Nel vocabolario ecclesiastico sono altre le parole più usate, quelle con
le quali abbiamo maggiore dimestichezza: la parola "verità" per
esempio, la parola "bontà". Di verità e bontà sono piene le omelie dei
preti e i documenti ecclesiastici. Una cittadinanza minore tocca invece
alla parola "bellezza".
Quasi ci incutesse un certo disagio dire
"bello", per esempio, in faccia a tutti, come fa il Cantico, il volto di
una donna. Un disagio che tempestivamente cerchi di arginare e
vaccinare, aggiungendo al sostantivo "bellezza" la specificazione "di
Dio": la bellezza di Dio.
Come se le altre bellezze fossero
necessariamente spurie o, peggio ancora, sporche, come se la Sua
bellezza, dal giorno in cui furono fatte in Cristo tutte le cose, non
avesse trovato dimora nella creazione, come se la bellezza di Dio,
irradiata sul volto del Cristo crocifisso, splendente nel Cristo Pastore
dalle braccia allargate, il più bello tra i figli di donna, non si
fosse riverberata sui nostri volti, ora che il suo Spirito "dimora in
noi" e "riempie" -ma qualcuno ancora ci crede?- "tutta la terra".
Non
è forse vero che la stessa verità, senza bellezza, è gelida, è teorema,
è assetto dottrinale, non fa trasalire il cuore? Lo fa trasalire il
racconto, perché abitato dalla bellezza dei volti e delle storie: forse
per questo Gesù non definiva, ma raccontava. E nel frammento della
parola si apriva una finestra, da cui contemplare il mistero.
Il bene
stesso, la virtù, senza bellezza, diventano pesanti, finiscono per
soffocare: è il rimanere nella casa del figlio maggiore della parabola,
un rimanere senza brividi, senza trasalimenti, semplicemente per un
dovere.
Succede di ascoltare discorsi noiosi, pesanti, asfissianti
-si confonde la radicalità del vangelo con la pesantezza- e noiosi,
pesanti, soffocanti i cristiani stessi. Il volto non è quello
dell'illuminazione del monte, ma quello corrucciato della lamentazione.
La
liturgia stessa vive a volte in parole lontane da ogni sussulto di vita
e del cuore. Senza bellezza, si riduce a teatro, teatralità vuota,
coreografia perfetta ma senz'anima. Parole proclamate, canti urlati,
nell'assenza di occhi che scrutano dalla soglia e adorano.
Anche la
comunità, se viene meno all'interno la bellezza, diventa nuda
organizzazione, apparato senza cuore, registri senza l'emozione dei
volti.
Manca -i più lucidi l'avvertono- un'incandescenza, che
parli, dai volti, di qualcosa che è accaduto e ti ha acceso il volto, ti
ha cambiato faccia. Sul monte Gesù ha cambiato volto, ma forse anche i
discepoli, quando dicevano: "è bello rimanere qui!"
È "bello":
aggettivo meno usato nelle nostre proposte pastorali. Noi diciamo: è
giusto, è vero, è doveroso, è legittimo. Poche volte diciamo "è bello", a
segnalare a noi stessi e agli altri la bellezza di ciò che sta sotto i
nostri occhi. È bello il vangelo, è bello Gesù, è bello il piccolo seme
nascosto nella terra.
Succede che uomini e donne cambino faccia. Li
guardi e ti viene spontaneo chiedere loro che cosa sia mai capitato.
Succede che ti rispondano che si sono innamorati. Potesse succedere
anche ai credenti di essere interrogati per il loro volto, trasfigurato
come quello dei discepoli sul monte!
Avere occhi: "Hanno occhi e
non vedono". È caratteristica degli idoli vani e vuoti avere occhi e non
vedere. Hanno occhi e non vedono accadere la bellezza.
Sono gli
uomini e le donne abbagliati dal mito pallido del mercato, una mentalità
mercantile che ha come unica aspirazione ciò che è utile, ciò che ha un
tornaconto, ciò che rende… e non ciò che è bello. Una simile mentalità
non può avere che un effetto, quello dell'accecamento: hanno occhi e non
vedono.
La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie
segrete, di fili pressoché invisibili. Soglie non tanto da varcare con
animo predatorio, ma su cui sostare, da cui intravvedere e provare
emozione, commozione.
La bellezza è per i ricercatori di un oltre,
quelli che hanno resistito alla seduzione della quantità, della
grandezza esteriore, dell'esibizione.
Avere dunque occhi: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio".
La
bellezza disegna un oltre, è fessura aperta: la discesa dal monte dei
discepoli, l'invito a tacere è ammonimento a tutti oggi e in particolare
alle chiese. Decisivo non è il parlare, ma avere il volto trasfigurato.
Non
c'è un luogo esclusivo della bellezza: circoscriverla ad un luogo è
fare azione predatoria. Ci sono soglie, le più disparate. Beati gli
occhi che vedono.
Penso alla soglia di due cari amici non credenti.
In una conversazione sulla bellezza li ho sentiti citare con emozione i
versi di Borges:
un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire
chi ringrazia che sulla terra esista la musica,
chi scopre con piacere un'etimologia,
due impiegati in un caffè del Sud giocano in silenzio a scacchi,
il ceramista che intuisce un colore ed una forma,
il tipografo che compone questa pagina che forse non gli piace,
una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto,
chi accarezza un animale addormentato,
chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto,
chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson,
chi preferisce che abbiano ragione gli altri,
queste persone che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Non va ricercata la bellezza lungo i sentieri della ricercatezza e nemmeno dietro quelli dell'imponenza.
Un
libro, uscito in questi anni negli Stati Uniti, a coloro che sono in
ricerca e provano disagio in solenni liturgie, case vuote disabitate, dà
un consiglio: "Prova questa variante: va a Messa durante un giorno
feriale. C'è un'atmosfera diversa, più intima, con poca gente. La cripta
di un convento, la piccola cappella in una città e anche la tua stessa
parrocchia, la messa si rivela spesso in modo inaspettato. Potresti
chiudere gli occhi ed immaginare l'ultima cena. E tu sei là, intorno
alla tavola. E hai proprio ragione… Tu sei là".
La bellezza nel
frammento. Anche la bellezza di Dio sulla croce si è ristretta nel
frammento. Avere occhi per contemplare. Scendere dal monte non significa
abbassare la poesia. Ma portare nella carne la gloria.
( Quale bellezza salverà il mondo ?, don Angelo Casati )

La Bellezza di Kahlil Gibran
RispondiEliminaE un poeta domandò: Parlaci della Bellezza.
Ed egli rispose:
Dove cercherete la bellezza, e dove pensate di trovarla, se non sarà lei stessa vostra via e vostra guida?
Come potrete parlarne, se non sarà lei stessa la tessitrice del vostro discorso?
L'afflitto e l'offeso dicono: "La bellezza è benevola e gentile.
Cammina tra noi come una giovane madre, quasi schiva del proprio splendore".
E l'appassionato dice: "No, la bellezza è qualcosa di possente e pauroso;
Come tempesta, fa tremare la terra sotto di noi e il cielo sopra di noi".
Lo stanco e l'accasciato dicono: "La bellezza è un tenue bisbiglio.
Parla nel nostro spirito.
La sua voce si adegua al nostro silenzio come una debole luce che trema per timore dell'ombra".
Ma l'irrequieto afferma: "Abbiamo udito il suo grido tra i monti,
E col suo urlo un rumore di zoccoli, e un battere di ali, e un ruggire di leoni".
A notte i guardiani della città dicono: "La bellezza sorgerà a oriente con l'aurora".
E nel meriggio gli operai e i viaggiatori dicono:
"L'abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto".
D'inverno, chi è isolato dalla neve dice: "Arriverà a primavera, saltellando sulle colline".
E nel calore dell'estate, i mietitori dicono: "L'abbiamo vista danzare con le foglie d'autunno,
e aveva tra i capelli uno spruzzo di neve".
Tutto questo avete detto della bellezza, Ma in realtà, non parlavate di lei, ma di bisogni insoddisfatti;
La bellezza non è un bisogno, ma un'estasi.
Non è una bocca assetata né una mano vuota protesa,
È piuttosto un cuore infiammato e un'anima incantata.
Non è l'immagine che vorreste vedere, e non è il canto che vorreste udire,
È piuttosto un'immagine da vedere a occhi chiusi e un canto da udire con le orecchie tappate.
Non è la linfa nei solchi della corteccia, né un'ala accanto a un artiglio.
È piuttosto un giardino sempre fiorito, e una moltitudine d'angeli eternamente in volo.
Popolo d'Orphalese, la bellezza è la vita quando la vita toglie il velo dal proprio volto santo.
Ma voi siete la vita e siete il velo.
La bellezza è l'eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l'eternità e siete lo specchio.
Bello, questo Erri De Luca!
RispondiEliminaA voi..
Valeria
L’INTENZIONE DELLA BELLEZZA
Erri De Luca
«Il tutto ha fatto bello in un suo punto»: questo verso di Kohèlet/Ecclesiaste annuncia una legge della creazione. In ogni suo punto c’è un’intenzione di bellezza.
Là dove il nostro senso estetico si ritira ripugnato, nel verminaio come nella catastrofe naturale, c’è una controspinta che nega l’orrore. Un grano di bellezza è a riscatto dello strazio. Un punto inestirpabile di resistenza risarcisce la perdita. È il verso numero cinquantacinque dell’impetuoso sfogo dell’uomo Kohèlet, da noi sterilizzato sotto il nome Ecclesiaste.
Non è profeta né santo, non è vecchio né saggio: Kohèlet è chiunque di noi affannato dai conti sulla propria esistenza. È un deficit contabile inasprito dall’aver provato con ogni mezzo e modo a darle scopo. Spreco, tutto è spreco: «Haccòl hàvel». Nella
parola ebraica si ritrova il nome di Abele, la sua vita schiantata presto, un lutto senza rassegnazione. Così digrigna i denti Kohèlet nei suoi conti. Unica redenzione è il punto di bellezza che lui annuncia non a spiegazione, ma a maggior mistero del creato.
È il capitolo terzo. Dopo la più fitta serie di verbi all’infinito di tutte le letterature sacre, tredici coppie di opposti, Kohèlet annuncia a sutura il punto di bellezza, macchina di sollievo del mondo. In questa notizia la bellezza non è arredo, ma il principio
di contraddizione dello spreco. È la salvezza di natura.
Nella partita doppia del creato alla colonna delle uscite c’è l’immenso spreco delle vite, a quella delle entrate la bellezza.
Sta a contrappeso e a rifornimento. La vita che riparte ostinata col suo pennello di vernice fresca è mossa dal motore della bellezza.
Marina Cvetaeva, poetessa russa preferita, scrive:
«Oltre all’attrazione terrestre esiste l’attrazione celeste».
Esiste.
È la bellezza, una spinta dal basso verso l’alto che sovverte la legge di gravità, la sua schiacciante necessità.
La bellezza, grazia e gratis all’opera, ne annulla il peso.
Ne cito qualche esempio a modo mio.
Da un verso di Marina Cvetaeva
Esiste in natura l’attrazione opposta, dal basso verso l’alto.
Marina la chiama attrazione celeste, nebèsnaia tiagà.
Innalza le catene montuose, le maree,
spinge l’albero a crescere, il fuoco a sollevarsi
e una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
L’attrazione contraria alla terrestre
sta nel cuore e nei piedi, ne governa i passi,
sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere e nelle serenate,
nell'astronomo e nel moribondo,
nella gola del lupo alla luna e nel collo di giraffa,
nell’eruzione di un vulcano e nella mongolfiera,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.
L’attrazione opposta è un colpo fuorilegge
che manda in su il vestito di Marilyn
e fa ridere lei e scorrere saliva
in bocca all’uomo che la sta guardando.
Nella nebèsnaia tiagà, l’attrazione celeste di Marina, riconosco il pareggio di bellezza con tutta la distruzione di natura.
La vita vuole sorgere, salire, sua spinta è la bellezza.
Alla base della conoscenza c’è l’intento di scoprirne la formula. La più progredita scienza dell’umanità fu l’astronomia. Il bisogno di spiegarsi la meraviglia della notte, la sua strepitosa stesura, trascinò i pensieri verso la vastità superiore più che verso l’inferiore. L’umanità studiò le stelle prima del suolo. La geografia completò le sue mappe terrestri solo nel 1900. Fu la bellezza a sollevare gli occhi e i pensieri. Erano la meraviglia, lo stupore, sentimenti commossi da bellezza. Essi sono la spinta della scienza.
Non la matematica, ma l’entusiasmo sta a fondamento della conoscenza.
Anche qui ci precede Marina:
«Solo in cima all’entusiasmo l’essere umano vede esattamente.
Dio ha creato il mondo in entusiasmo».
La tabella di Pitagora, il triangolo di Euclide provengono da un’accelerazione del battito cardiaco.
Anche le divinità, la febbrile urgenza dell’umanità di rivolgersi a loro, vengono da una spinta dal basso verso l’alto. Le religioni sono correnti ascensionali.