02 luglio 2007

Amare la vita!

Se avessimo il coraggio di vivere con questo stile, forse vivremo un pò meglio!


Ama la vita così com'è
Amala pienamente,senza pretese;
amala quando ti amano o quando ti odiano,
amala quando nessuno ti capisce,
o quando tutti ti comprendono.

Amala quando tutti ti abbandonano,
o quando ti esaltano come un re.
Amala quando ti rubano tutto,
o quando te lo regalano.
Amala quando ha senso
o quando sembra non averlo nemmeno un pò.

Amala nella piena felicità,
o nella solitudine assoluta.
Amala quando sei forte,
o quando ti senti debole.
Amala quando hai paura,
o quando hai una montagna di coraggio.
Amala non soltanto per i grandi piaceri
e le enormi soddisfazioni;
amala anche per le piccolissime gioie.

Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe,
amala anche se non è come la vorresti.
Amala ogni volta che nasci
ed ogni volta che stai per morire.
Ma non amare mai senza amore.

Non vivere mai senza vita!

20 giugno 2007

AMORE?! QUALE AMORE!?

Vedete che già la prima scossa che si dà Giovanni è molto forte. E il comandamento di Gesù è un comandamento che fa scandalo nella storia delle religioni, perché il comandamento è quello sul quale si fonda il rapporto religioso. Ebbene nel comandamento - nell’unico comandamento, perché non ce ne sono altri nella comunità dei credenti -, nell’unico comandamento che Gesù lascia alla sua comunità, non nomina Dio, fatto assolutamente inspiegabile e raro. Nel comandamento che costituisce una religione, una fede, il posto principale deve essere per Dio. Pensiamo soltanto ai dieci comandamenti; il primo enuncia: "Io sono il Signore Dio tuo", ecc. Nell’unico comandamento che Gesù lascia alla sua comunità, Dio non viene nominato! E questo comandamento lo esprime così: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amate gli uni: come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Non chiede l’amore per Dio, ma chiede un amore da trasmettere e scambiare tra gli uomini, uguale a quello che Lui ci ha dimostrato. E l’amore di Gesù, l’amore che ci dimostra, è un amore che non si lascia condizionare dagli atteggiamenti e dalle risposte dell’uomo. È quello che poi Giovanni chiamerà l’ "amore fedele". E in questo unico comandamento Dio non viene nominato.
Nel commento a questo prologo, che Giovanni farà nella Prima lettera, lo dice chiaramente: l’amore a Dio può essere un’illusione. Si trovano persone tanto innamorate di Dio, quanto poi incapaci di vivere con i propri amici. Ricordo sempre un episodio ad un corso di esercizi: si parlava di questo amore a Dio e dell’amore agli uomini. Ci fu una suora che si alzò dicendo: padre, quello che lei sta dicendo è proprio vero. Io amo tanto il Signore che non sopporto più di stare con le mie sorelle! Ecco, ci vuole una particolare propensione all’amore per Dio per non sopportare gli altri. Allora Gesù esclude, dall’unico comandamento che lascia, l’amore per Dio - perché l’amore per Dio può essere frutto di illusione - e mette invece un amore pratico. "Trasmettete fra di voi un amore uguale a quello che io ho per voi": questa è l’unica prova che amate Dio. Lo dirà poi Giovanni nella sua Prima lettera.

29 maggio 2007

LA FRATERNITA’ LUOGO DI APPARTENENZA

LA FRATERNITA’ LUOGO DI APPARTENENZA

1. La Fraternità è un luogo di appartenenza, un luogo nel quale si trova la propria terra e la propria identità. Certamente si può appartenere a realtà diverse da una Fraternità: una gang, una setta, un club, un gruppo di militanti o ancora ad altre organizzazioni. Anche le parrocchie, come le chiese, per molti sono luoghi di appartenenza. La prima comunità alla quale si appartiene è una famiglia. Un bambino appartiene a sua madre. essere portato, protetto, guardato; si apre senza paura. Il desiderio più profondo di un bambino è quello di essere in comunione con suo padre e sua madre. Questo bisogno di comunione con un'altra persona è ciò che vi è di più fondamentale nell'essere umano; è all'origine di tutti gli altri bisogni e desideri.

2. Ma in ogni essere umano c'è un ardente desiderio, e nello stesso tempo una certa paura, della comunione e dell'appartenenza. Ciò che desideriamo di più è l'amore e nello stesso tempo è ciò di cui abbiamo più paura. Ci rende vulnerabili e ci apre, ma è allora che possiamo essere feriti dal rifiuto e dalla separazione. Possiamo aver paura dell'amore perché abbiamo paura di perdere la nostra libertà e la nostra creatività. Desideriamo appartenere ad un gruppo, ma nello stesso tempo abbiamo paura di trovarvi una certa morte perché forse non saremo più guardati come unici. Desideriamo l'amore, ma abbiamo paura della dipendenza e dell'impegno che implica. Abbiamo paura di essere utilizzati, manipolati, soffocati, distrutti. Nei confronti dell'amore, della comunione e dell'appartenenza con tutte le loro esigenze, siamo tutti ambivalenti.

3. Il mio popolo è la mia fraternità, la piccola Fraternità di coloro che vivono insieme ma anche la Fraternità più grande che è attorno e per la quale si è li. Sono quelli che sono iscritti nella mia carne come io sono iscritto nella loro. Che siano lontani o vicini, mio fratello, mia sorella, restano iscritti dentro di me. Io li porto e loro mi portano, e quando ci si ritrova ci si riconosce. Siamo fatti gli uni per gli altri, fatti della medesima terra, membri di uno stesso corpo. Il termine "mio popolo" significa che loro appartengono a me come io appartengo a loro. Quello che li tocca, tocca me.

4. Ciò che distingue una Fraternità da un gruppo di amici è che in una Fraternità noi diciamo la nostra appartenenza reciproca e i nostri legami, annunciamo i nostri scopi e lo spirito che ci unisce. Insieme riconosciamo che siamo responsabili gli uni degli altri e che questo legame viene da Dio, è un dono di Dio. E’ Lui che ci ha scelti e ci ha chiamati insieme, in un'alleanza d'amore e una sollecitudine reciproca.

21 maggio 2007

.... Fraternità

LA FRATERNITA’ LUOGO DELL’AMORE RECI-PROCO

5. Molti entrano a far parte di gruppi per essere formati a tale o tal altra spiritualità, o per acquisire delle conoscenze su Dio e sull’umanità. Ma questo non è la Fraternità, è una scuola. Questo diventa una Fraternità quando si comincia ad amarsi reciprocamente e a preoccuparsi della crescita di ognuno.

6. Se la Fraternità non è solo per la coscienza collettiva, con la sicurezza che questo comporta, ma per la crescita della coscienza e della libertà personale, ci saranno momenti nei quali alcuni si troveranno in conflitto con la loro Fraternità.

7. La Fraternità non è fatta per produrre qualcosa che le sia esterno; non è un raduno di persone che lottano per una causa. E un luogo di comunione, dove ci si ama gli uni gli altri e dove si diventa vulnerabili gli uni nei confronti degli altri.

8. Più una Fraternità si approfondisce, più i suoi membri diventano fragili e sensibili. Amare significa diventare deboli e vulnerabili; significa togliere le barriere e spezzare la propria corazza nei confronti degli altri; significa lasciare entrare gli altri dentro di sé e usare una grande delicatezza per entrare in loro. Il cemento dell'unità è l'interdipendenza.

05 maggio 2007

Tocca a voi...

Tocca a voi
Scriveva Papa Giovanni II ai giovani:
"Fra le domande inevitabili, che dovete porre a voi stessi, la prima e principale è questa: qual è la vostra idea dell'uomo? Che cosa, se¬condo voi, costituisce la dignità e la grandezza di un essere umano? Questa è una domanda che voi giovani dovete porre a voi stessi, ma che ponete anche alla generazione che vi ha preceduto, ai vostri geni¬tori ed a tutti coloro che, a vari livelli, hanno avuto la responsabilità di preoccuparsi dei beni e valori del mondo ".
E, dopo aver spiegato l'importanza di una società che aiuti i giovani a rispondere a questa domanda e la responsabilità grave di chi indirizza i giovani verso risposte sbagliate, conclude:
"Chiedete a voi stessi quale tipo di persone voi e gli esseri umani vostri simili volete essere, quale tipo di cultura volete creare. Ponete a voi stessi queste domande e non abbiate paura delle risposte, anche se esse richiederanno da voi un cambiamento di direzione nei vostri pen¬sieri e nei vostri impegni.”

Essere complesso e misterioso
La prima impressione che nasce dalla contemplazione della persona umana si traduce in un senso di mistero e di complessità. Ogni descrizione dell'uomo, infatti, non è che un capitolo di un libro che non potrà mai essere completamente esaurito. Nel corpo e nello spirito della persona umana lottano continuamente comportamenti opposti. L'essere umano si rivela e si riconosce nella bellezza del corpo reso palpitante da stati d'animo che lo rendono leggero e trasparente, nella bontà che si manifesta in innumerevoli gesti di solidarietà, nelle meraviglie della scienza e della tecnica, nelle profondità raggiunte dal lavoro dello spirito, ma anche nella malignità dell'egoismo che si esprime in mille forme di violenza verso i propri simili e il creato. Creatura effimera e immortale, limitata nello spazio e nel tempo e insieme assetata d'infinito, bestia e angelo, come afferma Pascal.
Esprime bene questo concetto una testimonianza dell'Abbé Pierre: "I ricordi delle gioie reali e strane che hanno costellato la mia lunga vita non mostrano forse che l'essere umano, proprio come una aquila, è avido di orizzonti e spazi illimitati, eppure è costretto a lottare, incapace di volare davvero, quasi ne fosse impedito da una qualche ferita? (...) Tale mi appare il cuore umano: intessuto d'ombre e di luci, capace di gesti eroici e di terribili vigliaccherie, teso verso ampi orizzonti e sempre sul punto d'inciampare in ogni sorta di ostacoli, il più delle volte inferiori".
Di fronte a questo essere così carico di contrasti, l'autore dei Salmi non riesce a trattenere un'esclamazione di stupore: "Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare" (Sai 8,4-9).

20 aprile 2007

Amore è

L’intelligenza priva di amore, ti rende perverso.
La giustizia senza amore, ti rende spietato.
La diplomazia senza amore, ti rende ipocrita.
Il successo senza amore, ti rende arrogante.
La ricchezza senza amore, ti rende avaro.
La docilità senza amore, ti rende sottomesso.
La povertà senza amore, ti rende orgoglioso.
La bellezza senza amore, ti rende ridicolo.
L’autorità senza amore, ti rende tiranno.
Il lavoro senza amore, ti rende schiavo.
La semplicità senza amore, ti toglie valore.
La preghiera senza amore, ti rende introverso.
La legge senza amore, ti schiavizza.
La politica senza amore, ti rende egoista.
La fede senza amore, ti rende fanatico.
La croce senza amore diventa tortura.
LA VITA SENZA AMORE... NON HA SENSO.........

02 aprile 2007

Il nostro Dio è un Dio in "divenire"!

C’è una comprensione dinamica di Dio, per la quale Dio esiste come sorgente di vita. Tutta la vita sboccia da Dio ed è una forma di autocomunicazione di Dio. Ogni oggetto, animale o persona partecipa dell’essere divino in un suo modo particolare. La persona umana, creata immagine di Dio, partecipa dell’autoespressione di Dio in modo speciale. L’individuo, nella sua attività, non è chiamato ad agire nell’interesse di Dio, né Dio agisce attraverso la persona umana, come se questa fosse uno strumento nelle mani di Dio. Piuttosto, il genere umano è chiamato a formare un principio di azione insieme con il Dio che crea e redime. La persona non deve vivere «per Dio», ma «con Dio» in ogni umana autorealizzazione (divinizzazione).
La comprensione dinamica di Dio vede Dio in ogni essere creato. Dio non è una presenza localizzata che protegge o punisce secondo il grado di venerazione, né il giudice che punisce o ricompensa, sospeso in alto. È la dinamica sorgente di vita di tutta l’esistenza creata. Attraverso questa dinamica presenza, Dio chiama la persona ad accettare responsabilmente la propria crescita e il proprio sviluppo. Questa sensibilità riconosce la presenza divina in tutto ciò che accade, ma non come una misura, un calcolo, una ricompensa o una punizione divina. È sempre Dio che si «autoesprime», ma permettere all’umanità di essere la forma attraverso la quale l’amore e la sollecitudine divina si rendono visibili.
Anni fa un professore mi disse che il nome JHWH non significa realmente «Io sono colui che è», ma piuttosto «Io sono colui che continuamente esprime se stesso». Mi colpì come questa traduzione rendesse la natura dinamica della presenza di Dio. Garantendo intelligenza e libera volontà agli esseri umani, Dio offre loro una parte speciale nella vita divina. Dio chiama l’umanità a essere la traduzione visibile e tangibile dell’amore divino nel creato.

GRAZIE!

GRAZIE A CHI CONTRIBUISCE A QUESTE PAGINE CON LE PROPRIE IDEE, RIFLESSIONI E CON IL VIVERE QUOTIDIANO, SEGNO DELLA PRESENZA DI DIO.
E' LA COMUNITA'-FRATERNITA', CHE COSTRUISCE LA CHIESA!

18 marzo 2007

Una legge che nasce dal cuore!

Per Giovanni, l’evangelista, che esprime il pensiero di Gesù, non c’è nessuna legge esterna all’uomo che possa guidarne i passi, nemmeno se questa legge è data da Dio. È la vita stessa dell’uomo a condurne i passi, cioè la risposta dell’uomo a quel desiderio di pienezza che ha. Come abbiamo visto, Dio, prima ancora di creare il mondo, aveva il progetto di far sì che l’uomo raggiungesse la condizione divina; condizione divina che si raggiunge esclusivamente mettendo nella nostra vita una qualità d’amore che, progressivamente, assomigli sempre più all’amore di Dio. E non solo non è la legge dell’Antico Testamento quella che guida i passi del credente - bensì è la vita che illumina, ma, secondo il Vangelo, nemmeno l’insegnamento di Gesù deve guidare i passi del credente. Cosa significa questo? Il credente deve sì conoscere Gesù e assimilare il suo messaggio, ma poi deve farlo proprio e comportarsi in una determinata maniera non perché lo ha detto Gesù, ma perché lo sente come un bisogno del proprio io. Il credente, se deve perdonare, non lo fa perché lo dice Gesù. Se si arriva a questi estremi, significa che il messaggio di Gesù non lo abbiamo fatto nostro e abbiamo ancora bisogno di un codice di comportamento esterno che determini le nostre azioni. Non si perdonano gli altri perché Gesù ha detto che bisogna perdonare, ma perché la capacità d’amore che si sente sarà sempre più grande della capacità degli altri di farci del male. Quindi, neanche l’insegnamento di Gesù guida i nostri passi, se non l’abbiamo assimilato e fatto nostro. Non si ama perché Gesù ci dice di fare così, perché altrimenti, se non lo avesse detto, come ci si comporterebbe? Non si condivide quello che si ha perché Gesù ci ha detto di comportarci in questo modo, ma lo si fa perché è un bisogno che si sente dal più intimo di noi stessi, che ci fa realizzare e che ci fa sviluppare amando così.

Con Gesù, chi è l’immagine del perfetto credente? Non colui che obbedisce a Dio osservandone le leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al Suo. Ecco perché Gesù, in un esempio scandaloso, contrappone queste due qualità di credente: al sacerdote e al levita, perfetti osservanti della legge, nell’episodio del Samaritano contrappone l’eretico samaritano (Lc 10,29-37). Chi è che assomiglia a Dio? Non l’osservante della legge, il sacerdote, ma l’eretico perché gli assomiglia nella qualità d’amore. Chi è il credente? Il credente non si vede dalla frequenza ai riti, dalla maniera di frequentare luoghi e persone sacre, dall’osservanza di regole e di precetti, ma l’unico criterio per giudicarlo è vedere se ha una qualità d’amore simile a Dio. Il paradosso dei Vangeli è che come esempio di credente viene messo un eretico. E questo è valido tutt’oggi! Può darsi che qualche persona che noi giudichiamo miscredente, immorale, eretica, sia invece, per la qualità d’amore che possiede, il vero credente.

26 febbraio 2007

DOMANDE

Dopo qualche mese di prova ti proponiamo alcune domande e con le risposte cercheremo di darci una mano a capire meglio come usare questo blog.

Perchè, per te, in questo tempo, vale la pena credere in Gesù Cristo figlio di Dio?
Proponi il tuo essere cristiano a chi ti gravita attorno?
Cosa ne pensi di come si sta muovendo la chiesa in questo tempo?

Grazie della tua collaborazione.

09 febbraio 2007

UNA RELIGIONE E NON UNA FEDE

Così il vangelo diventa una religione sociologica, fatta di tappe sacramentali senza interiorità; i carismi dei fondatori si sclerotizzano in una fedeltà materiale disperatamente in cerca di una spiritualità che sfugge; le parrocchie meglio organizzate non infondono più la gioia della comunione e la gente cerca il calore umano nelle sette. Mentre Dio aspetta dentro ogni uomo che costui lo raggiunga dentro di sé e, ascoltando la propria verità, trovi colui che lo guida verso i sentieri del Bene per manifestarsi attraverso di lui ai fratelli. Allora non c'è più bisogno di chiedersi che cosa fare: basta essere in sé e la vita conduce là dove conviene, non sempre con facilità, ma certamente con serenità. Perché Dio vuole l'uomo vivente, traboccante di vita: questa è la sua volontà…

Emmanuelle Marie “La pazienza dell’istante”

12 gennaio 2007

SEI FELICE?

“Ma non hai tutto? E cosa c’è che non va nella tua vita?”. “Forse proprio questo. Ho tutto, ma sono infelice. E non sono l’unica. Nel corso di questi anni, ho frequentato persone di ogni tipo: ricche, povere, potenti, rassegnate… In ogni sguardo che ha incrociato il mio, ho letto un’amarezza infinita. Una tristezza che non sempre veniva accettata, ma che c’era, indipendentemente da ciò che quegli individui dicevano”.
“Sto pensando. Secondo te, dunque, nessuno è felice?”. “Sembra che alcuni lo siano, ma forse semplicemente non ci pensano. Altri fanno progetti: avrò un marito, una moglie, una casa, due figli, una villa fuori città. Non posso dire se siano tutti infelici. Comunque so che sono sempre impegnati: a fare gli straordinari al lavoro, a occuparsi dei figli, del coniuge, della carriera, della laurea, degli impegni dell’indomani, delle cose che bisogna comprare, di ciò che si deve possedere per non sentirsi inferiori eccetera. Insomma, ben pochi mi dicono: ‘Sono infelice’. La maggior parte afferma: ‘Sto benissimo, ho ottenuto tutto quello che desideravo’. Allora io domando: ‘Cos’è che la rende felice?’. Risposta: ‘Ho tutto ciò che una persona potrebbe sognare: famiglia, casa, lavoro, salute’. Gli faccio un’altra domanda: ‘Si è mai fermato a pensare se questo sia davvero tutto nella vita?’. Risposta: ‘Sì, questo è tutto’. Al che, io insisto: ‘Allora il senso della vita è dato dal lavoro, dalla famiglia, dai figli che cresceranno e la lasceranno, dalla moglie - o dal marito - che diventeranno degli amici piuttosto che restare dei veri innamorati. Ma un giorno il lavoro finirà. Che cosa farà quando ciò accadrà?’. In realtà, potrebbero rispondere: ‘Quando i miei figli cresceranno, quando mio marito - o mia moglie - sarà un amico, anziché un amante appassionato, quando sarò in pensione... avrò il tempo libero per fare ciò che ho sempre sognato: viaggiare’. E allora tu potresti domandare: ‘Ma non ha appena detto che era felice? Non sta facendo ciò che ha sempre sognato?’. Se insisto, alla fine scoprono sempre che c’è qualcosa che manca. Il proprietario di un’impresa non ha ancora concluso l’affare dei suoi sogni; la casalinga vorrebbe avere più indipendenza o più denaro; il giovane innamorato teme di perdere la ragazza; le persone appena laureate si domandano se abbiano deciso personalmente quella carriera, oppure qualcuno l’abbia scelta per loro; il dentista avrebbe voluto essere un cantante; il cantante avrebbe voluto diventare un politico; il politico avrebbe voluto fare lo scrittore; lo scrittore avrebbe voluto essere un contadino. E anche quando incontro qualcuno che sta facendo ciò che ha scelto, quell’individuo ha l’anima tormentata. Non ha ancora trovato la pace. A proposito, scusa se insisto: “Tu sei felice?”.”

Tratto e rivisto da “LO ZAHIR” di Paulo Coelho

01 gennaio 2007

L’ABBRACCIO BENEDICENTE

Non c'è una sottile coercizione sia da parte della Chiesa che della società nel farci rimanere figli dipendenti? La Chiesa, nel passato, non ha posto troppo l'accento sull'obbedienza in modo da rendere poi difficile rivendicare la paternità spirituale? E la nostra società consumistica non ci ha incoraggiato a indulgere a infantili autogratificazioni? Chi ci ha davvero provocato a liberarci dalle dipendenze immature e ad accettare l'onere di essere adulti responsabili? Noi stessi, peraltro, non cerchiamo sempre di sottrarci al terribile compito della condizione di padre? Rembrandt di certo vi si sottrasse. Soltanto dopo molto dolore e molte sofferenze, quando si stava avvicinando alla morte, è stato in grado di comprendere e dipingere la vera paternità spirituale.
Forse l'affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto Dio sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come lui la mostra a me. Se l'unico significato del racconto fosse che la gente pecca ma Dio perdona, potrei benissimo cominciare a pensare ai miei peccati come a una bella occasione per Dio di mostrarmi il suo perdono. Non ci sarebbe alcuna vera provocazione in una interpretazione del genere. Mi abbandonerei alle mie debolezze e continuerei a sperare che Dio magari chiuderà gli occhi di fronte ad esse, e mi lascerà sempre tornare a casa, qualunque cosa abbia fatto. Questo tipo di romanticismo sentimentale non è il messaggio dei Vangeli.
Ciò che sono chiamato a realizzare è che, sia come figlio più giovane che come figlio maggiore, sono il figlio del Padre mio misericordioso. Sono un erede. Nessuno lo dice in modo più chiaro di Paolo quando scrive: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». Per la verità, come figlio ed erede devo diventare successore. Sono destinato ad occupare il posto di mio Padre e offrire agli altri la stessa compassione che lui ha offerto a me. Il ritorno al Padre è in definitiva la sfida a diventare il Padre.
Questa vocazione a diventare il Padre esclude qualsiasi interpretazione "facile" del racconto. So quanto desidero ritornare e sentirmi poi al sicuro, ma voglio veramente essere figlio ed erede con tutto ciò che questo implica? Stare nella casa del Padre richiede di far mia la vita del Padre e di essere trasformato a sua immagine.



“L’ABBRACCIO BENEDICENTE”
Henri J.M. Nouwen
Queriniana

18 dicembre 2006

IL MIO DIO È FRAGILE

Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile, insensibile, stoico, impassibile.
Il mio Dio è fragile.
È della mia razza.
E io della sua.
Lui è uomo e io quasi Dio.
Perché io potessi assaporare la divinità lui amò il mio fango.
L’amore ha reso fragile il mio Dio.
Il mio Dio conobbe l'allegria umana, l'amicizia, il gusto della terra e delle sue cose.
Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò.
Il mio Dio fu sensibile.
Il mio Dio si irritò, fu passionale.
E fu dolce come un bambino.
Il mio Dio fu nutrito da una madre e sentì e bevve tutta la tenerezza femminile.
Il mio Dio tremò dinanzi alla morte.
Non amò mai il dolore, non fu mai amico della malattia.
Per questo curò gli infermi.
Il mio Dio patì l'esilio.
Fu perseguitato e acclamato.
Amò tutto quanto è umano il mio Dio:
le cose e gli uomini; il pane e la donna;
i buoni e i peccatori.
Il mio Dio fu un uomo del suo tempo.
Vestiva come tutti, parlava il dialetto della sua terra, lavorava con le sue mani, gridava come i profeti.
Il mio Dio fu debole con i deboli e superbo con i superbi.
Morì giovane perché era sincero.
Lo uccisero perché lo tradiva la verità che era nei suoi occhi.
Ma il mio Dio morì senza odiare.
Morì scusando che è più che perdonare.
Il mio Dio è fragile.
Il mio Dio ruppe con la vecchia morale del dente per dente, della vendetta meschina, per inaugurare la frontiera di un amore e di una violenza totalmente nuova.
Il mio Dio gettato nel solco, schiacciato contro la terra, tradito, abbandonato, incompreso, continuò ad amare.
Per questo il mio Dio vinse la morte e comparve con un frutto nuovo tra le mani:
la resurrezione.
Per questo noi siamo tutti sulla via della resurrezione: gli uomini e le cose.
È difficile per tanti il mio Dio fragile.
Il mio Dio che piange, il mio Dio che non si difende.
È difficile il mio Dio abbandonato da Dio.
Il mio Dio che deve morire per trionfare. Il mio Dio che fa di un ladro e criminale il primo santo canonizzato della sua Chiesa.
Il mio Dio giovane che muore con l'accusa di agitatore politico.
Il mio Dio sacerdote e profeta che subisce la morte
come la prima vergogna di tutte le inquisizioni della storia.
È difficile il mio Dio fragile, amico della vita.
Il mio Dio che soffrì il morso di tutte le tentazioni.
Il mio Dio che sudò sangue prima di accettare la volontà del Padre.
È difficile questo Dio.
Questo mio Dio fragile per chi pensa di trionfare soltanto vincendo, per chi si difende soltanto uccidendo, per chi salvezza vuol dire sforzo e non regalo, per chi considera peccato quello che è umano, per chi il santo è uguale allo stoico e Cristo a un angelo.
È difficile il mio Dio fragile per quelli che continuano a sognare un Dio che non somigli agli uomini.

Da: “IL DIO IN CUI NON CREDO”
JUAN ARIAS
Cittadella Editrice


Finalmente un Dio a misura d’uomo, un Dio che non giudica gli uomini, come fino a oggi ci è stato fatto credere (“abbiamo meritato i tuoi castighi” dice l’atto di dolore), ma un Dio che si incarna, che ama l’umanità dell’uomo e la porta a divinizzazione.

10 dicembre 2006

Intervista a Dio

Ho sognato d’intervistare Dio
"Ti piacerebbe intervistarmi?", Dio mi domandò.
"Se hai tempo"gli dissi.
Dio sorrise.
"Il mio tempo è eterno, che cosa vuoi domandarmi?"
"Che sorprese hai per l’umanità?..."
E Dio rispose...
"Siete così ansiosi per il futuro, perché vi dimenticate del presente.
Vivete la vita senza pensare al presente o al futuro.
Vivete la vita come se non dovreste morire mai, e morite come se non aveste mai vissuto...."

”Avete fretta perché i vostri figli crescano, e appena crescono volete che siano di nuovo bambini.
Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute".

Le mani di Dio presero le mie e per un momento restò in silenzio, allora gli domandai...
"Padre, che lezione di vita desideri che i tuoi figli imparino?"
Dio rispose con un sorriso: "Che imparino che non possono pretendere di essere amati da tutti , però ciò che possono fare è lasciarsi amare dagli altri".

"Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa".

"Imparino che non è buono paragonarsi con gli altri".

"Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che ha bisogno di meno

"Imparino che in alcuni secondi si ferisce profondamente una persona che si ama, e che ci vogliono molti anni per cicatrizzare la ferita".

"Imparino a perdonare e a praticare il perdono".

"Imparino che ci sono persone che vi amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti".

"Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in modo differente".

"Imparino che non si perdona mai abbastanza gli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi".

"E imparino che IO sono sempre qui. SEMPRE".

Che ne pensate?