26 marzo 2009

RIDISCENDERE A TERRA: tre passi!


Come fare, allora, per rimettere i piedi per terra? Suggerirei tre passi. Bisogna imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno dinanzi. Quante volte noi guardiamo davvero il volto delle persone così come sono?
Durante l’ultima cena Gesù ha colto il momento presente. Invece di inquietarsi per quel che Giuda aveva fatto o per l’arrivo dei soldati, ha saputo vivere il presente: prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo:
“Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Ogni eucaristia ci immerge in questo “ora” eterno. E in questo momento che posso farmi presente a un’altra persona, sereno e tranquillo alla sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. Sono sempre così occupato, impegnato a correre a destra e a sinistra, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto di chi mi sta di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, la sua gioia e le sue sofferenze. Dunque la castità comporta l’apertura dei miei occhi!
In secondo luogo, si deve imparare l’arte di stare da soli. Non posso stare bene con gli altri se non riesco ogni tanto a stare solo con me stesso. Nella misura in cui la solitudine mi fa paura avrò la tendenza ad attaccarmi agli altri non perché stia bene con loro, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un mezzo per colmare il mio vuoto, la mia terribile solitudine.
Infine, ogni società vive delle sue storie.
Bisogna che la nostra immaginazione si nutra anche di altre storie, che presentano modi diversi di vivere e di amare. Dobbiamo illustrare ai giovani il ricco ventaglio di possibilità per incontrare l’amore e dargli senso. Per questo le vite dei santi erano così importanti: mostravano che ci sono molti modi di vivere eroicamente, da sposati o da celibi, religiosi o laici. Un’autobiografia che mi ha particolarmente commosso è quella di Nelson Mandela: un uomo che ha dato la vita intera per la causa della giustizia e della sconfitta deIl’apartheid, e questo ha significato la rinuncia alla vita matrimoniale che desiderava ardentemente avere, dopo gli anni passati in carcere.
Quindi il primo passo verso la castità è quello di scendere dalle nuvole.

Il secondo passo, sostanzialmente, consiste nell’aprire il nostro amore in modo tale che non resti un piccolo mondo privato in cui trovare rifugio. L’amore di Gesù si svela quando egli prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l’amore non dobbiamo custodirlo in un armadietto personale per il nostro diletto, come una bottiglia di whisky conservata di nascosto in vista del consumo solitario. Bisogna aprirlo agli altri, condividerlo con loro, e far sì che anche loro ne traggano profitto. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici, e i nostri amici con quelli che amiamo. E così che un amore particolare diventa universale.
Non è magnifico? Se voi fuggite l’amore non saprete mai quanto è amabile Dio. Ma se non permettete a Dio di entrare in un amore e non lo accogliete, non conoscerete neanche il mistero di quell’amore. Quando separiamo l’amore che nutriamo per Dio da quello che nutriamo per le persone, entrambi si riempiono di amarezza e diventano malsani.


Il terzo passo, forse il più difficile, è fare in modo che il nostro amore liberi le persone. Ogni amore, che sia quello degli sposati o dei celibi, deve essere liberante. L’amore tra sposi deve lasciare aperti grandi spazi di libertà, e per quelli tra noi che sono presbiteri o religiosi questo è ancor più vero. Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi.
Un domenicano francese un giorno ha paragonato Dio a un gentieman inglese, talmente discreto da non desiderare in alcun modo di imporsi alle persone che ama. Introduce la testa nello spiraglio della porta per assicurare una visibilità dell’affetto e poi, anche se gli piacerebbe molto rimanere, sparisce per lasciare le persone sole con se stesse. Lewis lo esprime in un altro modo: “Uno dei privilegi divini è quello di essere sempre l’amante più che l’amato” Dio è sempre colui che ama più di quanto non sia amato.
Voglio concludere con un’ultima riflessione. Imparare ad amare è un’impresa pericolosa. Non sappiamo dove può condurci. La nostra vita ne sarà stravolta. Ci accadrà certamente in certi momenti di essere feriti. Avere un cuore di pietra sarebbe più facile che avere un cuore di carne, ma in questo caso noi saremmo morti! E da morti non potremmo parlare del Dio di vita.

Tratto da "amare nella libertà"

5 commenti:

  1. Anonimo19:29

    Angelo Casati , il 24/11/2008, Lecco, Sala Ticozzi


    BEATI I PURI DI CUORE

    C'era una volta.
    Papa Giovanni, l'uomo delle beatitudini, quelle delle strade. E dove infatti le vedi, le beatitudini, se non in basso, per le strade? Lì e non altrove vedi i beati del vangelo, i beati del monte o della pianura. Qualche volta li vedi, ma raramente, nei palazzi, quando un palazzo, il Vaticano per esempio, per grazia diventa strada e casa, diventa monte, pianura, quando annullata è la distanza e ad abitarlo è un piccolo. "C'era una volta…" dice Padre David, pensando a Papa Giovanni "invece ora…". E sembra triste, David, ma, al di là di come suona la parola, David non è un arreso. I puri di cuore non si arrendono. Sono della razza dei resistenti.

    "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio". Beatitudine bistrattata, e forse non solo in passato, per un fraintendimento sull'essere puri, beati i puri di cuore, e sul vedere Dio, vedranno Dio. L'essere puri… troppo spesso scorrettamente declinato come l'essere casti. E il vedere Dio…troppo spesso scorrettamente declinato come contemplarlo nell'aldilà, nella visione beatifica.

    Eppure c'era e c'è già, nel linguaggio comune, una resistenza, direi resistenza popolare, alla cattiva interpretazione. A volte ti succede di sentir dire "quello è un puro di cuore", quell'uomo, quella donna, quel papa, papa Giovanni per esempio. Non di tutti ti viene di dirlo. Quell'uomo, quella donna, è un puro di cuore, è una pura di cuore. E' dentro questa percezione che intravedi il significato vero della beatitudine.

    Puro di cuore allora prende il senso di "uno diritto, retto, integro, lontano dalla doppiezza. Dalla doppiezza tra il pensare e il dire: pensi una cosa e ne dici un'altra. Lontano dalla doppiezza tra il dire e il fare: dici una cosa e ne fai un'altra. Non corrotto dalle seduzioni del potere o del guadagno o della carriera. Senza interessi, senza compromessi, un resistente. Pensate ai condannati a morte per la resistenza, pensate alle loro lettere: i puri di cuore!

    Lasciatemi dire. Saremmo rimasti lontani da fraintendimenti della beatitudine, che sono stati letali, se solo fossimo rimasti ancorati alla Parola di Dio e a quella Parola vivente di Dio, che è per noi Gesù di Nazaret, lui un puro di cuore. Lui ha denunciato una deriva pericolosa della concezione di puro e impuro. Vado per accenni.

    Contro le gerarchie religiose che parlano spesso di puro e impuro, facendolo coincidere con le loro categorie e tradizioni, ecco che Gesù spalanca davanti agli occhi un orizzonte di libertà e non di tabù e paure.

    Vorrei ricordarvi un brano di Marco (Mc 7, 1 e ss.): i farisei e alcuno scribi venuti da Gerusalemme, avendo visto alcuni suoi discepoli prendere cibo con mani immonde, cioè non lavate fanno una questione. Gesù dà loro dell'ipocrita, usa parole che devono essere risuonate devastanti, sovversive all'animo di chi lo stava ascoltando. Sovvertiva tradizioni, sovvertiva costumi plurisecolari, ampiamente codificati. Non certo già per il gusto di sovvertire, ma per l'urgenza di restituire un'anima a una norma che rischiava di diventare puro legalismo senz'anima e senza cuore. Il comandamento del Signore finiva per essere soffocato. Moriva sotto un cumulo di prescrizioni. Noi rimaniamo sconcertati nel leggere che cosa siano stati capaci di aggiungere gli uomini al comandamento del Signore: lavarsi prima e lavarsi dopo, lavare le mani e poi i bicchieri, e poi ancora gli oggetti di rame, ecc. Ma non ergiamoci facilmente a giudici. Siamo così sicuri di non aver aggiunto nulla alla Parola di Dio? I nostri libri di morale, i nostro codici umani, i nostri criteri di giudizio ne sono così immuni?

    "Trascurando il comandamento di Dio" dice "voi osservate le tradizioni degli uomini". Notate, Gesù queste parole le rivolgeva ad uomini che si dichiaravano eminentemente religiosi, gli uomini religiosi del suo tempo e sottolineava con forza la differenza tra tradizioni umane e comando del Signore. Quante cose, pensate, quante, lungo i secoli abbiamo fatto passare per assolute ed erano relative.

    E c' è una conseguenza: assolutizzando le tradizioni umane, abbiamo introdotto, dice Gesù, la categoria del puro e dell'impuro, quando impure non sono le cose, le cose sono pure. È dal di dentro che può nascere l'impuro. Anche questo insegnamento disatteso! Pensate come, in una certa tradizione, alcune realtà siano state poste sotto il segno del "puro e dell'impuro". E allora il corpo impuro mentre l'anima pura, la donna impura mentre l'uomo è puro, il laico impuro mentre il prete è puro; le mani con cui prendere l'eucaristia impure, mentre la lingua è pura. Il non credente o il diversamente credente impuro mentre il credente è puro, la mia religione pura, la tua impura. Quando, dice Gesù, l'interrogazione dovrebbe essere invece sul cuore, sul "di dentro".

    Secondo insegnamento, luminoso nella vita di Gesù: la purezza di cuore non è distanza, la distanza per non essere contaminati. La purezza, declinata come distanza, era quella rivendicata dalla deriva del fariseismo. Pensate allo scandalo, scandalo non evitato da Gesù, che superava i confini delle separatezze, toccava e si lasciava toccare, giudicato severamente dagli occhi, quelli sì impuri, gli occhi di sospetto, dei suoi avversari.

    Lui a tavola con i peccatori, ancora non convertiti: mangia con loro, che sono impuri. Si lascia ungere e profumare dalla donna, una poco di buono. La difende: "Dovunque sarà predicato il vangelo" dice "si parlerà di ciò che ha fatto in ricordo di lei" (Mt 26,139. Non sappiamo il nome della donna, ma noi questa sera parliamo di lei, dopo duemila anni, parliamo di una cosiddetta impura (Mt 26,7-13). "Ha molto amato" dice. Ma pensate alle obiezioni dei nostri moralisti, se non sapessero che a dire le parole è Gesù. "Ma come?" direbbero "ha molto amato? Ha amato male". Gesù denuncia questa purezza legale, intesa come separatezza, quella degli inquisitori. E la rimprovera a Simone nella sua casa, lui così osservante. E così freddo, così gelido. "Vedi questa donna ? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi, lei invece mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di profumo, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi" (Lc 7,44-46).

    Pensate alla rivoluzione operata da Gesù, pensate: la purezza, non come distacco, non come separatezza, ma come passione!

    Ho scritto in anni molto lontani, erano gli anni del Concilio, del vento del Concilio, questi versi, che mi erano venuti da una domanda di una ragazza del liceo, durante un'ora di religione, domanda sul celibato: "Non chiamare celibato":

    Non chiamare celibato
    una beata solitudine
    la torre
    in cui ti difendi dal mondo.

    Conosco case
    dove non importa
    di niente e di nessuno.
    Sono case verniciate
    di celibato
    -l'hanno scritto in ogni angolo-
    ma povere d'amore.

    Conosco case dove disturba
    il pianto di un bambino,
    un singhiozzo di donna
    o l'eco di una marcia
    che protesta sulle strade.

    Perché celibato non può essere
    una stanza vuota,
    ma la casa che scoppia di amici,
    quelli che oggi ci sono
    e quelli che ieri sono partiti.

    Celibato se mai
    è la tua casa
    dove piangono senza pudore
    tutti i bambini e le donne
    di questo popolo strano
    e tu con loro,
    è marciare con ogni uomo
    che grida l'ingiustizia.

    Troppe volte
    hanno tappezzato di gigli
    la libertà di non amare
    veramente nessuno.

    Col tempo mi sono chiesto se non fosse troppo provocatoria questa mia pagina, ma poi mi riveniva alla memoria una pagina di Giacomo, l'apostolo. A proposito di religione pura. Se ci chiedessero quando per noi una religione è pura, che cosa penseremmo, che cosa risponderemmo? Una religione pura! L'apostolo Giacomo, forse sconcertando tanti nostri criteri di giudizio, scriveva: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo" (Gc 1,27). Pensate per un attimo a quante cose abbiamo messo prima di questo comandamento che svela la religione "pura e senza macchia": soccorrere coloro che non hanno nessuno che li difenda e non arrendersi alla mentalità mondana.

    L'interrogazione va dunque al cuore. Perché dal cuore vengono gli influssi che illuminano o sporcano le cose, quelle cose che Dio, dopo averle create, contemplò estasiato perché erano belle, dice la Scrittura.

    E non dovremmo allora, me lo chiedo, prenderci cura del nostro cuore? Il cuore, secondo, Gesù è il luogo della gestazione: saranno nascite luminose o saranno nascite preoccupanti? Nascite che generano fiducia o nascite che generano apprensione? La gestazione è nel silenzio del cuore. Interroghiamoci sul cuore, il nostro cuore. Che cosa dimora dentro di noi? E di conseguenza che cosa generiamo nel mondo?

    Una domanda che sento urgente. Forse perché la mia vita va verso il compimento. Che cosa ho immesso nel mondo? Dal mio cuore. Potrebbe essere anche la domanda di ogni nostra giornata, giunta alla sera, al suo compimento. Oggi che cosa è uscito dal mio cuore? Che cosa ho portato, là dove sono passato? Che cosa ho generato?

    Vorrei fare ora un breve cenno a questa promessa legata alla beatitudine: "vedranno Dio".
    Certo nell'aldilà! E sarà, lasciatemi dire, una bella sorpresa vedere come Dio non fosse in tante nostre codificazioni e strategie. Ma io penso che la promessa fatta ai puri di cuore, la promessa di veder Dio, cominci di qua. Proprio perché i loro occhi sono puri, leggono in profondità. Proprio perché cercano in tutti i modi di tenerli immuni dalla seduzione della menzogna, essi sanno vedere le cose di Dio, sanno vedere dove oggi cresce il suo regno. E loro lo vedono o, se volete, lo intravedono, nei piccoli, anche quando tutto sembra dire diverso, sembra dire che la storia la fanno i grandi e non i piccoli. Hanno occhi che intravedono Dio nel quotidiano, perché immuni dalla malattia della grandezza mondana.

    Proprio perché i loro occhi sono puri vedono Dio là dove altri, ammaliati dalle grandezze mondane, non sanno sostare e accorgersene.

    "E' il cuore mondo" diceva Giovanni Vannucci, parlando di sorella Maria dell'eremo di Campello "è il cuore mondo che permette di avvicinare ogni essere, da Dio alla fogliolina fragile, con amore e devozione completa, che aiuta a scoprire, in tutto ciò che esiste, il punto verginale che è la presenza di Dio nella creazione e l'altare dove viene celebrata la comunione dell' Invisibile con il visibile".

    Scriveva sorella Maria: "In questo momento penso con riconoscenza a quel bruchino lucente che mi rallegrava tanto quando uscivo all'oscuro, nel chiostro. Oh, benedetta piccola creatura, che ti fa pensare a che cosa possiamo divenire per i nostri compagni di pellegrinaggio, se anche un solo momento della nostra vita terrena noi giungiamo ad essere lucenti".

    E diceva ancora: "Come, io credo alla comunione dei Santi! E' per me esperienza, non solo di fede! Credo anche in una misteriosa possibilità di comunione con le creature. Per esempio quelle che più amo: una stella, un uccello, un fiore, una farfalla mi accrescono la vita e mi fanno gentilezza, come i Santi di cui sono amica".

    "Beati i puri di cuore…vedranno Dio".

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  2. Marita11:58

    Ogni mattina tornando da lavoro, svoltando nella mia via me la ritrovo davanti ,: è un incubo, non ci posso credere ! Una fiat tipo bordeaux, parcheggiata in curva e sempre nello stesso posto ( a proposito come fa ad essere sempre lì ? Non si muove mai o è così fortunata da trovare sempre libero quello spazio ? ) e nella stessa posizione ; troneggia nel parabrezza un adesivo a fondo giallo con caratteri neri : SCEGLI GESU’! Prima della scritta c’è una specie di omino inginocchiato che prega, credo, ma l’effetto assomiglia più a una di quelle stilizzazioni delle posizioni del kamasutra : ecco quando vedo certe cose ho davvero paura !



    “ LA MIA BANCA E’ DIFFERENTE ! “



    C’è una parrocchia dedicata a Sant’Ignazio di Loyola con uno striscione dove campeggia la scritta “ Dio ti ama , vieni alla catechesi ! “, passi questa volta che abbiano messo all’inizio il fatto che Dio ti ama e non l’abbiano posposto alla frequenza della catechesi, ma l’amore gratuito non prevede contraccambio, forse dovremmo ritornare al catechismo più che fare catechesi su fondamenta non dico sbagliate, ma proprio opposte . E poi, della serie non facciamoci mancare niente, sopra il portone d’ingresso, a mò di architrave, uno di quei display digitali come quelli che trovate nelle stazioni e negli aeroporti con tutti gli appuntamenti della settimana , praticamente il bollettino della parrocchia .Aggiungo poi che il tutto si trova in prossimità di una rotonda crocevia abbastanza trafficato e pericoloso, una distrazione può essere fatale, va bene che dobbiamo ricongiungerci al Padre, che siamo pellegrini in esilio, ma



    “ PREFERISCO VIVERE ! “



    Penso quando vedo e sento certe aberrazioni di essere “diversamente credente “. Non mi piacciono quelle inutili catene di sant’Antonio pur con citazioni di preghiere di personaggi notevoli e notabili della Chiesa : prova a scorgerne l’indirizzario, l’invio è sempre all’interno della stessa cerchia, piccola o grande che sia , tra persone che teoricamente la pensano alla stessa maniera del primo mittente, dove non c’è rischio e pericolo di contraddittorio, ma allora



    “CUI PRODEST ?”



    E’ come se fossimo rimasti fermi alla comunità degli Atti degli Apostoli che non ha conosciuto la Pentecoste . Com’è che scegliamo di preservarci invece di donarci anche a rischio di fallimento? Com’è che l’Incarnazione non ci ha ancora insegnato nulla ? I conigli nel cilindro sono terminati, com’è che non è bastato neppure che resuscitasse dai morti ? ….” In Gesù quindi Dio, guidato da modi diversi di agire, va alla ricerca di altre realtà cui non osiamo pensare, ovvero, come avrebbe intuito più tardi la teologa argentina Marcella Althaus Reid, di



    “ luoghi non autorizzati della divinità “



    . Nella storia che Ruether racconta, Maria Maddalena, interrogandosi sull’assenza di Dio alla morte di Gesù, arriva alla conclusione che fu proprio la nozione di Dio come re onnipotente a morire sulla croce per far nascere nel cuore degli uomini e delle donne una nuova idea di Dio . Tuttavia, sempre secondo la Maddalena,non manca chi già si affretta a rivestirsi degli orpelli cui Dio si era spogliato, a sedersi sul trono celeste ormai abbandonato . In altre parole, c’è un vuoto che i discepoli si affrettano a riempire . C’è un vuoto, è vero, perché la parola nel nostro testo variamente tradotta come “si spogliò” , “si annichilì”, letteralmente vuol dire “si svuotò”. Per questo motivo quindi Ruether ritiene che Gesù rappresenta lo svuotamento o chenosi del potere del Padre . La dinamica divina dello sconfinarsi, quindi ha inizio con uno svuotarsi. Il pieno prende le mosse da un vuoto, vuoto che……siamo invitati ad abitare………..Tuttavia, per quanto suggestivo sia l’inno contenuto nell’Epistola ai Filippesi nell’evocare la dinamica divina, il suo scopo non è tanto fornire una descrizione metafisica di Dio, quanto creare negli uomini e nelle donne che lo ascoltano o lo leggono una certa disposizione o prontezza ad agire . Esattamente come nella lavanda dei piedi, l’esodo di Dio in Gesù evocato da Paolo diventa un esempio da riprodurre nella propria vita . Detto altrimenti, l’apostolo descrive la dinamica divina in modo che diventi la nostra . Infatti il brano inizia così “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù il quale……” e via dicendo……………”Una cosa ti manca ! Và, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri “ . E’ davvero paradossale, ma ciò che manca all’uomo ricco è una mancanza !........Non è solo dei suoi beni che l’uomo deve liberarsi, ma anche delle sue certezze religiose, in quanto Gesù dice all’uomo, dopo essersi liberato delle sue ricchezze, di venire e seguirlo. Come dice di nuovo De Mello,



    “ una sola è la radice dell’infelicità, le false certezze che hai in testa, quelle certezze talmente diffuse e difese che non hai mai creduto di doverle porre in discussione “……”



    A che cos’altro può rinunciare una persona ?”, il maestro rispose quietamente : “ Alle proprie convinzioni circa Dio “……



    Questa tuttavia è la prima parte della risposta di Gesù . la seconda è l’invito che gli rivolge : “Poi vieni e seguimi “. All’uomo viene richiesto non solo di svuotare la propria stanza ma anche di fare la valigia . Così dicendo Gesù getta l’uomo ricco nell’incertezza della sequela, invitandolo a gettarsi , per così dire nel vuoto . Detto in termini più tradizionali, Gesù propone all’uomo ricco di entrare nella dinamica della fede……………Il deserto come il nulla. Il deserto come tipologia per la vita di fede . La fede come abitare il deserto. La fede come abitare il vuoto . E’ proprio nel deserto infatti che Israele è messo alla dura prova della fede o meglio della fiducia radicale . ……….Gesù introduce nella pratica di fiducia radicale richiesta dal deserto un altro componente :



    VIVERE NEL PRESENTE



    vivere nel presente . …….nel deserto c’è solo il presente . Sospesi tra una partenza e un arrivo che non arriva mai, non c’è che il qui e ora . ………..secondo quest’ottica quindi , il deserto diventa il luogo dove il “vuoto è riempito dal presente”. Intraprendere quel viaggio richiede una fiducia radicale, un gettarsi nel vuoto, esattamente ciò che viene richiesto all’uomo ricco quando Gesù lo invita a seguirlo. Liberarsi dai nostri attaccamenti siano essi ricchezze, legami di parentela, idee, osservanza religiosa, è un primo passo verso “lo stesso sentimento che era in Cristo Gesù “, vale a dire verso quel vuoto fonte di ogni sconfinarsi . E ‘ un primo passo al quale ne seguono, un passo dopo l’altro, altri ancora “.( Elizabeth E. Green, Il Dio sconfinato, CLAUDIANA )



    Tempo fa ai frequentatori di questo blog erano state poste delle domande……c’è qualcuno che dice che il Vangelo ( non ) è ( solo ) roba da preti…………..avete letto il libro ultimamente citato ? E’ un libro per religiosi, sacerdoti, consacrati o per sposati ? Che definizione di castità ne esce fuori ? La castità riguarda tutti o preferisci per comodità ghettizzarla ad una sola categoria ? Ma i novizi leggono questo libro ? Lo regaleresti ad una coppia per il loro matrimonio ? Come mai del voto di povertà non si parla nell’inserto economico del Corriere della Sera ? Credi come dice Benigni che Dante abbia scritto la Divina Commedia non perché Dio esiste ma perché Dio esista ? Credi che morire non è combattere al fianco di chi la pensa come te,( questo anche i peccatori lo fanno ) ma avere la libertà di gridare “ io non condivido ciò che dici ma morirei perché tu possa essere libero di dire come la pensi “ ?



    TU CREDI ?

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  3. Anonimo17:05

    Esiste Dio?
    -----------------------------
    (Armando Torno, Pro e contro Dio)

    A tutti coloro che,
    almeno una volta nella vita,
    si sono chiesti: "Esiste Dio?".
    E a mia madre che tanti anni fa
    Mi ha detto: "Sì".
    Ma anche ai compagni cattivi,
    che per anni mi hanno suggerito: "No".
    Infine a un gesuita
    morto poco dopo gli ordini,
    che mi ha risposto: "Sì, ma pensaci".

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  4. Anonimo16:29

    "Nascere e operare il miracolo, nelle umane possibilità, anche se illuminati da Dio, non può essere che premio di fallimenti continui e d'insistenti fatiche. Obbedire al proprio sviluppo naturale, sopportare la potatura di tutte le ramificazioni nate dalla ricerca, mutando in purità le passioni, e il proprio fuoco in un amore che si chiama pazienza: questa è la strada..."
    ARTURO MARTINI
    (1889-1947)

    da Pensieri

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  5. Anonimo01:28

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