29 maggio 2008

MA CHE LEGGE E' MAI QUESTA?


Dal vangelo secondo Matteo

Cap. 5

[43] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [44] ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [45] perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [46] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [47] E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [48] Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.



Basti vedere come siano stati usati spesso due pesi e due misure. Qualche esempio? Il primo che viene in mente è il caso di Marco Ahniecovic, il giovane rom che alla guida di un furgone, ubriaco fradicio, falciò e uccise nell’aprile dell’anno scorso, in provincia di Ascoli Piceno, quattro ragazzi in motorino. Pena: sei anni e sei mesi. «Troppo poco!», urlarono rabbiosi i parenti delle vittime alla lettura della sentenza.

Verissimo: troppo poco. Ma cosa dovrebbero dire i parenti di Georg e Mariana Duta, i due turisti rumeni in vacanza con un gruppo di amici sulla Riviera del Brenta? Stavano attraversando sulle strisce pedonali la provinciale di Stra, la cittadina che ospita la celeberrima Villa Pisani, quando vennero travolti e uccisi dalla macchina di una italiana, Paola Castegnaro, che all’arrivo dei carabinieri (dai quali era già conosciuta come “tossica”) rivelò di essere sotto l’effetto degli stupefacenti. Era una poveretta dalla vita bruciata, al punto che un mese fa è stata uccisa da un’overdose. Pace all’anima sua. Che Dio abbia avuto pietà di lei e della sua esistenza disperata è probabile. Meno comprensibile, però, è che il giudice l’avesse condannata a 22 mesi. Undici per ognuno dei due turisti rumeni uccisi. Senza nessun titolone indignato.

Tema:

non sarebbe più facile spiegare agli immigrati il dovere di rispettare le nostre leggi se queste leggi venissero applicate con severità anche agli italiani?

Una risposta potrebbe darla Florian Placu, l’albanese incensurato e sposato con un’italiana che, accusato di tentato furto di una mucca, restò in carcere a san Vittore più mesi che Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, protagonisti dei crac Parmalat e Cirio, messi insieme. In fondo avevano solo rovinato decine di migliaia di risparmiatori...

di Gian Antonio Stella

Tratto da “sette” supplemento al “corriere della sera

9 commenti:

  1. Anonimo15:47

    La "buona battaglia" adesso tocca a noi

    Avvenire, 8 giugno 2008

    La storia ormai bimillenaria della presenza del cristianesimo in Italia ci porta a volte a dimenticare le vicende della sua prima diffusione, quel prodigioso dilatarsi della buona notizia del Signore Gesù morto e risorto, a partire da Gerusalemme e dalla Galilea fino al cuore dell’impero romano. Così diamo giustamente per scontate la radici cristiane del nostro continente e riconosciamo senza eccessiva fatica il contributo determinante che la fede cristiana e il comportamento quotidiano dei discepoli di Gesù di Nazaret hanno offerto nel corso dei secoli all’edificarsi e al definirsi del continente europeo. Ma siamo tentati di dimenticare i primi passi di questa “corsa della Parola di Dio”, rimuoviamo più o meno inconsciamente il dato che intere regioni del bacino del Mediterraneo, che avevano conosciuto e abbracciato la fede cristiana nell’età apostolica, si ritrovano oggi con sparute presenze cristiane, legate a rare vestigia di un passato che appare non più riproponibile ai nostri giorni. Che ne è delle sette chiese dell’Apocalisse o della Tarso nativa di Paolo; cosa resta di Antiochia, sede della prima cattedra petrina, o dei luoghi dei primi concilii ecumenici come Nicea e Calcedonia; dov’è il pullulare di fervore cristiano, di dibattito teologico, di presenze monastiche che caratterizzavano la Cappadocia? E ancora, come vivono le più o meno esigue minoranze cristiane nella regione di Damasco, testimone della rivelazione del Signore Gesù al fariseo Saulo, o nelle agostiniane Ippona e Tagaste, o in quella prodigiosa Alessandria, dove la sapienza di Origene si era innestata nella ricchezza culturale di una città che aveva dato la versione greca dell’Antico Testamento e custodito il patrimonio di una biblioteca ineguagliabile?


    Sì, in quella a volte stanca consuetudine con cui ci diciamo e sentiamo appartenenti a una terra “cristiana”, finiamo per scordarci che nulla di tutto ciò è scontato, che non vi è nessuna garanzia che le vicende storiche che hanno segnato quanti ci hanno preceduto nel cammino della fede non possano ripetersi anche ai nostri giorni o in quelli delle generazioni che verranno. Davvero la trasmissione della fede riposa sulla fragile testimonianza di uomini e donne semplici, guidati dallo Spirito e alimentati dal cibo della Parola e dell’eucarestia, ma anche esposti ai rovesci di eventi più grandi di loro: l’esile filo rosso tessuto da quanti hanno camminato dietro a Gesù sulle strade di Galilea e poi dipanatosi negli scritti neotestamentari e giunto fino a noi è affidato alle mani e al cuore di generazioni di cristiani “ordinari”, di eroi del quotidiano, di oscuri testimoni della speranza. Ripercorrere il cammino apostolico compiuto dall’infaticabile san Paolo, nell’anno a lui dedicato, può significare allora riandare ai fondamenti della nostra fede e fare memoria non solo di questo “gigante” del pensiero e del vissuto cristiano, ma anche di quella miriadi di battezzati che ci ha preceduto e ora ci attendono, di quanti hanno saputo mostrare anche fino al martirio che vale la pena vivere e morire per Cristo.

    Commemorare, allora, non sarà banale nostalgia di una mitica stagione delle origini, né curiosità archeologica, ma autentica esperienza di fede, azione di grazie per quanto il Signore ci ha dato di vivere e di sperimentare: “la corsa della Parola” avviata da Paolo, la “buona battaglia”, la conservazione e la trasmissione della fede dipende anche da noi, qui e oggi, e dal nostro agire quotidiano teso a una conformità sempre maggiore al vivere e all’agire di Gesù, passato in mezzo agli uomini facendo il bene.

    Enzo Bianchi

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  2. Anonimo12:23

    Stranieri a noi stessi
    La Repubblica, 10 giugno 2008

    “Stranieri e pellegrini”, così l’autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell’Asia minore nel primo secolo dell’era cristiana. Termini che non mirano soltanto a indicare metaforicamente quanti “non hanno quaggiù una città stabile ma cercano quella futura” nei cieli, ma che tengono conto della reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci sorprendenti. Del resto, già l’Antico Testamento aveva usato il paradigma della stranierità e del peregrinare per plasmare l’identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta installato nella “terra promessa”, il popolo dovrà ripetere a se stesso e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa...” e agli stessi patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà la condizione di “stranieri e pellegrini sopra la terra”.


    Proprio il ricordo dell’essere stato “forestiero nel paese d’Egitto” – alimentato dal “fare memoria” religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra – determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell’antico oriente: “Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore”. Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall’asservimento al tempo e al lavoro costituito dall’astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso.

    E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell’ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l’asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l’angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraico-cristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l’irruzione dell’islam dobbiamo riconoscere che principi come quello dell’accoglienza, della solidarietà, dell’apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri “simili”, con la paura del diverso, con l’egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso.


    Ora, il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e nazioni si rivela quanto mai attuale nell’odierna società globalizzata, in cui il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti umani, l’opzione giuridica tra l’antico ius sanguinis e il più articolato ius soli, l’emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello sviluppo e dell’accoglienza, il mercato del lavoro e l’ingerenza umanitaria, il partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali... Davvero, cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell’ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull’orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire.


    In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l’ammonimento di Edmond Jabès: “La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi”. Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell’agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza. E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti le etiche laiche.
    Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori. Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché, come scriveva Michel de Certeau, “lo straniero è a un tempo l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”.

    Enzo Bianchi

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  3. Anonimo12:29

    La Repubblica, 10 giugno 2008
    ESSERE CLANDESTINO
    Gad Lerner

    Nello scompartimento del treno locale Genova-La Spezia entra ondeggiando col cartone di Tavernello in mano un vecchio freak scapigliato, la chitarra a tracolla e il cane bastardo al guinzaglio. “Da quando la moglie mi ha buttato fuori casa, basta libri, solo vino”, ironizza brillo e malinconico. E’ un tedesco di Essen, da anni residente a Chiavari se il divorzio non l’avesse sospinto a vagabondare per la Liguria. Dove trova ricovero la notte?
    Di colpo lo sbandato d’aspetto sessantottino si trasforma, furibondo. “Lo sai cosa mi dicono ai centri d’accoglienza? Rivolgiti all’ambasciata di Germania, mi dicono! Lì prendono solo quegli schifosi dei clandestini, sudamericani violenti, arabi parassiti. Con che diritto loro vengono a casa nostra? E invece guarda che roba: se non sei clandestino niente diritti. Ci vorrebbero di nuovo Hitler e Mussolini per fare pulizia”.
    In un attico confortevole della Milano-bene è invece la colf boliviana a compiacersi dei controlli di documenti avviati in questi giorni sui tram e nel metro. Che strano, lei è stata regolarizzata per il rotto della cuffia con l’ultima sanatoria, vive con un fidanzato e una sorella che lavorano ma privi di permesso di soggiorno. Eppure: “I nordafricani mi fanno paura, mi sta bene se la polizia ferma quei clandestini violenti, non sono neanche cristiani, ce ne sono troppi in via Padova sotto casa mia”.
    La nozione di clandestino è sdrucciolevole, ne trovi sempre uno da collocare al gradino sotto di te nella scala degli aventi diritto. Tanto più in un paese come l’Italia che non conosce ancora tempi certi e procedure trasparenti nell’acquisizione del permesso di soggiorno, figuriamoci della cittadinanza.
    Almeno tre o quattro volte sono stato clandestino anch’io nei quasi trent’anni passati da apolide fra il mio arrivo in Italia e la concessione del passaporto tricolore, più volte respinta, e giunta infine solo grazie al matrimonio. Chi ha fatto decine di ore di fila agli uffici stranieri delle questure, per poi magari scoprire che la pratica non avanza in quanto all’anagrafe gli hanno storpiato il nome straniero, e ha incrociato supplichevole lo sguardo di un funzionario esausto, sognandolo corruttibile con regalini da poco quando l’immigrazione non era ancora una baraonda…non si leva più quell’inquietudine di dosso.
    La limitazione vissuta nella libertà di movimento, la laboriosità o l’impossibilità dell’espatrio, lasceranno in chi le ha vissute il dubbio di restare comunque un irregolare, per una catena di circostanze non riparabili a seguito delle quali il destino ti ha relegato in serie B. La clandestinità dunque s’introietta, è un segreto esistenziale che affligge prima ancora di essere riconosciuto dai “regolari” che hai di fronte, e si manifesta in un riflesso condizionato: pensarsi sempre privo di diritti.
    Prima di diventare italiano consideravo dunque un privilegio, una concessione che l’Ordine dei Giornalisti mi lasciasse pubblicare articoli con un contratto impiegatizio, iscrivendomi a uno speciale “elenco stranieri” cui erano preclusi scatti di carriera e condivisione previdenziale.
    Festeggiai l’agognata cittadinanza, nel febbraio del 1986, affrontando con la protezione del passaporto italiano un viaggio lungo tutta la penisola travestito da immigrato senza casa e in cerca di lavori occasionali. “L’Espresso” ovviamente lo pubblicò col titolo: “Il clandestino. Dalla Sicilia alla Lombardia un nostro redattore si è messo nei panni di uno straniero immigrato. Ha vissuto l’umiliante ricerca del lavoro nero, le notti all’aperto. Ecco il suo diario”. Sono passati ventidue anni ma siamo ancora lì, alle prese con il clandestino che nel frattempo s’è generalizzato come incubo minaccioso. Già da un decennio facevo il giornalista ma fu solo alla fine di quel 1986, con apposito esame, che la corporazione mi accolse come professionista in quanto connazionale. E consentì perfino la promozione a inviato.
    La nozione di clandestino nel corso di questi ventidue anni ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio stigma. Un marchio consolidato nella relazione quotidiana che sperimentiamo tra il virtuale e il reale. La tv ci mostra con intenti compassionevoli le vite di scarto rinchiuse nei campi profughi delle varie povertà mondiali; poi quegli stessi occhi scuri li troviamo che ci scrutano sui bus o per strada, nelle immediate vicinanze di casa nostra. Il derelitto assume così oggettivamente una pericolosità che prescinde dalle sue buone o cattive intenzioni. Anzi, è proprio mettendoci nei suoi panni che dubitiamo lui possa relazionarsi con noi serenamente visto ciò che irreparabilmente ci divide: non tanto l’identità, l’appartenenza comunitaria, ma la titolarità o meno di un diritto all’inclusione.
    Luigi Manconi denuncia giustamente quanto sia grossolana l’equazione immigrato-clandestino-criminale, in seguito alla quale si dimentica che quasi sempre il cittadino straniero irregolare è entrato con visto turistico, o è titolare di un permesso scaduto, e dunque può semmai essere considerato responsabile di un illecito, e lungi dall’essere pericoloso svolge un’attività lavorativa. Ma non dobbiamo stupirci se lo stigma della clandestinità turba così prepotentemente il cittadino italiano, e induce i politici Pdl e Pd a fare a gara in tv su chi sia il più efficiente nel garantire l’”espulsione dei clandestini”. Perché il mantenimento di una disparità di diritti fra chi è titolare di cittadinanza e chi rivendica solo per bisogno di vivere sul “nostro” territorio potrà imbarazzare i liberali più coerenti, ma è percepito come necessità vitale di sopravvivenza dai primi. Nel suo bel saggio “Ai confini della democrazia. Opportunità e rischi dell’universalismo democratico” (Donzelli), la docente di Teoria politica Nadia Urbinati è molto abile nel metterci in imbarazzo. Le democrazie liberali spesso si trovano costrette a difendere una nozione vecchia di confini nazionali, contraddicendo i principi liberali che le ispirano, limitando cioè la libertà di movimento come se non rientrasse fra i diritti umani fondamentali fuggire dalla fame e dalla carestia. Ma se vogliono restare democrazie, finora non possono rinunciare a una linea di demarcazione che circoscriva i titolari della cittadinanza politica.
    La clandestinità è il portato esistenziale di una disuguaglianza ancor oggi troppo impervia da lenire: per conservare i nostri diritti, abbiamo bisogno di sapere che altri vicini a noi non li detengono. Ce lo dimostrano candidamente pure il barbone tedesco arrabbiato con chi offre un giaciglio ai clandestini e la colf boliviana che vuole più controlli sui nordafricani ma ospita dei connazionali irregolari.
    Nadia Urbinati può così descrivere la migrazione transnazionale come un dilemma che dilania al cuore le democrazie occidentali, “facendone il teatro di plateali contraddizioni tra i loro proclamati principi egualitari e le loro restrittive politiche di naturalizzazione e perfino di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo”. Temo che tale scrupolo riguardi ormai solo una sparuta pattuglia di accademici liberali. Quando racconto in giro che fatica fosse rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno in Italia e tentare di ottenere il visto dei pochi Stati esteri in cui potevo viaggiare, vedo facce incredule. Del resto nessuno considera “clandestino” lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono sempre gli altri: buttateli fuori!

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  4. Anonimo15:42

    Pubblica confessione
    Vi svelo un segreto: io amo la Chiesa, nonostante i cristiani, nonostante me, che ne faccio parte. Amo questo pazzesco sogno di Dio che sono chiamato a vivere, la Chiesa comunità di perdonati, non di perfetti, di diversi che cercano l’Uno, di compagni di viaggio chiamati a rendere presente il Pastore nei loro gesti continuamente da riformare, sempre da convertire...
    È da questa comunità di folli che ho ricevuto l’intero Vangelo del Maestro.
    La povertà e lo scandalo dell’Incarnazione è anche questo: Dio sceglie di farsi annunciare da persone incostanti e dubbiose.
    Siamo noi, per i fratelli sbandati, la consolazione di Dio

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  5. Anonimo17:58

    La Stampa, 1giugno 2008

    IL VERO CRISTIANO SI VEDE CON I CLANDESTINI
    Non una minaccia ma un’occasione per misurare i principi etici e religiosi
    Enzo Bianchi

    Le preoccupazioni che anche recentemente ho avuto modo di esprimere sul clima di intolleranza nei confronti degli stranieri non fanno che crescere in queste ultime settimane. Le poche voci che si levano a chiedere maggior prudenza e discernimento nel parlare e agire in una questione così complessa e delicata finiscono con l’essere sommerse dall'onda di una emotività che, se non creata ad arte, è quantomeno alimentata per ragioni non sempre trasparenti. Parimenti sono trattati come irrilevanti, inappropriati o intempestivi gli appelli alla salvaguardia della giustizia e dei diritti umani o all'accertamento delle responsabilità individuali. Principi fondamentali del diritto nazionale, comunitario e internazionale, come la non discriminazione in base all'appartenenza etnica o religiosa, vengono declassati a secondari di fronte alla percezione di una «emergenza» che, anche se fosse tale, non dovrebbe però mai sospendere le garanzie essenziali della convivenza civile. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. Ma essere attenti a sentimenti diffusi nella società, ascoltare le paure che emergono, cogliere i bisogni e le richieste avanzate in modi propri e impropri non significa cessare di interrogarsi su cosa e chi le genera, non comporta l'abdicare ai principi fondanti il vivere insieme, non richiede l'abdicazione della ragione e dell'umanità di fronte alla passione emotiva.

    È proprio di fronte alle «emergenze», vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici e religiosi: un orientamento etico e un impianto giuridico non possono essere considerati validi solo in situazioni di ordinaria amministrazione e poi essere accantonati o stravolti all'insorgere di problematiche inedite. È proprio la capacità di elaborare risposte coerenti a una serie di convincimenti fondamentali e condivisi che conferisce identità e solidità a una comunità nazionale nel mutare degli eventi storici. Saldezza di principi e identità culturale non sono affatto realtà statiche, immutabili: sono il frutto di secoli di maturazione del pensiero e dell'azione di singoli individui e di gruppi sociali a volte anche molto distanti tra loro nell'opzione ideologica di fondo. Dialogando si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un «minimo comune multiplo» ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano.

    In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente «altri» rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un'occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l'immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l'integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni - in maggioranza di religione cristiana - dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo.

    Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione di queste settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare? Che ne è dell'attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all'orfano - cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifese alla mercé dei più forti? Che ne è dell'esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse «nessun bisognoso» grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell'appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull'amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia; o delle esortazioni dell'apostolo Paolo a «non rendere a nessuno male per male», a «vincere il male con il bene», a «cercare sempre il bene tra voi e con tutti»?

    E, per calarci direttamente nelle problematiche odierne, che ne è delle parole che Paolo VI pronunciò nel 1965 a rom e sinti: «Voi siete nel cuore della Chiesa»? A quale conversione hanno spronato le richieste di perdono fortemente volute da Giovanni Paolo II come momento penitenziale del Giubileo del 2000? Utopie irrealizzabili, verrebbe da dire di fronte alla vastità dei problemi che il fenomeno mondiale delle migrazioni pone alle nostre società occidentali più ricche, ma la differenza cristiana che queste istanze evangeliche pongono come ineludibile si misura anche e soprattutto nelle circostanze più difficili. E non può non interrogare tutti - credenti e non credenti - il malcelato scherno con cui da più parti si stronca ogni richiamo verso una maggior giustizia ed equità sociale, verso una solidarietà fattiva, additandolo come «buonismo» pericoloso, denigrando le «anime belle» che credono nella forza della persuasione, del convincimento, del dialogo, della pace. Siamo davvero convinti di difendere la nostra identità di popolo e nazione civile fomentando il ritorno alla barbarie dell'homo homini lupus? Che «sicurezza» sarebbe mai quella imposta con la violenza, il sopruso, la vendetta, la violazione dei principi costituzionali? Se quella in cui siamo scivolati è un'emergenza, essa non ha il nome di un'etnia ma quello della nostra civiltà.

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  6. Anonimo09:53

    Ciò che mi muove ad amarti...
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    (anonimo spagnolo, sec. XVII)

    Non mi muove, Signore, ad amarti
    il cielo che Tu mi serbi promesso,
    né mi muove l'inferno tanto temuto
    perché io lasci con ciò di amarti.
    Mi muovi Tu, mio Dio;
    mi muove il vederti inchiodato
    su quella croce e scarnificato;
    mi muove il vedere il Tuo corpo tanto ferito,
    mi muovono i tuoi affronti e la tua morte.
    Mi muove infine il tuo amore
    in tal maniera che se non ci fosse cielo,
    io ti amerei,
    e se non ci fosse inferno, ti temerei.
    Non hai da darmi nulla perché ti ami,
    perché se quanto aspetto io non lo aspettassi,
    nella stessa maniera che ti amo, io ti amerei.

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  7. Anonimo09:57

    Vuoi onorare il corpo di Cristo?
    -----------------------------
    (San Giovanni Crisostomo)

    Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di
    disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per
    coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori
    lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha
    detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la
    parola, ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete
    dato da mangiare" e "ogni volta che non avete fatto queste
    cose a uno dei più piccoli fra questi, non l'avete fatto neppure a
    me".

    Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli,
    ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta
    cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole.
    Infatti l'onore più gradito, che possiamo rendere a colui che
    vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello
    escogitato da noi.

    Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di
    vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero?
    Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con
    quello che rimane. Gli offrirai una calice d'oro e non gli darai
    in bicchiere d'acqua? che bisogno c'è di adornare con veli
    d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario?
    che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo
    necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa,
    credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s'infurierebbe contro
    di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo,
    e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che
    lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e
    insultato in modo atroce?

    Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino,
    bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e
    adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri
    dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade,
    ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo
    non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per
    esortarvi a offre, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai
    poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è
    mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma
    chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco
    inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni
    l'ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che
    soffre. Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

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  8. Anonimo17:29

    Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
    Ho passato tutto il giorno senza fare domande,senza stupirmi di niente.
    Ho svolto attività quotidiane, come se ciò fosse tutto il dovuto.
    Inspirazione,espirazione, un passo dopo l'altro, incombenze, ma senza un pensiero che andasse più in là dell'uscire di casa e del tornarmene a casa.
    Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle, e io l'ho preso solo per un uso ordinario (......) .
    Il savoir-vivre cosmico, benchè taccia sul nostro conto, tuttavia esige qualcosa da noi : un pò di attenzione, qualche frase di Pascal e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote .
    ( Wislawa Szymborska,Disattenzione )

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  9. Anonimo12:56

    Thanks for writing this.

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