
I falsi problemi sono quelli a cui ci affezioniamo di più. Usati come scudi, ci permettono di evitare le incognite che ci spaventano. Sei preoccupata all’idea di partire con delle persone che non conosci e allora, ecco le piante! Come faccio a lasciarle? Mia madre le adora. Se solo una morisse, per lei sarebbe un vero trauma. Verrei tanto volentieri, ma non posso...
Quante volte tutti noi ci aggrappiamo a scuse così! E meglio affrontare un finto obbligo che correre il rischio di una piccola libertà. Parlo con una certa cognizione di causa, perché anch’io ho un carattere estremamente timoroso e per anni e armi ho sofferto della “sindrome del falso problema”. Poi, un giorno, un’amica mi ha detto: «Ma perché vivi sempre con il freno a mano tirato?». Da quel momento, davanti ad ogni situazione, mi domando: Com’è il mio freno? E quando scopro che è tirato, lo abbasso subito.
Anche quando si comincia a parlare di trascendenza, si tende a tirare il freno. A onor del vero, sono poche le persone che sostengono, senza ombra di dubbio, che il cielo è vuoto. La maggior parte si barcamena tra affermazioni piuttosto vaghe. «Certo, qualcosa ci deve essere... il cielo è troppo grande per essere vuoto... e poi, sì è vero, guardando le stelle si prova sempre una grande emozione. . . » L’immagine che ne viene fuori è quella di un’entità perfettissima e distante, fredda e indifferente al suo stesso creato. «Il mondo va in malora e a Lui non importa niente di quanto ha creato. E allora perché mai a noi dovrebbe importare qualcosa di Lui? Ci ha offerto un grande spettacolo, con la natura, e questo è tutto. Un bravo orologiaio, un bravo ragioniere, d’accordo, ma le nostre vite di uomini, purtroppo, non hanno la precisione dei calcoli o quella degli orologi. Noi siamo imprevisto, fragilità, tragedia. Dov’è dunque il suo segno, la sua impronta? Non c’è. Per questo quaggiù siamo soli, pazzi con il nostro dolore.»
Quando con queste persone provi ad accennare all’esistenza di un’altra dimensione del trascendente — quella della rivelazione e della redenzione — immediatamente tirano il freno a mano, anzi ne tirano due, uno con ciascuna mano. «Detesto la Chiesa», dicono, «non sopporto i preti. Il Papa non fa altro che mettere limiti e divieti nelle nostre vite, perché mai dovremmo seguirlo? »
Ecco il falso problema. Perché il nucleo della rivelazione non riguarda la fedeltà a un’istituzione, bensì la conversione del cuore, il suo passaggio dallo stato di pietra a quello di carne. E dunque qualcosa che tocca, nella sua profondità, la vita di ogni essere umano. Non sono dunque cose da cattolici o da preti, da deboli o da creduloni, ma soltanto cose da uomini, da persone che vogliono stare su questa terra con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi, da esseri umani che amano vivere o che preferiscono sopravvivere.
Il cuore vivo discerne con sapienza e, grazie ad essa, introduce il dinamismo creativo nei suoi giorni. Il cuore di pietra predilige al contrario l’immobilità, il fatalismo.
(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).
AVVENTO, L’ATTESA CHE APRE ALL’AMORE
RispondiEliminapadre Ermes Ronchi
Avvento è il tempo dell’attesa. Il profeta Isaia apre le pagine di questi giorni come un maestro dell’attesa e del desiderio.
Si attende non per una mancanza, ma per una pienezza, una sovrabbondanza. Come fa ogni donna incinta, quando l’attesa non è assenza, ma evento di completezza e di totalità, esperienza amorosa dell’essere uno e dell’essere due al tempo stesso. Il mio avvento è come di donna «in attesa», quando la segreta esultanza del corpo e del cuore deriva da qualcosa che urge e gonfia come un vento misterioso la vela della vita. Attendere con tutto me stesso significa desiderare, «attendere è amare» (Simone Weil). Così io attendo un Signore che già vive e ama in me; ogni persona attende un uomo e un Dio che già sono dentro di lei, ma che hanno sempre da nascere; l’umanità intera porta il Verbo, è gravida di un progetto, custodisce il sogno di tutta la potenzialità dell’umano, l’attesa di mille realizzazioni possibili, porta in sé l’uomo che verrà. Attendere, allora, equivale a vivere. Ma a vivere d’altri. Un doppio rischio incombe su di noi: il «cuore indurito», secondo Isaia (perché lasci che si indurisca il nostro cuore?), e quella che Gesù chiama «una vita addormentata» (vegliate, vigilate, state attenti... che non vi trovi addormentati). Qualcuno ha definito la durezza del cuore e la vita addormentata come «il furto dell’anima» nel nostro contesto culturale. Il furto della profondità, dell’attenzione, il vivere senza mistero, il furto del cuore tenero: è un tempo senza pietà, ci siamo negati al suo abbraccio e siamo avvizziti come foglie. Scrive un poeta:
Io vivere vorrei
addormentato
entro il dolce
rumore della vita
(Sandro Penna).
Io no, voglio vivere vigile a tutto ciò che sale dalla terra o scende, vegliando su tutti gli avventi del mondo: sulle cose che nascono, sulla notte che finisce, sui primi passi della luce, custodendo germogli, e la loro musica interiore.
Vivere attenti è il nome dell’avvento. Vivere attese e attenzioni, due parole che derivano dalla medesima radice: tendere verso qualcosa, il muoversi del corpo e del cuore verso Qualcuno che già muove verso di te. Vivere attenti: agli altri, ai loro silenzi, alle loro lacrime e alla profezia; in ascolto dei minimi movimenti che avvengono nella porzione di realtà in cui vivo, e dei grandi sommovimenti della storia. Attento alla Vita che urge, tante volte tradita, ma ogni volta rinata.
TI INCONTRO
RispondiEliminaTi incontro là
nella profondità dell’essere,
dove nessun uomo assomiglia agli altri
e dove si può camminare a piedi nudi.
Ti incontro là
In ogni umile aurora, dove mi aiuti ad essere
colui che avanza senza disperazione,
dove mi doni la forza di non soccombere alla tristezza
e mi precedi su vie di pace.
Ti incontro là
dove il tuo sguardo mi guarisce dalla paura
che mi rende mediocre nell’amore.
Ti incontro là
dove è naturale la sincerità del cuore
e i miei giorni non dissipano nella vanità,
né i miei anni nella tristezza.
Ti incontro là
nella profondità dell’essere,
dove Tu e io siamo ciò che abbiamo sempre sperato,
gesti e sincerità,
finalmente amore.
Don Luigi Verdi