15 maggio 2009

"CARA TE"














Ciao Paolo, ti spedisco questa riflessione appena fatta….


Cara te,
mi fermo nella serenità. Mi fermo un attimo e guardo la vita non con lucida razionalità, ma con fiducia e ragionevolezza. Mi chiedo cosa sto cercando, cosa voglio. Cosa mi sta turbando così immensamente.
Prendo tra le mani i miei piccoli desideri, mi rendo conto della loro semplicità. Cerco una sorta di condivisione con qualcuno, cerco apertura, cerco la possibilità di voler bene e di lasciare aperte le porte della mia intimità. Cerco anche una condivisione semplice e concreta, fatta di uno star bene assieme nelle lunghe ore pomeridiane, uno star bene nell’ascoltare una canzone. Lo star bene senza la fretta e la voracità di essere presente e essere già da un’altra parte nello stesso istante. Una pienezza del momento che a volte vivo già con me stessa e che oggi ha voglia di essere condivisa.
Vorrei questo, ma forse non sono capace di cercarlo nel modo giusto. Smetto di proiettare all’esterno la mancanza di reciprocità. Se le cose non vanno bene è perché io, nel profondo, non credo in quel bene. Non credendoci, mi affretto a ingurgitare ogni cosa che mi sembra possa in qualche modo riempire il mio vuoto, il mio male, che evidentemente vivo perché ci credo. Vivo nella preoccupazione di stare bene e in questo modo stupidamente mi lego il male ai miei piedi e non me ne libero più. Guardo attorno con occhi furtivi, prendo prima che mi sia concesso, esigo e necessito al posto di ricevere e apprezzare. Scrivo poesie svuotando la rabbia e la delusione per ciò che non possiedo e non mi faccio strumento di lode. Aspetto assetata di ricevere molteplici risposte e conferme al mio grido univoco. E confondo il grido con il sentire di voler bene e il desiderio che questo bene raggiunga l’altro. Così facendo, credo di trovare l’amore affidandomi al male, nella sfiducia. E per questo mi sento sempre e comunque in mille luoghi diversi contemporaneamente, mi sento sempre e comunque insoddisfatta e frustrata.
Oggi mi ascolto e sento chiaro il desiderio di un bene pulito e nobilitante. Un amore così non può cadere nella bassezza di un burrone infernale.
E nello scrivere questo mi rendo conto che non ho paura dell’amore, ma ho paura della volgarità del male. E nel desiderio più bello e profondo di vivere un amore etico, per prima, mi faccio rapire dalla fame della possessione, dall’avidità che mi risucchia in un vortice che rapisce la mia mente e con lei la capacità di agire rispettosamente nei confronti della vita. Guardo in faccia questa tentazione di bassezza: è il volgare istinto di volere tutto per sé, di rubare all’altro la possibilità di esistere con te, ma fuori di te.
Non è la passione della sensualità che uccide, non è l’attrazione corporea e la sua bella unione nella sessualità. Non è certo questo che sporca l’amore. Solo l’avidità uccide, prima di tutto te stesso.
Percepisco questo e lo fuggo. Ma voglio credere nella possibilità di vivere l’amore, voglio credere nel meraviglioso equilibrio che gli uomini riescono a costruire credendo nel bene. Dunque, questo crederci è essenziale: solo se ho fiducia nel bene, nella capacità dell’umanità di vivere eticamente, posso non soffrire nel vortice dell’avidità, non sentirmi derubata in ogni istante della mia vita.
Nella costruzione di un amore. Nella piena fiducia del bene. Voglio vivere in questo.

Una donna

08 maggio 2009

PORTARE FRUTTO
















Quando la traduzione fa teologia..

Gesù dice:”ogni tralcio che in me non porta frutto”, cioè ogni appartenente alla comunità
cristiana riceve la linfa vitale, ma la consuma tutta per sé,la privatizza, non la trasforma in linfa per gli altri:” il Padre lo toglie”(testo greco: airei Vulgata: tollet)…è messo fuori causa perché sterile, infruttuoso.
Invece,il tralcio (il cristiano) inserito nella comunità che valorizza questa linfa vitale per sé e la trasmette e condivide con gli altri , il Padre(il vignaiolo) lo pota per farlo fruttare di più…Qui ci siamo intoppati. Abbiamo dedotto che se il tralcio buono viene potato,vuol dire viene reciso e tagliato via dal tronco della vite,cioè subisce la stessa sorte del tralcio infruttuoso. Allora abbiamo ”sgarucciato” in diversi testi, compreso il vocabolario greco del N.T. Ed. EDB,pag,177), Panimolle, EDB, III vol. pag,263 ecc..
E siamo venuti a capo di una spiegazione che ci ha soddisfatto…Chi è in comunione con il Padre e fa comunione con i fratelli non viene potato (airei in greco),ma purificato, mondato, risanato (katà-irei -Vulgata:purgabit).
Gli evangelisti sono dei grandi esperti della lingua che adoperano. I traduttori sono vittime del loro contesto storico…Qui l’evangelista non sta parlando di potatura, altrimenti il Signore come potrebbe potare, recidere una persona che porta frutto e che Lui ama? Per metterlo alla prova e per vedere se continua ad amarlo? Ma come potrebbe far del male a una persona che lo ama? Il Signore non pota,non taglia, non recide il tralcio dal tronco, ma la sua azione è quella di purificarci (katarizo: mondo, risano, purifico) dalle negatività e insufficienze… Ci tranquillizza il testo della “Bibbia Interconfessionale:” i tralci che danno frutto,li libera da tutto ciò che impedisce frutti più abbondanti”(Bibbia interconfessionale, Ed, Elle.Di.Ci.).
A noi Gruppo la prosa dell’evangelista ci ha infuso una grande tranquillità. Ci ha fatto chiaro.
Noi l’abbiamo tradotta in questo modo:“Tu occupati-dice il Signore- di ottimizzare questa linfa vitale del Padre e di trasmetterla agli altri. E’ Lui che si incaricherà di liberarti dalle tue incrostazioni negative.
Tu impegnati a vivere la tua vita con il Padre portando la sua immagine in mezzo ai fratelli mescolandoti ad essi, caricandoti dei loro pesi, delle loro ferite, delle loro solitudine…
Tu non devi pensare a te stesso, ai tuoi difetti, ai tuoi limiti. Quello che c’è in te di negativo, il Padre lo eliminerà mediante la Parola rivelata da Gesù e vissuta in comunione con i fratelli… perché in questa vigna qualsiasi passante ha diritto di esigere i frutti…
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Il Gruppo del Vangelo di Jesi

01 maggio 2009

"Hanno occhi ma non vedono, hanno orecchi ma non sentono..."








Un violinista nella metro

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.
Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.
Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.
Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare.
Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e ricominciò a camminare.
Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a
camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse.
Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento.
Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo.
Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.
Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamola bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?".

Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?"



http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/persone/bell-metro/bell-metro/bell-metro.html

23 aprile 2009

IL DESIDERIO DI INTIMITA'


Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto quei momenti di ossessione quando qualcuno diventa l’oggetto di tutti i nostri desideri, il simbolo di tutto ciò che abbiamo sempre desiderato, la risposta a tutti i nostri bisogni. Se non arriviamo a essere uno con quella persona ci sembra che la nostra vita sia vuota e priva di significato. L’oggetto del nostro amore ricolma quel pozzo profondo di bisogni che scopriamo in noi. Ci pensiamo tutto il giorno. Shakespeare ha saputo esprimere molto bene questa situazione:

“Il corpo il giorno e a notte la seguace
mente, per te e per me, non trova pace”


O, in termini un pò più moderni, il volto della persona amata diventa un po’ come il salva schermo del nostro computer. Nel momento in cui si smette di pensare a qualcos’altro, eccolo! È come una prigione, una schiavitù, ma una schiavitù alla quale non vogliamo sottrarci... Divinizziamo la persona amata, la mettiamo al posto di Dio. Evidentemente quello che noi adoriamo è un qualcosa che siamo stati noi a creare, una proiezione. Forse ogni amore passa attraverso questa fase di ossessione insensata. L’unico rimedio è vivere con la persona amata giorno per giorno, e scoprire che essa non è Dio, ma soltanto un suo figlio. L’amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con una persona reale e non con una proiezione dei nostri desideri. Come afferma il poeta messicano Octavio Paz: “L’amore rivela la realtà al desiderio”.
Infatti che cosa cerchiamo in tutto questo? Cos’è che provoca questa ossessione? Posso parlare solo per me, ma direi che quello che si celava dietro i miei occasionali turbamenti emotivi era sempre un desiderio di intimità: il desiderio di essere interamente uno con l’altro, di far scomparire le frontiere tra me e un’altra persona, di perdermi in essa, di giungere a una comunione pura e totale. Più che una passione sessuale, penso che la maggior parte degli esseri umani cerchi un’intimità. Se dobbiamo passare attraverso delle crisi di affettività, ci è necessario riconoscere il nostro bisogno di intimità.


Tratto da: “AMARE NELLA LIBERTA’”

08 aprile 2009

PASQUA 2009: La vita come un dono!


Quando ho cominciato a capire che il Vangelo è la vita dell’uomo, ho cominciato a vivere la vita degli uomini come il segno della presenza di Dio e della realizzazione del suo Regno.
Nel Vangelo di Matteo (25,14-30) si narra di un ricco personaggio che partendo per terre lontane lascia ai suoi servi dei talenti: a uno 5, a un altro 3 e a un altro 1.
Fino a qualche anno fa mi sono trovato di fronte a un testo, che in qualche modo, mi indicava la direzione del rendere conto al padrone, degli sforzi, sacrifici, conquiste o altro, durante la sua assenza.
Analizzando il testo e senza conoscere il greco mi viene da farmi delle domande: chi è quel padrone che al suo ritorno non si riprende quello che ha lasciato ai servi? Chi è quel padrone che, lasciando un capitale come quello che ha lasciato a suoi servi, lascia loro anche gli interessi? Chi è quel padrone che lascia quanto ha dato, quanto hanno guadagnato e da potere su molto (vedi brano del Vangelo)?
Quel Padrone vuole fare i conti, perché? Se non vuole che gli si riconsegni il dato, perché fare i conti? Se quel padrone vuole far tornare i conti e non intasca nulla, a cosa gli serve fare i conti?

E se quel Padrone volesse solo farsi raccontare dai suoi servi come avevano “vissuto” quanto Lui aveva loro donato? E se quel Padrone volesse che i suoi servi stessero faccia a faccia con Lui e gli raccontassero, perche Lui voleva gioire con loro di quello che avevano realizzato? E se quel padrone non gli importasse nulla del denaro, ma volesse solo che i suoi servi vivessero, nei suoi confronti, una relazione tale da farli diventare dei sui pari?

Colui che aveva ricevuto un solo talento lo nasconde perché vede nel padrone chi un giorno gli chiederà conto; vive nella paura di non essere all’altezza; vive nella paura di deludere: vive il retribuzionismo, vive l’inadeguatezza, la paura della punizione e non riesce a vivere liberamente quanto la Vita gli dona.

Vivere!

26 marzo 2009

RIDISCENDERE A TERRA: tre passi!


Come fare, allora, per rimettere i piedi per terra? Suggerirei tre passi. Bisogna imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno dinanzi. Quante volte noi guardiamo davvero il volto delle persone così come sono?
Durante l’ultima cena Gesù ha colto il momento presente. Invece di inquietarsi per quel che Giuda aveva fatto o per l’arrivo dei soldati, ha saputo vivere il presente: prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo:
“Questo è il mio corpo, offerto per voi”. Ogni eucaristia ci immerge in questo “ora” eterno. E in questo momento che posso farmi presente a un’altra persona, sereno e tranquillo alla sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. Sono sempre così occupato, impegnato a correre a destra e a sinistra, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto di chi mi sta di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, la sua gioia e le sue sofferenze. Dunque la castità comporta l’apertura dei miei occhi!
In secondo luogo, si deve imparare l’arte di stare da soli. Non posso stare bene con gli altri se non riesco ogni tanto a stare solo con me stesso. Nella misura in cui la solitudine mi fa paura avrò la tendenza ad attaccarmi agli altri non perché stia bene con loro, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un mezzo per colmare il mio vuoto, la mia terribile solitudine.
Infine, ogni società vive delle sue storie.
Bisogna che la nostra immaginazione si nutra anche di altre storie, che presentano modi diversi di vivere e di amare. Dobbiamo illustrare ai giovani il ricco ventaglio di possibilità per incontrare l’amore e dargli senso. Per questo le vite dei santi erano così importanti: mostravano che ci sono molti modi di vivere eroicamente, da sposati o da celibi, religiosi o laici. Un’autobiografia che mi ha particolarmente commosso è quella di Nelson Mandela: un uomo che ha dato la vita intera per la causa della giustizia e della sconfitta deIl’apartheid, e questo ha significato la rinuncia alla vita matrimoniale che desiderava ardentemente avere, dopo gli anni passati in carcere.
Quindi il primo passo verso la castità è quello di scendere dalle nuvole.

Il secondo passo, sostanzialmente, consiste nell’aprire il nostro amore in modo tale che non resti un piccolo mondo privato in cui trovare rifugio. L’amore di Gesù si svela quando egli prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l’amore non dobbiamo custodirlo in un armadietto personale per il nostro diletto, come una bottiglia di whisky conservata di nascosto in vista del consumo solitario. Bisogna aprirlo agli altri, condividerlo con loro, e far sì che anche loro ne traggano profitto. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici, e i nostri amici con quelli che amiamo. E così che un amore particolare diventa universale.
Non è magnifico? Se voi fuggite l’amore non saprete mai quanto è amabile Dio. Ma se non permettete a Dio di entrare in un amore e non lo accogliete, non conoscerete neanche il mistero di quell’amore. Quando separiamo l’amore che nutriamo per Dio da quello che nutriamo per le persone, entrambi si riempiono di amarezza e diventano malsani.


Il terzo passo, forse il più difficile, è fare in modo che il nostro amore liberi le persone. Ogni amore, che sia quello degli sposati o dei celibi, deve essere liberante. L’amore tra sposi deve lasciare aperti grandi spazi di libertà, e per quelli tra noi che sono presbiteri o religiosi questo è ancor più vero. Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi.
Un domenicano francese un giorno ha paragonato Dio a un gentieman inglese, talmente discreto da non desiderare in alcun modo di imporsi alle persone che ama. Introduce la testa nello spiraglio della porta per assicurare una visibilità dell’affetto e poi, anche se gli piacerebbe molto rimanere, sparisce per lasciare le persone sole con se stesse. Lewis lo esprime in un altro modo: “Uno dei privilegi divini è quello di essere sempre l’amante più che l’amato” Dio è sempre colui che ama più di quanto non sia amato.
Voglio concludere con un’ultima riflessione. Imparare ad amare è un’impresa pericolosa. Non sappiamo dove può condurci. La nostra vita ne sarà stravolta. Ci accadrà certamente in certi momenti di essere feriti. Avere un cuore di pietra sarebbe più facile che avere un cuore di carne, ma in questo caso noi saremmo morti! E da morti non potremmo parlare del Dio di vita.

Tratto da "amare nella libertà"

27 febbraio 2009

SIAMO "SOLI"


La nostra società è costruita attorno al mito dell’unione sessuale come coronamento di ogni intimità. Questo momento di tenerezza e di unione fisica completa è quello in cui si reallizzano l’intimità totale e la comunione assoluta. Sono in molti a non conoscere questa intimità, o perché non sono sposati, o perché il loro matrimonio non è felice, oppure perché sono preti o religiosi. E possiamo sentirci ingiustamente frustrati in quello che è il nostro bisogno più profondo. Sembra un abuso: come può Dio privarmi della soddisfazione di un desiderio che ha radici così profonde?
Io penso che ogni essere umano, sposato o celibe, religioso o laico, debba imparare ad accettare i limiti dell’intimità che si trova a vivere. Il sogno di una comunione totale è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere sposati, e molti sposati a desiderare di stare con qualcun altro. Di certo l’intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare sulle coppie sposate la fantasia di un’intimità totale e meravigliosa, che nella realtà è impossibile, ma che è la proiezione dei nostri sogni. Rainer Maria Rilke ha compreso che non può esserci un’autentica intimità in una coppia senza che ciascuno riconosca che l’altro, in certo qual modo, resta solitario. Ogni essere umano conserva attorno a sé una parte di solitudine che non può essere abolita.

Un buon matrimonio è quello nel quale ciascuno fa dell’altro il custode della sua solitudine e gli accorda questa fiducia, la più grande possibile ... Una volta che si è compreso e accettato che, anche tra gli esseri umani più vicini, continuano a esistere distanze infinite, può svilupparsi una meravigliosa vita fianco a fianco, se si riesce ad amare quella distanza che permette a ognuno di vedere nella totalità il profilo dell’altro stagliato contro un ampio cielo.

Nessuno può offrire piena soddisfazione ai nostri desideri. Questo si può trovare solo in Dio. Rowan Williams, sposato e arcivescovo di Canterbury, scrive:

Un essere umano diviene adulto e fedele quando prende coscienza dell’inguaribilità del suo desiderio: il mondo è fatto in modo tale che nulla può dare alla persona un’identità senza carenze e pienamente realizzata.




tratto da "AMARE NELLA LIBERTA'"

21 febbraio 2009

UN CUORE SPEZZATO


Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci sono buone probabilità di rimanere feriti. L’ultima cena descrive bene il rischio che si corre ad amare. Per questo Gesù è morto: perché ha amato. Ed è particolarmente pericoloso per un prete, per un religioso o anche per una persona sposata. Si risvegliano passioni e desideri straordinariamente profondi e sconvolgenti; si può correre il pericolo di perdere la vocazione o di arrivare a condurre una doppia vita. E’ necessaria la grazia se si vogliono superare queste difficoltà. Ma non aprirsi all’amore è ancor più pericoloso: è un rischio mortale. Lo afferma Clive Staples Lewis:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passa- tempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo con il lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno — al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto — esso cambierà: non si spezzerà, diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.




tratto da : "AMARE NELLA LIBERTA'"

26 dicembre 2008

"CAMMINANDO 2"







Sì, l’uomo moderno che è disgustato e scettico perché gli dicono che « Dio è morto », ha bisogno di incontrarsi lungo il suo cammino con la voce forte e franca del suo fratello che lo saluti, che lo apra alla speranza, che gli faccia sentire la « necessità » degli altri per realizzarsi e per rasserenarsi.

E per poterci fare « epifania » di Cristo per gli altri abbiamo bisogno di essere poveri, liberi, miti, giusti. Abbiamo bisogno di occhi più limpidi, di una vita più sincera, di uno spirito più missionario. Abbiamo bisogno di uscire sulle strade, per incontrarci col prossimo e farci compagni di viaggio con tutte le sue conseguenze: dandogli anche il nostro pane.

Per questo l’uomo moderno, più critico, più esigente, più autentico, oggi scopre il Cristo nel grande mondo dei deboli che sono quelli autenticamente piccoli, in quelli colpiti dall’ingiustizia che sono quelli che distribuiscono tenerezza, in quelli che si fanno compagni di lavoro, di speranze, di ideali, di angosce, di allegrie, in quelli che gli vanno incontro disinteressati mentre vanno verso il vuoto. In quelli che sanno aprire un dialogo non per predicare se stessi, ma per scoprire agli altri la Parola che è di tutti. So che qualcuno mi dirà: « Anche pregando il Padre, in silenzio, di nascosto, possiamo rivelare Cristo al prossimo ».

Gli risponderò semplicemente con le parole di un grande scrittore e teologo, di un grande amico, Charles Moeller: « I laici devono incontrare Cristo, amarlo, farlo conoscere e amare nell’azione inserita in questo immenso fenomeno dello sviluppo... Si può, si deve incontrare Cristo nel volto dell’altro. L’altro è una manifestazione dell’infinito... Se tutte le bellezze dei volti, se tutti gli sguardi profondi — luce negli occhi — se tutti i veri gesti di amore, di amicizia, se tutto questo si trova — per analogia — in Dio, se tutto questo aiuta a scoprire Cristo nel volto, nello sguardo, nello spirito che anima i gesti, allora scoprire Cristo non è trascurare l’umano, la vita, la comunità ». E aggiunge: « La Chiesa è il Popolo di Dio che è pellegrino nel mondo, mescolato col mondo... e la luce del Dio che salva passa attraverso i credenti che agiscono nella giustizia e nella pace ». E risponde anche all’obiezione: « Non dico che questa sia l’unica strada (di conoscere e di rivelare Cristo agli altri): sarà sempre necessario ritirarsi in segreto per pregare il Padre.

Però io direi che oggi soprattutto è necessario lo stile che ci viene da Emmaus E che l’uomo di oggi abbia una sensibilità speciale (non è che lo Spirito che gliela dà) per scoprire Cristo nel prossimo che gli si dona, che s’incontra con lui, che lo aiuta a prendere il timone del progresso, che soffre e spera con lui, lo dimostra quel bellissimo aneddoto, di sapore biblico che un grande rotocalco pubblicò in occasione del viaggio di Paolo VI in India. Il Papa, pellegrino, uno dei tanti nella strada degli uomini, non sulle strade di Emmaus, ma nella piazza di Bombay incontrò lo sguardo di una donna che si avvicinava a salutarlo: « Donna qual è la tua religione? » le chiese Paolo VI. E lei, chissà in mezzo a quale solitudine interiore, a quali problemi di coscienza, fissando i suoi occhi nella luce calda dello sguardo di Paolo VI, mentre il Papa stringeva le sue povere mani rugose, scoppiando a piangere esclamò: « Ora non lo so più ». Paolo VI, con tenerezza umana e comprensione che aveva del divino portò quella donna a scoprire una presenza nuova che frantumava tutti i suoi schemi. Le aveva rivelato Cristo.

ARIAS

10 dicembre 2008

"CAMMINANDO"







E allora solo lo Spirito è capace — secondo il discorso fatto a Nicodemo — di offrire all’uomo
la possibilità di una nuova nascita. Ma non è chiaro ogni giorno di più alla nostra teologia che lo Spirito opera per mezzo nostro? Oggi suona a vuoto la frase biblica: « Siamo templi di Dio ». Ma forziamo l’immagine e afferriamo la realtà: « L’amore è in noi, è nostro, siamo noi ». Per questo oggi dopo l’incarnazione è ogni uomo che deve rivelare Cristo al suo fratello. Se l’uomo moderno sente l’esigenza della concretezza, del positivo, di ciò che è palpabile, noi abbiamo la possibilità di rivelarglielo per mezzo di questo nostro Cristo fisico. L’uomo moderno può palpare Cristo, udire la sua voce, sentirsi bruciare della sua carità per mezzo tuo e mio.

Se l’uomo di oggi, come quello di ieri e di domani ha bisogno di farsi piccolo, di nascere di nuovo per incontrare Cristo, sarà soltanto il nostro amore che potrà ottenere questa metamorfosi dello spirito. Per questo sono convinto che l’epifania di Cristo al mondo moderno oggi più che mai passa attraverso le strade di Emmaus. Per questo sono convinto che i Magi riconobbero Cristo, non tanto per il bambino, che era un fagottino di carne come tanti altri bambini, quanto dagli occhi di Maria e di Giuseppe, dai loro gesti, dalla loro bontà evangelica, dalla loro fede allegra e povera. Furono loro che gli rivelarono che in quel bambino vibrava l’Eterno. Emmaus è la pagina evangelica più rispondente ai nostri tempi. Cristo, un uomo della strada che diventa compagno di viaggio, un uomo che entra in conversazione col suo prossimo affrontando l’argomento che più gli sta a cuore in quel momento e lo angoscia, un uomo che per ridare una speranza perduta ricorre non alla filosofia, non alla scienza umana, ma al libro della Vita, alla Parola del Creatore: « Spiegava loro tutte le Scritture » (Lc. 24, 27); un uomo che non si limitò a portare la Parola di Dio ma « spezzò il pane con loro e glielo porse » (Lc. 24, 30); un uomo che non solo gli diede il pane, ma glielo diede « in tal modo » che « si aprirono i loro occhi e lo riconobbero » (Lc. 24, 31), e « fece bruciare il loro cuore » di gioia (Lc. 24, 32).

So certamente che gli esegeti non si sono accordati sull’interpretazione di questo « modo » di spezzare il pane e so che alcuni pensano all’eucaristia. Però mi sono sempre chiesto perché Cristo spezzava il pane in un modo tale che lo distingueva dagli altri ebrei del suo tempo. Non si potrebbe forse attribuire al suo atteggiamento fraterno, alla sua bontà nuova nel dividere il suo, a quel certo « non so che » fatto di carità, di tenerezza, di maestà, uguale, ma diverso dagli altri uomini, quello che lo caratterizzava »?

Quando spiegava loro le Scritture « ardeva loro il cuore » e senza dubbio lo faceva come lo avrebbe potuto fare un qualsiasi altro dottore della Legge. Perché li faceva fremere? Perché un sacerdote proclamando la Parola lascia indifferente il Popolo di Dio e un altro con la stessa pagina biblica lo commuove? Perché un uomo dando a piene mani il suo denaro umilia, esaspera e genera odi, mentre il suo vicino dando soltanto il pane della sua povertà converte e consola? Il gesto materiale è lo’‘stesso. Però ciò che è diverso è il « modo ». Il primo fa il fratello più « grande », più « superbo »; il secondo lo avvicina, lo disarma, lo fa piccolo, gli scopre la dolce necessità di lasciarsi amare:

« Resta con noi » (Lc. 24, 29). Cristo creò in loro, uomini maturi e disincantati di fronte alla vita, la necessità di lui. Gli fece indovinare in lui, compagno di viaggio, la presenza misteriosa, ma reale di qualcosa che loro non avevano o avevano perduto, ma che nel fondo desideravano, cercavano, aspettavano, amavano: la speranza, la fratellanza, la Parola viva.




di ARIAS

04 dicembre 2008

I FALSI PROBLEMI


I falsi problemi sono quelli a cui ci affezioniamo di più. Usati come scudi, ci permettono di evitare le incognite che ci spaventano. Sei preoccupata all’idea di partire con delle persone che non conosci e allora, ecco le piante! Come faccio a lasciarle? Mia madre le adora. Se solo una morisse, per lei sarebbe un vero trauma. Verrei tanto volentieri, ma non posso...

Quante volte tutti noi ci aggrappiamo a scuse così! E meglio affrontare un finto obbligo che correre il rischio di una piccola libertà. Parlo con una certa cognizione di causa, perché anch’io ho un carattere estremamente timoroso e per anni e armi ho sofferto della “sindrome del falso problema”. Poi, un giorno, un’amica mi ha detto: «Ma perché vivi sempre con il freno a mano tirato?». Da quel momento, davanti ad ogni situazione, mi domando: Com’è il mio freno? E quando scopro che è tirato, lo abbasso subito.

Anche quando si comincia a parlare di trascendenza, si tende a tirare il freno. A onor del vero, sono poche le persone che sostengono, senza ombra di dubbio, che il cielo è vuoto. La maggior parte si barcamena tra affermazioni piuttosto vaghe. «Certo, qualcosa ci deve essere... il cielo è troppo grande per essere vuoto... e poi, sì è vero, guardando le stelle si prova sempre una grande emozione. . . » L’immagine che ne viene fuori è quella di un’entità perfettissima e distante, fredda e indifferente al suo stesso creato. «Il mondo va in malora e a Lui non importa niente di quanto ha creato. E allora perché mai a noi dovrebbe importare qualcosa di Lui? Ci ha offerto un grande spettacolo, con la natura, e questo è tutto. Un bravo orologiaio, un bravo ragioniere, d’accordo, ma le nostre vite di uomini, purtroppo, non hanno la precisione dei calcoli o quella degli orologi. Noi siamo imprevisto, fragilità, tragedia. Dov’è dunque il suo segno, la sua impronta? Non c’è. Per questo quaggiù siamo soli, pazzi con il nostro dolore.»

Quando con queste persone provi ad accennare all’esistenza di un’altra dimensione del trascendente — quella della rivelazione e della redenzione — immediatamente tirano il freno a mano, anzi ne tirano due, uno con ciascuna mano. «Detesto la Chiesa», dicono, «non sopporto i preti. Il Papa non fa altro che mettere limiti e divieti nelle nostre vite, perché mai dovremmo seguirlo? »

Ecco il falso problema. Perché il nucleo della rivelazione non riguarda la fedeltà a un’istituzione, bensì la conversione del cuore, il suo passaggio dallo stato di pietra a quello di carne. E dunque qualcosa che tocca, nella sua profondità, la vita di ogni essere umano. Non sono dunque cose da cattolici o da preti, da deboli o da creduloni, ma soltanto cose da uomini, da persone che vogliono stare su questa terra con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi, da esseri umani che amano vivere o che preferiscono sopravvivere.

Il cuore vivo discerne con sapienza e, grazie ad essa, introduce il dinamismo creativo nei suoi giorni. Il cuore di pietra predilige al contrario l’immobilità, il fatalismo.

(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

28 novembre 2008

La fede è un vestito?



Mi scrivi che la questione della fede ti fa venire in mente certi vestiti che hai comprato alle bancarelle dell’usato. A colpo d’occhio, presi nel mucchio, ti sembravano perfetti ma, una volta arrivata a casa, ti accorgevi che le mani che erano troppo lunghe, i fianchi stretti, il collo largo. La taglia, insomma, corrispondeva alla tua, ma quell’indumento era stato portato da un’altra persona e, col tempo, ne aveva preso le sembianze. Così, dici, veniamo al mondo e, prima ancora che i nostri occhi sappiano distinguere nitidamente le forme, veniamo ‘costretti” a una fede. Che ci piaccia o meno, crescendo dobbiamo continuare a battere quella strada. Forse è per questo che, a un certo punto, ci si accorge che il vestito ci sta stretto, la manica tira e, in vita, sarebbe meglio aggiungere un bottone. Insomma, ci si sente a disagio. Ma è possibile, è giusto coniugare la fede con il disagio? Ho visto molti accettano, ma io non me la sento.

Questa tua domanda mi rallegra perché manifesta quella sana inquietudine di cui abbiamo già parlato. Si può credere per via “ereditaria”, per consuetudine sociale? Certo che no. Non si può e non si deve. La fede è fermento, scompiglio, non certo accomodamento. Ognuno di noi ha un percorso da affrontare per giungere alla comprensione della Verità. E questo tragitto, spesso, è pieno di ostacoli, di cadute, di deviazioni, un pò come arrampicarsi su una parete di roccia senza appigli e senza imbracatura.

Quando avevo la tua età, anch’io invidiavo le persone che non sembravano mai sfiorate dal dubbio. Con il tempo ho capito che, dietro a questo atteggiamento, il più delle volte si nasconde una forma di debolezza, di pericolosa fragilità. Chi sì crede sempre nel giusto, infatti, tende a sentirsi superiore, si reputa in dovere di giudicare ed etichettare gli altri, ponendosi come modello da raggiungere.



(tratto da “PIU’ FUOCO PIU’ VENTO” di Susanna Tamaro).

"Spogliò se stesso per servire"



27 novembre 2008

SI TRATTA DI UN PARTO





Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione. Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

Antonietta Potente