21 maggio 2007

.... Fraternità

LA FRATERNITA’ LUOGO DELL’AMORE RECI-PROCO

5. Molti entrano a far parte di gruppi per essere formati a tale o tal altra spiritualità, o per acquisire delle conoscenze su Dio e sull’umanità. Ma questo non è la Fraternità, è una scuola. Questo diventa una Fraternità quando si comincia ad amarsi reciprocamente e a preoccuparsi della crescita di ognuno.

6. Se la Fraternità non è solo per la coscienza collettiva, con la sicurezza che questo comporta, ma per la crescita della coscienza e della libertà personale, ci saranno momenti nei quali alcuni si troveranno in conflitto con la loro Fraternità.

7. La Fraternità non è fatta per produrre qualcosa che le sia esterno; non è un raduno di persone che lottano per una causa. E un luogo di comunione, dove ci si ama gli uni gli altri e dove si diventa vulnerabili gli uni nei confronti degli altri.

8. Più una Fraternità si approfondisce, più i suoi membri diventano fragili e sensibili. Amare significa diventare deboli e vulnerabili; significa togliere le barriere e spezzare la propria corazza nei confronti degli altri; significa lasciare entrare gli altri dentro di sé e usare una grande delicatezza per entrare in loro. Il cemento dell'unità è l'interdipendenza.

2 commenti:

  1. Anonimo18:16

    Tocca a me......ascendere

    Tommaso e il suo dolore, Pietro e il suo senso di colpa, Gesù pastore bello che tiene strette al suo petto le pecore, Giuda che è salvato dal suo male, la comunità dei discepoli che osservano la Parola e dimorano nell’amore.
    Abbiamo volato alto quest’anno, che dite?
    Forse anche voi, come i dodici, vi sentite un po’ risorti, forse anche voi – un poco, almeno! – avete abbandonato in fretta il sepolcro.
    Tutto troppo bello per essere vero, no?
    Infatti. Siete seduti? Gesù se ne va (e questa è già dura da digerire) e – terribile – ci lascia la Chiesa.

    Scambio sfavorevole
    Scambio sfavorevole, che dite? Non siamo tutti, come gli apostoli, un po’ delusi da questa scelta? Ma come, proprio adesso che le cose funzionavano, Gesù ci molla? Torna al Padre e noi qui a tribolare?
    Il cammino di conversione alla gioia, che abbiamo portato avanti in queste settimane, subisce uno stop, un tonfo improvviso. Vedo già la vostra faccia amici lettori, compagni internauti, stiamo faticosamente recuperando il volto di Dio, passando da quello sgorbio di Dio che abbiamo in testa al Dio di Gesù, ed ecco che tiriamo fuori il tema antipaticissimo della Chiesa.
    Siamo schietti: a me che Gesù risorto sia tornato al Padre, proprio non piace, e non ci trovo proprio un bel niente da festeggiare. Invece di incontrare il volto radioso e sereno del Maestro, mi trovo davanti il volto rugoso e scuro dei cristiani…

    E se, invece
    Ma se, invece, Gesù avesse voluto dirci qualcosa di nuovo? Di inatteso? Se davvero nei progetti di Dio ci fossimo noi? Se, mettete il caso, davvero Gesù abbia (follemente) affidato l’annuncio del Regno alla Chiesa, peggio: a questa Chiesa?
    Sì, amici, l’ascensione (di nuovo!) cambia la nostra idea di Dio.
    Non più un Dio “pappa fatta” che regna sovrano e ripiana i problemi, supera le difficoltà.
    Il nostro non è un Dio manager amministratore di una multinazionale del sacro che dirama le direttive e un numero verde per le emergenze, con gentili angeli che non danno mai risposte utili, no.
    Il Dio presente, il Dio in cui crediamo è il Dio che affida, che accompagna, certo, ma che affida il cammino del vangelo alla fragilità della sua Chiesa. Il Regno sperato dagli apostoli occorre costruirlo, la nuova dimensione voluta dal Signore per restare nel mondo, non è magica, ma pazientemente intessuta da ognuno di noi.
    Siamo noi, ahimè, il volto di Gesù per le persone che incontriamo sulla nostra strada… Tu che leggi, fratello, sei lo sguardo di Dio per le persone che incontreremo. Così il nostro Dio originale e spiazzante ha deciso. E così davvero accade.

    Il tempo della Chiesa
    L’ascensione segna la fine di un momento, il momento della presenza fisica di Dio, dell’annuncio del vero volto del Padre da parte di Gesù, che professiamo Signore e Dio, con la rassicurazione, da parte di Dio stesso della sua bontà e della sua vicinanza nello sguardo di noi discepoli. Ora è il tempo di costruire relazioni e rapporti a partire dal sogno di Dio che è la Chiesa: comunità di fratelli e sorelle radunati nella tenerezza e nella franchezza nel Vangelo.
    Accogliamo allora l’invito degli angeli nel vangelo di Matteo: smettiamola di guardare tra le nuvole cercando il barlume della gloria di Dio e – piuttosto – vediamo questa gloria disseminata nella quotidianità di ciò che siamo e viviamo. Restiamo in città, non fuggiamo la disperante banalità dell’oggi, perché è lì che Gesù sceglie di abitare: nell’oggi, nel delirio confuso della mia città. Cerchiamo Dio, ora, nella gloria del Tempio che è l’uomo, tempio del Dio vivente, smettiamola di guardare le nuvole, se Dio è nel volto povero e teso del fratello che incrocio.
    Il Signore ci dice che è possibile qui e ora costruire il suo Regno. L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, l’avvio di una nuova avventura che vede noi protagonisti.
    E se la Chiesa ci ha masticato, offeso, provato, combattiamo con più forza, imitiamo i santi che convertirono la Chiesa a partire da loro stessi.

    Staremo ancora a naso in su a scrutare gli astri?
    A implorare un intervento divino?
    O non vedremo – piuttosto – la presenza di Dio tra i suoi discepoli, presenza segnata nella fatica dell’accoglienza, nella vita di fede, nel desiderio di un mondo più solidale da costruire giorno per giorno?
    Ascendiamo, fratelli: smettiamola di fare i bambini devoti, Dio – ora – ha bisogno di discepoli adulti, capaci di far vibrare il Vangelo nella vita, capaci di dire la fede in modo nuovo.

    ( Don Paolo Curtaz-Ti racconto la Parola )

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  2. Anonimo10:22

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    La direzione sbagliata
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    (Bruno Ferrero)

    Eravamo in due nello stesso scompartimento del treno.
    La giornata era fredda e piovosa. Dai finestrini si vedeva scorrere un
    paesaggio grigio e nelle stazioni i pochi passeggeri erano intabarrati
    in cappotti e sciarpe. Ma lo scompartimento era confortevolmente
    riscaldato e il ritmico sferragliare del treno conciliava una quieta
    beatitudine. Il passeggero che divideva lo scompartimento con me,
    invece, era stranamente inquieto. Ad ogni fermata del treno scattava
    in piedi, correva al finestrino e leggeva ad alta voce il nome della
    stazione. Poi si sprofondava emettendo un sospiro da strappare il
    cuore. Dopo sette od otto stazioni, preoccupato gli chiesi:
    "C'è qualcosa che non va? Non si sente bene?". Con un
    nuovo desolato sospiro, rispose: " Non proprio. E' che sto
    andando nella direzione sbagliata. Avrei dovuto cambiare treno già da
    molte stazioni. Ma si sta così bene e al calduccio, qui...".

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