Gennaio 2008

“SE NON CAPITE QUESTA PARABOLA”

Esegesi sulle parabole dei Vangeli.

con fra Alberto Maggi o.s.m.





Fraternità di accoglienza vocazionale dei frati minori cappuccini

Via p.Leopoldo, n.5 cap.36016 Thiene (VI) tel. 0445/368545

fra Paolo Bertoncello cel. 349 4309001

e-mail: paolo.bertoncello@fraticappuccini.it



http://www.studibiblici.it/homepage.htm


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03 gennaio 2008

"NON CI SONO PIU' VALORI"





«Non ci sono più valori» è una frase che si sente ripetere in continuazione anche in tv. Non è vero. La nostra società ha un grande corpo centrale di valori condivisi da tutti, come l'amore, l'amicizia, la generosità, il coraggio, la solidarietà sociale, la giustizia, la pace, la libertà di parola, di stampa, di culto, il sapere scientifico, le libere elezioni, la cura dei vecchi, dei malati, dei bambini, l'uguaglianza di uomini e donne, il rispetto per gli animali e della natura. Inoltre è un valore che la gente non sia armata, non compia vendette sanguinose, non siano ammesse la pena di morte e la tortura. Tutti condannano l'assassinio, lo stupro, il furto, l'inganno, il plagio, il bullismo. Certo, vi è gente che questi valori non li rispetta; in tutte le società ci sono i delinquenti, i maleducati, i ribelli e chi li protegge. Però nel nostro Paese, accanto a questo corpo di valori condivisi, vi sono anche delle differenze e le principali fanno capo a due grandi tradizioni culturali. La prima è la tradizione cattolica. Coloro che vi appartengono ritengono un valore la castità prematrimoniale, l'amore e l'indissolubilità del matrimonio, la fedeltà coniugale, avere dei figli, la maternità e la paternità, mentre sono contrari all'aborto, alla prostituzione, all’eutanasia, alla manipolazione genetica non terapeutica. Condannano l'avidità di denaro, la libertà sessuale e le droghe. Rigorosi sui principi, lo sono meno nella pratica perché la morale cattolica non ha mai negato di essere difficilmente realizzabile nella sua interezza. All'opposto troviamo coloro che appartengono alla tradizione illuminista e scientista, per cui l'uomo è libero di fare di sé ciò che vuole. Essi sono favorevoli a qualsiasi espressione della propria sessualità, al divorzio, a tutte le forme di convivenza e di matrimonio, all’eliminazione della designazione di padre e madre, all'aborto, a molte droghe, all'eutanasia e alla sperimentazione genetica. Alcuni anche all'incesto e alla pedofilia. Ovviamente con tutte le sfumature intermedie. La corrente illuminista, antireligiosa e scientista è stata dominante nelle élite che hanno fatto il Risorgimento, ma poi ha perso vigore nel periodo fascista e in quello democristiano dove anche i comunisti erano prudenti. Ha ripreso forza negli ultimi tempi, e oggi assistiamo a un violento scontro fra credenti e non credenti, cattolici e anticattolici. E' questo conflitto che dà l'impressione che «non ci siano più valori».

Di Francesco Alberoni 21 maggio 2007