Dal vangelo secondo Giovanni cap. 14
[15] Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. [16] Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, [17] lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.
Per l’identificazione con Gesù, i comandamenti perdono ogni carattere di imposizione: sono le esigenze dell’amore. Compierle significa essere come lui, e a questo conduce spontaneamente la forza interiore dello Spirito. Non si tratta dell’obbedienza dei discepoli a norme esterne, ma della espansione interiore della loro sintonia con Gesù.
Se Gesù conserva il termine « comandamento» per designare tale realtà, è soltanto per opporre la sua norma di vita ai comandamenti della Legge antica, che vengono superati; per i suoi discepoli valgono soltanto i suoi. La stessa enfasi della costruzione: i comandamenti miei, in luogo de i miei comandamenti, indica l’opposizione a quelli della Legge di Mosè.
Dopo aver esposto il comandamento nuovo (13, 34), Gesù parla dei « suoi comandamenti » (14, 15.21; 15, 10); il comandamento nuovo creava la solidarietà dell’amore nella quale sono presenti Gesù e il Padre (13, 17; 17, 21 Lett.); è in base a tale solidarietà che si esercita l’amore per l’umanità, con la realizzazione delle opere di Dio (9, 3s): esse sono il contenuto dei comandamenti di Gesù. Questi non vengono mai enumerati né formulati: come le « esigenze » (15, 7; 17, 8), sono la risposta dell’amore alla necessità dell’uomo in ogni circostanza. « Comandamenti », « esigenze» e « parole » designano le varie traduzioni pratiche di questo messaggio d’amore (14,23.24).
Così come « il peccato », costitutivo della solidarietà per fare il male (« il mondo »), sfociava nei « peccati » o ingiustizie contro l’uomo, parallelamente « il comandamento », costitutivo della solidarietà per l’amore (la comunità di Gesù), si dispiega nei « comandamenti », che prescrivono l’attività a favore dell’uomo.
« Il comandamento nuovo » è prototipo di tutti gli altri: l’identificazione con Gesù attraverso un amore per i fratelli simile al suo (13, 34) — che lo rende presente nella comunità (13, 17 Lett.) — porta in sé l’esigenza dell’amore per tutti gli uomini, così come egli li ha amati.
16-17a «io, a mia volta, pregherò il Padre, e vi darà un altro soccorritore che stia con voi sempre, lo Spirito della verità ».
Gesù esercita un’attività mediatrice presso il Padre per la comunicazione dello Spirito ai suoi. È una mediazione futura, esercitata dalla sua nuova condizione presso il Padre, una mediazione necessaria. La comunità riceve lo Spirito soltanto attraverso Gesù.
Il termine « soccorritore », applicato allo Spirito, significa Colui che aiuta in qualunque circostanza. Di fatto ha un duplice ruolo: all’interno della comunità, mantenere vivo e interpretare il messaggio di Gesù (14,26); nel confronto tra comunità e mondo, dare sicurezza ai discepoli e guidarli interpretando loro gli avvenimenti (16,7-15).
Lo Spirito sarà un altro soccorritore. Finché è stato con i suoi, Gesù li ha istruiti e protetti (17, 12). D’ora in poi sarà lo Spirito il loro permanente soccorritore. È lo Spirito della verità, in quanto è la verità e la comunica. L’ambivalenza del termine, greco (alétheia): verità, lealtà (cfr. nota), mette la verità in connessione con l’amore. È la verità Dio, in quanto è e manifesta la forza del suo amore, e la verità sull’uomo, perché l’amore è a vita comunicata, che fa conoscere all’uomo il progetto di Dio su di lui e lo mette in condizione di realizzarlo. Essendo lo Spirito della verità è anche lo Spirito della libertà, perché la verità rende liberi (8, 3 1-32); egli continuerà il processo di liberazione. Gesù è la verità (14, 6), e lo Spirito la forza della verità. Essendo esperienza di vita, dà la sensibilità per distinguere ciò che è vita e ciò che è morte.
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La parabola viene raccontata da Gesù in risposta a una domanda ben specifica rivoltagli da un esperto in materia. Un dottore della legge infatti volendo in qualche modo mettere alla prova Gesù, gli chiede “ Maestro che devo fare per ereditare la vita eterna ? “.Gesù non batte ciglio ma semplicemente ma semplicemente invita l’uomo a mettere in pratica la legge nella quale egli era già versato “ Ama il signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua e il prossimo tuo come te stesso “ . A questo punto però il dottore della legge rivolge a Gesù la domanda chiave : “ E chi è il mio prossimo ? “. Chiedendo a Gesù di definire il prossimo il dottore della legge vuole circoscrivere l’amore che gli si chiede includendoci alcune persone ma escludendone altre . In altre parole l’uomo vuole, come dice il testo, “ giustificarsi “ ossia porre dei limiti alla portata del comandamento citato da Gesù, mantenendo allo stesso tempo una buona coscienza. In questo modo spera di stabilire dei confini all’interno dei quali dover agire, ma all’esterno dei quali non è affatto tenuto ad amare. Il dottore della legge cioè è impegnato in una di quelle attività che da sempre ha occupato l’umanità nelle sue diverse forme di aggregazione ( siano esse nazioni o chiese ), ovvero il creare dei confini, decidere chi è dentro e chi è fuori. La sua domanda nasce dal desiderio di avere una zona franca dove avere la possibilità di ripararsi dal comandamento divino ………..Nella logica proposta da Gesù il prossimo non è l’uomo ferito bisognoso di aiuto, bensì il samaritano, ossia colui che si è lasciato interpellare dall’altro andandogli incontro . Amare il prossimo come noi stessi significa quindi sottrarci ai meccanismi attraverso i quali cerchiamo di definire e catalogare gli altri per meglio tenerci in disparte e buttarci invece nella mischia, attraversare i confini per diventare noi stessi prossimo gli uni degli altri . ( Il Dio sconfinato, una teologia per donne e uomini,Elizabeth E.Green,pagg.19-20, Claudiana )
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