21 febbraio 2009

UN CUORE SPEZZATO


Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci sono buone probabilità di rimanere feriti. L’ultima cena descrive bene il rischio che si corre ad amare. Per questo Gesù è morto: perché ha amato. Ed è particolarmente pericoloso per un prete, per un religioso o anche per una persona sposata. Si risvegliano passioni e desideri straordinariamente profondi e sconvolgenti; si può correre il pericolo di perdere la vocazione o di arrivare a condurre una doppia vita. E’ necessaria la grazia se si vogliono superare queste difficoltà. Ma non aprirsi all’amore è ancor più pericoloso: è un rischio mortale. Lo afferma Clive Staples Lewis:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passa- tempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo con il lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno — al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto — esso cambierà: non si spezzerà, diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.




tratto da : "AMARE NELLA LIBERTA'"

3 commenti:

  1. Anonimo19:02

    bisogna avere coraggio
    per far andare le cose per il loro verso,
    soprattutto se il verso è quello giusto.

    (Renè Capovin)

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  2. Anonimo09:56

    Una stanza, o una casa, diventa sempre simile a chi vi abita; perfino la grandezza di una stanza varia a seconda della grandezza del cuore.
    (Kahlil Gibran)

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  3. Anonimo10:35

    Di verità e bontà sono piene le omelie dei preti e i documenti ecclesiastici. Una cittadinanza minore tocca invece alla parola "bellezza".
    Quasi ci incutesse un certo disagio dire "bello", per esempio, in faccia a tutti, come fa il Cantico, il volto di una donna. Un disagio che tempestivamente cerchi di arginare e vaccinare, aggiungendo al sostantivo "bellezza" la specificazione "di Dio": la bellezza di Dio.
    Come se le altre bellezze fossero necessariamente spurie o, peggio ancora, sporche, come se la Sua bellezza, dal giorno in cui furono fatte in Cristo tutte le cose, non avesse trovato dimora nella creazione, come se la bellezza di Dio, irradiata sul volto del Cristo crocifisso, splendente nel Cristo Pastore dalle braccia allargate, il più bello tra i figli di donna, non si fosse riverberata sui nostri volti, ora che il suo Spirito "dimora in noi" e "riempie" -ma qualcuno ancora ci crede?- "tutta la terra".
    Una bellezza da riproporre urgentemente, perché "una città brutta" -ripeteva frequentemente Padre D. Turoldo- "abbruttisce gli uomini". Forse si può anche dire che una chiesa brutta abbruttisce, impoverisce i credenti.
    Ciò che oggi ci occorre è un sussulto, una fascinazione, un innamoramento, l'emozione per "la bellezza racchiusa nel frammento" -direbbe Bruno Forte- finestra aperta verso l'illimitato.
    Il pericolo dell'abbruttimento, della negazione della bellezza è reale -dice l'Arcivescovo- e non riguarda solo i non credenti e gli spazi del mondo, riguarda anche i credenti e la vita della chiesa: "Parlo di quella negazione della bellezza che è spesso sottile e pervasiva e abita la vita di credenti e non credenti: è la mediocrità che avanza, il calcolo egoistico che prende il posto della generosità, l'abitudine ripetitiva e vuota che sostituisce la fedeltà, vissuta come continua novità del cuore e della vita".
    Non è forse vero che la stessa verità, senza bellezza, è gelida, è teorema, è assetto dottrinale, non fa trasalire il cuore? Lo fa trasalire il racconto, perché abitato dalla bellezza dei volti e delle storie: forse per questo Gesù non definiva, ma raccontava. E nel frammento della parola si apriva una finestra, da cui contemplare il mistero.
    Il bene stesso, la virtù, senza bellezza, diventano pesanti, finiscono per soffocare: è il rimanere nella casa del figlio maggiore della parabola, un rimanere senza brividi, senza trasalimenti, semplicemente per un dovere.
    Succede di ascoltare discorsi noiosi, pesanti, asfissianti -si confonde la radicalità del vangelo con la pesantezza- e noiosi, pesanti, soffocanti i cristiani stessi. Il volto non è quello dell'illuminazione del monte, ma quello corrucciato della lamentazione.
    La liturgia stessa vive a volte in parole lontane da ogni sussulto di vita e del cuore. Senza bellezza, si riduce a teatro, teatralità vuota, coreografia perfetta ma senz'anima. Parole proclamate, canti urlati, nell'assenza di occhi che scrutano dalla soglia e adorano.
    Anche la comunità, se viene meno all'interno la bellezza, diventa nuda organizzazione, apparato senza cuore, registri senza l'emozione dei volti.

    Manca -i più lucidi l'avvertono- un'incandescenza, che parli, dai volti, di qualcosa che è accaduto e ti ha acceso il volto, ti ha cambiato faccia. Sul monte Gesù ha cambiato volto, ma forse anche i discepoli, quando dicevano: "è bello rimanere qui!"
    È "bello": aggettivo meno usato nelle nostre proposte pastorali. Noi diciamo: è giusto, è vero, è doveroso, è legittimo. Poche volte diciamo "è bello", a segnalare a noi stessi e agli altri la bellezza di ciò che sta sotto i nostri occhi. È bello il vangelo, è bello Gesù, è bello il piccolo seme nascosto nella terra.
    Succede che uomini e donne cambino faccia. Li guardi e ti viene spontaneo chiedere loro che cosa sia mai capitato. Succede che ti rispondano che si sono innamorati. Potesse succedere anche ai credenti di essere interrogati per il loro volto, trasfigurato come quello dei discepoli sul monte!
    Avere occhi: "Hanno occhi e non vedono". È caratteristica degli idoli vani e vuoti avere occhi e non vedere. Hanno occhi e non vedono accadere la bellezza.
    Sono gli uomini e le donne abbagliati dal mito pallido del mercato, una mentalità mercantile che ha come unica aspirazione ciò che è utile, ciò che ha un tornaconto, ciò che rende… e non ciò che è bello. Una simile mentalità non può avere che un effetto, quello dell'accecamento: hanno occhi e non vedono.
    La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili. Soglie non tanto da varcare con animo predatorio, ma su cui sostare, da cui intravvedere e provare emozione, commozione.
    La bellezza è per i ricercatori di un oltre, quelli che hanno resistito alla seduzione della quantità, della grandezza esteriore, dell'esibizione.
    Avere dunque occhi: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio".
    "Beati gli ubriachi" - scrive E. Galeano - "perché vedranno Dio due volte". Parola che in un primo momento risuona quasi dissacrante, ma forse sta a dire che occorre uno sbilanciamento: quello di cui parlava il nostro Arcivescovo nella sua prima lettera pastorale. E così si chiude l'arco e si ritorna all'inizio.
    In parrocchie troppo organizzate, troppo programmate, troppo prevedibili … in credenti troppo organizzati, troppo programmati, troppo prevedibili non c'è posto per la fascinazione della bellezza.
    ( Quale bellezza salverà il mondo ?,don Angelo Casati )

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