Il Blog "IN SEMPLICITA'" è uno spazio dove inserire: info su attività, riflessioni sulle attività, articoli, stralci di libri, esegesi bibliche, riflessioni personali, per creare un dialogo e scambiare opinioni, pareri, per una crescita spirituale e umana. Uno spazio dove le persone condividono vita. Verranno eliminati gli interventi che potrebbero ferire o offendere, con linguaggio o idee, le persone.
28 gennaio 2019
22 maggio 2017
FESTA DEI POPOLI TRENTO 2017
L'INTERVENTO DI MONSIGNOR
VIVIANI:
«UNA VOLTA I MIGRANTI
ERAVAMO NOI»
Tra le parole più
importanti scese dal palco della «Festa dei Popoli», ci sono anche
quelle di monsignor Giulio Viviani. È toccato a lui portare i saluti
dell'arcivescovo Lauro Tisi, assente per impegni, e della diocesi,
nonché della gente trentina di «profonde origini cristiane», come
ha evidenziato. Un discorso pregnante, il suo, ricordando anche
quella che è stata la storia di molte famiglie trentine. Monsignor
Viviani nel porgere i suoi saluti ha notato come in passato «eravamo
noi i migranti e i missionari che entravano in altri mondi, in altri
popoli. Oggi è l'esatto contrario. Sono i popoli, in cui noi
andammo, a entrare nel nostro mondo». Nella sua riflessione, ha
ripensato al ruolo della Chiesa che in passato è stato discusso. Se
in precedenza la Chiesa non accompagnò i suoi migranti e missionari,
oggi egli auspica che questo errore non venga ripetuto perché,
citando il pensiero di Gesù, «non ci sono orfani: c'è un padre per
tutti nei cieli».
16 maggio 2017
Migranti, falsità e razzismo
Prima Mafia-Capitale,
adesso ‘Ndrangheta- crotonese, sembra che la gestione dei migranti
sia solo appannaggio di ladri e mafiosi. È chiaro che se l’opinione
pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un
quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati
circostanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo. Sarà
facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie
grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo
alle mafie ed alla corruzione».
12 maggio 2017
“Il piccolo principe” incontra papa Francesco
Una nuova edizione de “Il
Piccolo Principe” (Àncora), il celeberrimo
testo dello scrittore e aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry,
che ritorna sugli scaffali delle librerie commentato con testi di
papa Francesco tratti da omelie e discorsi. Jorge Mario Bergoglio e
Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry: accostamento
forzato o due voci che, pure sbucando da epoche, geografie e
sensibilità diverse, scoprono di cantare in coro? Quando mi è
stato chiesto di far commentare Il Piccolo Principe da papa
Francesco il dubbio è stato immediato e con esso la ferma
determinazione: forzature no, mai. Piuttosto rinuncio, ma maltrattare
una meravigliosa fiaba e un ottimo pontefice, giammai. Il dubbio si è
dissolto a poco a poco. Leggendo Saint-Exupéry e cercando analogie,
assonanze e rimandi in Bergoglio, una cosa risultava evidente:
qualunque fosse l’argomento, entrambi parlavano al bambino. Non un
bambino qualsiasi, ma il bambino che ancora abita in me; il bambino
che – nonostante i doveri assortiti, la professione, i troppi
eventi della vita che ti spoetizzano cercando di renderti
disincantato e cinico – ancora respira e vive da qualche parte
nella mia anima.
09 maggio 2017
ass. prom. sociale "IN SEMPLICITA'"
STATUTO
DELL’ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE “IN
SEMPLICITA’”
Titolo I
Costituzione e scopi
Art.1 - Denominazione e sede
Ai sensi della legge 383 del 2000 e
delle norme del codice civile in tema di associazioni, è costituita
l’Associazione di promozione sociale denominata “In Semplicità”,
con sede nel Comune di Terzolas.
Essa opera nel territorio della
provincia di Trento, ed intende operare anche in ambito nazionale ed
internazionale.
L’Associazione ha durata illimitata.
L’Associazione potrà istituire
sezioni o sedi secondarie, in Italia e all’estero.
Art.2 - Scopi
L’Associazione “In Semplicità”
non ha finalità di lucro e si propone di svolgere attività di
utilità e promozione sociale, nei confronti degli associati e di
terzi, nel pieno rispetto della libertà e dignità degli individui.
L’Associazione ha come finalità
principale quella di mantenere vivo e diffondere lo stile di vita e
la spiritualità francescana, promuovendo e favorendo l’aggregazione,
il dialogo, la vicinanza, l'accoglienza, l'ascolto e la condivisione
fra gli individui di tutte le età, sostenendo le persone che si
trovano in condizione di bisogno, e valorizzando la crescita umana,
civile e culturale dei singoli individui e della comunità di
riferimento.
L’Associazione intende inoltre
spendersi per la tutela e la cura dell’ambiente culturale
preservando e valorizzando tradizioni e valori presenti sul
territorio.
L'associazione “In Semplicità” si
serve della novella dell'Allegato A come metafora per esplicare i
propri scopi.
L’Associazione si propone di
perseguire tali obiettivi attraverso i valori del volontariato e
della cittadinanza attiva, favorendo la partecipazione delle persone
alle attività svolte ed operando per creare una rete di collegamento
tra le molteplici realtà locali, associative, gruppi vivaci e
“profetici”, di relazioni e di supporto fra i cittadini, le
istituzioni pubbliche e le altre realtà associative presenti nel
territorio dove opera.
E’ esclusa qualsiasi finalità
politica, sindacale, professionale o di categoria, ovvero di sola
tutela degli interessi economici degli associati.
Art.3 - Attività
Per raggiungere gli scopi appena
menzionati l’Associazione “In Semplicità” potrà svolgere le
seguenti attività:
- istituire un luogo d’incontro e di aggregazione all’interno del quale tutti coloro che lo desiderano possano vivere momenti di dialogo e confronto nel rispetto dell’altrui diversità, e gestirlo proponendo attività di animazione sociale e di condivisione della spiritualitàfrancescana;
- creare all’interno dell’Associazione delle piccole “domus”, ovvero comunità di persone i cui principi e regole di convivenza sono indicati nell’Allegato B a tale Statuto, le quali sosterranno a tempo pieno con la loro presenza e attività gli obiettivi dell’Associazione;
- ispirare la sua conduzione a criteri di efficienza gestionale economica e finanziaria orientati al miglior perseguimento delle finalità istituzionali della stessa, spendendosi anche per una cura efficace degli spazi/locali dove l'Associazione ne ha sede e/o vi opera;
- promuovere ed organizzare eventi e momenti di carattere culturale e formativo, quali ad esempio convegni, seminari, dialoghi, dibattiti, workshop, corsi, laboratori, con l’obiettivo di valorizzare e favorire la crescita umana e spirituale degli individui;
- assistere e prendersi cura delle persone che si trovano a vivere in una condizione di obiettivo disagio e bisogno, portando loro un aiuto concreto sia di tipo materiale che di tipo morale e spirituale, attraverso la vicinanza, l’accoglienza, l’ascolto e la condivisione;
- attuare, finanziare, partecipare a iniziative e progetti (sociali, religiosi, caritativi, culturali, musicali, sportivi...) legati allo sviluppo del territorio negli ambiti della cultura dell’ospitalità, della condivisione e dell’animazione territoriale, al fine di valorizzarne le potenzialità e favorire la crescita della comunità di riferimento;
- fornire agli individui informazioni sui servizi alla persona presenti sul territorio locale e provinciale, creando una stretta collaborazione con essi, e diffondere la conoscenza e l’informazione sulle proposte formative, educative e spirituali presenti sul territorio locale e provinciale;
- curare la ricerca e la formazione di nuovi volontari, in particolare fra i soci dell’Associazione, al fine di creare una rete di persone attive e motivate all’interno del territorio locale;
- promuovere ed organizzare campagne di sensibilizzazione ed altre forme di raccolta fondi al fine di finanziare le attività istituzionali dell’Associazione, nei limiti previsti dalla legge per gli enti non commerciali;
- utilizzare i possibili strumenti informatici (sito internet, pagina facebook o altro social network), allo scopo di divulgare e fare conoscere le tematiche istituzionali dell’Associazione, oltre a pubblicizzarne l’attività ed incentivare l’adesione di nuovi volontari;
- creare reti e collaborazioni pro-attive con altre associazioni o con altri enti pubblici o privati di carattere locale, provinciale, oltre che nazionale ed internazionale, che abbiano finalità analoghe o simili a quelle dell’Associazione, promuovendone e sostenendone l’azione, oltre che stipulando con questi ultimi rapporti contributivi e convenzionati.
09 aprile 2016
APRIRE E NON IMPRIGIONARE
Il
papa apre ai divorziati
di
Luca Kocci
in
“il manifesto” del 9 aprile 2016
Il
Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ad ottobre, aveva aperto qualche
spiraglio sulla possibilità per i divorziati risposati di accedere
ai sacramenti. Ora papa Francesco allarga quelle fessure e afferma
esplicitamente che, in casi particolari, il divieto di fare la
comunione per i divorziati risposati può cadere. Si chiude così,
con la pubblicazione dell’ampia esortazione apostolica
post-sinodale di papa Francesco Amoris laetitia («La gioia
dell’amore», un titolo che ricalca quello della prima esortazione
del pontefice, Evangelii gaudium, «La gioia del Vangelo»), firmata
il 19 marzo ma resa nota ieri mattina, il percorso del Sinodo dei
vescovi sulla famiglia, dopo due anni di dibattito dentro e fuori le
mura vaticane. Il Sinodo, infatti, è un organismo solo consultivo, e
l’esortazione post-sinodale ne costituisce in un certo senso
l’interpretazione autentica e l’attuazione.
Chi
si aspettava che il papa avrebbe spalancato tutte le porte che la
maggioranza dei vescovi aveva sprangato – su coppie omosessuali e
contraccezione – resterà deluso. Del resto viene esplicitato fin
dalle prime righe della Amoris laetitia che non era questa
l’intenzione di Bergoglio: «I dibattiti che si trovano nei mezzi
di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della
Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza
sufficiente riflessione o fondamento all’atteggiamento che pretende
di risolvere tutto applicando normative generali o traendo
conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche». Non è
stata formulata nessuna nuova norma canonica generale, semmai –
scrive il papa – spetta alla Chiese locali «interpretare alcuni
aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano».
La parola chiave per affrontare le situazioni «irregolari» è
«discernimento», la stessa che ebbe un posto centrale nella
Relazione finale del Sinodo. Che va applicato soprattutto alla
situazione dei divorziati risposati, nei confronti dei quali già il
Sinodo si era mostrato più indulgente, sebbene in modo ambiguo e
controverso (un paragrafo della Relazione finale fu approvato per un
solo voto). Ora Francesco si spinge più in là: i divorziati
risposati «non devono sentirsi scomunicati», «nessuno può essere
condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo»;
e scrive – ma curiosamente in due note a piè di pagina – che
potranno accedere ai sacramenti, possibilità finora canonicamente
preclusa. Una strada resta quella di ottenere dai tribunali
ecclesiastici la «dichiarazione di nullità matrimoniale», le cui
procedure sono state recentemente semplificate dallo stesso
Francesco, affidando maggiori responsabilità ai vescovi diocesani.
Poi c’è il «discernimento», che valuti le «attenuanti» e
distingua i casi, perché un conto «è una seconda unione
consolidata nel tempo», altro è «una nuova unione che viene da un
recente divorzio». Sarebbe «meschino soffermarsi a considerare solo
se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma
generale», «come se fossero pietre che si lanciano contro la vita
delle persone». Invece «è possibile che, entro una situazione
oggettiva di peccato», «si possa vivere in grazia di Dio»,
«ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». E, precisa la nota
redatta dal papa, «in certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei
Sacramenti», considerando che «l’Eucaristia non è un premio per
i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». A
parte queste aperture «caso per caso», la dottrina cattolica
tradizionale sul matrimonio è ribadita in più occasioni: «Unione
indissolubile tra l’uomo e la donna» contraddistinta dalla
«apertura alla vita», quindi tesa alla procreazione («nessun atto
genitale degli sposi può negare questo significato, benché per
diverse ragioni non sempre possa generare una nuova vita»). «Altre
forme di unione – si legge – contraddicono radicalmente questo
ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale». Un
riferimento, quest’ultimo, al «matrimonio solo civile» o persino
ad «una semplice convivenza» stabile, tuttavia «da accompagnare
nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». La condanna,
invece, è per le unioni tra persone omosessuali, utilizzando fra
l’altro – come fece anche il Sinodo – una formulazione redatta
a suo tempo dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata
allora dal card. Ratzinger: «Non esiste fondamento alcuno per
assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni
omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ne
consegue, inevitabilmente, la considerazione che «ogni bambino ha il
diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi
necessari per la sua maturazione integra e armoniosa»;
«diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso».
«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non
dia luogo ad alcuna confusione»,
scrive Francesco, evidentemente prevedendo le obiezioni
dei conservatori all’apertura sui divorziati risposati. «Ma la
Chiesa non è una dogana», e «il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare
e di non condannare». «Questa è la logica che deve prevalere
nella Chiesa». Non è un «balzo in avanti», ma – all’interno
di un sistema dottrinale tradizionale e limitatamente ad una
situazione circoscritta – una «maglia rotta nella rete».
24 novembre 2015
MORTE: LEZIONE DI UMANITA'
Quando
la morte è una lezione di umanità
Oggi che il mondo si
raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una corazza a
difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda frontiere e
restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà una
lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era
fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una
figlia.
29 settembre 2015
COSA DECIDERE DI FARE?
"Un maestro zen vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua. Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per l’effetto del dolore, il maestro
Per l’effetto del dolore, il maestro
Il maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l’animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse: ”mi scusi maestro, ma perché continuate? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua vi punge?”
Il maestro rispose: ”la natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare.” Allora, il maestro riflettè e con l’aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dell’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò: ”non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive in te".
24 settembre 2015
IL DIO IN CUI NON CREDO
Viviamo a cavallo di due mondi: uno che fa acqua da tutte le parti e l'altro che ci viene addosso irrimediabilmente con il suo terribile carico di novità, di interrogativi, di sorprese. Dal dorso di questo cavallo su cui non è sempre facile cavalcare, dal difficile equilibrio di questa corda tesa tra le due sponde, ogni volta più chiare e più scure, voglio alzare il mio sguardo. Uno sguardo che si fa idea e una idea che vuole farsi parola per non cadere nel rimprovero di Chesterton: “L'idea che non cerca di cambiarsi in parola è una cattiva idea”. Ma una parola che porti il calore capace di generare la vita, la vita che si fece carne e sangue, attualità umana, speranza eterna. E Chesterton ancora che dice: “una parola che non spinga all'azione è una cattiva parola”.
08 settembre 2015
10 marzo 2015
IL BENE/AMORE NON E' UNA UTOPIA
IV Domenica di quaresima
15 Marzo 2015
Gv
3,14-21
In
quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il
serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio
dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio
infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché
chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio,
infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo,
ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui
non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché
non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio
è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più
le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.
Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce
perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità
viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono
state fatte in Dio».
Ho
sostituito Figlio e luce con Bene/Amore
Ho
sostituito credere con vivere
In
quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il
serpente nel deserto, così bisogna che il Bene/Amore sia innalzato ,
perché chiunque vive in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha
tanto amato il mondo da dare il Bene/Amore perché chiunque vive in
lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha
mandato il Bene/Amore nel mondo per condannare il mondo, ma perché
il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi vive nel Bene/Amore non è
condannato; ma chi non vive è già stato condannato, perché non ha
vissuto nel Bene/Amore. E il giudizio è questo: Bene/Amore è venuto
nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che Bene/Amore,
perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male,
odia il Bene/Amore, e non opera il Bene/Amore perché le sue opere
non vengano messe in discussione. Invece chi fa il bene mostra il
Bene/Amore, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state
fatte in Dio».
Nel
dialogo con il fariseo Nicodemo, capo dei Giudei, Gesù si rifà ad
un episodio conosciuto della storia di Israele contenuto nel Libro
dei Numeri.
L’evangelista
scrive: “«Come
Mosè innalzò il serpente nel deserto»”; i
serpenti erano stati inviati da Dio per castigare il popolo secondo
lo schema classico di “castigo/salvezza/ perdono”.
In
Gesù invece c’è soltanto salvezza. “«Così
bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»”, Gesù
si riferisce alla sua futura morte in croce e parla del Figlio
dell’uomo, cioè l’uomo che ha la pienezza della condizione
divina. “«Perché
chiunque crede in lui abbia la vita eterna»”
Credere
nel Figlio dell’uomo significa aspirare alla pienezza umana che
risplende in questo figlio dell’uomo.
Per
la prima volta appare in questo vangelo un tema molto caro
all’evangelista, cioè quello della vita eterna.
La
vita eterna non è, un premio futuro per la buona condotta tenuta nel
presente, ma una qualità di vita già nel presente.
E
si chiama “eterna” non tanto per la durata senza fine, ma per la
qualità indistruttibile.
E
questa vita eterna non si avrà in futuro, ma si ha già.
Chiunque
da adesione a Gesù, quindi aspira alla pienezza umana che risplende
in Gesù. “«Dio
infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito»”.
Il
Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che
arriva addirittura a offrire se stesso. “«Perché
chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»”.
La
vita eterna non si ottiene, cioè un codice esterno ma decidendo di
vivere con lo stile del Cristo.
E
Gesù appare qui come il dono dell’amore di Dio per l’umanità.
E
Gesù è la massima espressione di questa manifestazione e
comunicazione di Dio.
“«Dio
infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare»”,
anche se il verbo qui non è condannare, ma “«giudicare
il mondo»”.
Gesù
continua, “«E
il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo»”, la
luce è immagine della vita, “«ma
gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce perché le loro
opere erano malvagie»”.
“«Chiunque
infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché le sue
opere non vengano riprovate»”. Gesù
si rifà a quella che è l’esperienza comune. Il delinquente, chi
agisce male, non ama i riflettori, non ama la luce, ma si rintana
nelle tenebre.
“«Chi
invece fa la verità…»”. In
contrapposizione a fare il male, Gesù parla di “fare la verità”.
La verità non va creduta, diventando una dottrina, ma va fatta. Ecco
perché Gesù in questo vangelo non dirà che lui ha la verità, ma
che lui è la verità.
Se
è in contrapposizione con il “fare il male”, essere nella verità
significa “fare il bene”, inserirsi nel dinamismo creatore di Dio
che ama la sua creatura e vuole che il bene della sua creatura, il
bene dell’uomo, sia il valore più importante nell’esistenza dei
suoi figli.
Quindi
“«chi
fa la verità»”, significa
colui che ha messo il bene dell’uomo come valore principale della
sua esistenza, “«viene
verso la luce»”, più
si ama e più la persona diventa luminosa perché risplende la stessa
luce di Dio.
“«Perché
appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio»”. Le
sue opere sono fatte in Dio perché Dio è colui che fa il bene
dell’uomo. Quindi invita a fare la verità, a inserirsi nel suo
stesso dinamismo creatore che mette il bene dell’uomo come valore
assoluto.
Chi
è nella verità si unisce e comunica vita a tutti quanti.
17 febbraio 2015
DALLA SCHIAVITÙ ALLA LIBERAZIONE: UNA NUOVA ALLEANZA
Mc
1,12-15
In
quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto
rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie
selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo
che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il
vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è
vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
16 febbraio 2015
GUARIRE.....
“Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi”. Gesù, mosso a compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!” (cfr Mc 1,40-41). La compassione di Gesù! Quel “patire con” che lo avvicinava ad ogni persona sofferente. Gesù non si risparmia, anzi si lascia coinvolgere nel dolore e nel bisogno della gente, semplicemente perché Egli sa e vuole “patire con”, perché ha un cuore che non si vergogna di avere “compassione”.
«Non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti» (Mc 1,45). Questo significa che, oltre a guarire il lebbroso, Gesù ne ha preso su di sé anche l’emarginazione che la legge di Mosè imponeva (cfr Lv 13,1-2.45-46). Gesù non ha paura del rischio di assumere la sofferenza dell’altro, ma ne paga fino in fondo il prezzo (cfr Is 53,4).
La compassione porta Gesù ad agire in concreto: a reintegrare l’emarginato. E questi sono i tre concetti-chiave che la Chiesa ci propone oggi nella liturgia della Parola: la compassione di Gesù di fronte all’emarginazione e la sua volontà di integrazione.
Emarginazione: Mosè, trattando giuridicamente la questione dei lebbrosi, chiede che vengano allontanati ed emarginati dalla comunità, finché perduri il loro male, e li dichiara “impuri” (cfr Lv 13,1-2.45-46).
Immaginate quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! Egli non è solo vittima della malattia, ma sente di esserne anche il colpevole, punito per i suoi peccati! È un morto vivente, “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (cfr Nm 12,14).
Inoltre, il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso.
E’ vero, la finalità di tale normativa era quella di salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato. Così, infatti, esclamò il sommo sacerdote Caifa: «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv 11, 50).
Integrazione: Gesù rivoluziona e scuote con forza quella mentalità chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi. Egli, tuttavia, non abolisce la Legge di Mosè ma la porta a compimento (cfr Mt 5,17), dichiarando, ad esempio, l’inefficacia controproducente della legge del taglione; dichiarando che Dio non gradisce l’osservanza del Sabato che disprezza l’uomo e lo condanna; o quando, di fronte alla donna peccatrice, non la condanna, anzi la salva dallo zelo cieco di coloro che erano già pronti a lapidarla senza pietà, ritenendo di applicare la Legge di Mosè. Gesù rivoluziona anche le coscienze nel Discorso della montagna (cfr Mt 5), aprendo nuovi orizzonti per l’umanità e rivelando pienamente la logica di Dio. La logica dell’amore che non si basa sulla paura ma sulla libertà, sulla carità, sullo zelo sano e sul desiderio salvifico di Dio: «Dio, nostro salvatore, … vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,3-4). «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 12,7; Os 6,6).
Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza “autolimitarsi” nei pregiudizi; senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio. Gesù risponde alla supplica del lebbroso senza indugio e senza i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze! Per Gesù ciò che conta, soprattutto, è raggiungere e salvare i lontani, curare le ferite dei malati, reintegrare tutti nella famiglia di Dio. E questo scandalizza qualcuno!
E Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr Gv 10).
Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio.
Queste due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare. San Paolo, attuando il comandamento del Signore di portare l’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,19), scandalizzò e incontrò forte resistenza e grande ostilità soprattutto da coloro che esigevano un’incondizionata osservanza della Legge mosaica anche da parte dei pagani convertiti. Anche san Pietro venne criticato duramente dalla comunità quando entrò nella casa del centurione pagano Cornelio (cfr At 10).
La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Lc 5,31-32).
Guarendo il lebbroso, Gesù non reca alcun danno a chi è sano, anzi lo libera dalla paura; non gli apporta un pericolo ma gli dona un fratello; non disprezza la Legge ma apprezza l’uomo, per il quale Dio ha ispirato la Legge. Infatti, Gesù libera i sani dalla tentazione del “fratello maggiore” (cfr Lc 15,11-32) e dal peso dell’invidia e della mormorazione degli “operai che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo” (cfr Mt 20,1-16).
Di conseguenza: la carità non può essere neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale! La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cfr 1 Cor 13). La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili. Trovare il linguaggio giusto… Il contatto è il vero linguaggio comunicativo, lo stesso linguaggio affettivo che ha trasmesso al lebbroso la guarigione. Quante guarigioni possiamo compiere e trasmettere imparando questo linguaggio del contatto! Era un lebbroso ed è diventato annunciatore dell’amore di Dio. Dice il Vangelo: «Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto» (Mc 1,45).
Cari nuovi Cardinali, questa è la logica di Gesù, questa è la strada della Chiesa: non solo accogliere e integrare, con coraggio evangelico, quelli che bussano alla nostra porta, ma uscire, andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto. «Chi dice di rimanere in [Cristo], deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6). La totale disponibilità nel servire gli altri è il nostro segno distintivo, è l’unico nostro titolo di onore!
E pensate bene, in questi giorni in cui avete ricevuto il titolo cardinalizio, invochiamo l’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, che ha sofferto in prima persona l’emarginazione a causa delle calunnie (cfr Gv 8,41) e dell’esilio (cfr Mt 2,13-23), affinché ci ottenga di essere servi fedeli a Dio. Ci insegni Lei - che è la Madre - a non avere paura di accogliere con tenerezza gli emarginati; a non avere paura della tenerezza. Quante volte abbiamo paura della tenerezza! Ci insegni a non avere paura della tenerezza e della compassione; ci rivesta di pazienza nell’accompagnarli nel loro cammino, senza cercare i risultati di un successo mondano; ci mostri Gesù e ci faccia camminare come Lui.
Cari fratelli nuovi Cardinali, guardando a Gesù e alla nostra Madre, vi esorto a servire la Chiesa in modo tale che i cristiani - edificati dalla nostra testimonianza - non siano tentati di stare con Gesù senza voler stare con gli emarginati, isolandosi in una casta che nulla ha di autenticamente ecclesiale. Vi esorto a servire Gesù crocifisso in ogni persona emarginata, per qualsiasi motivo; a vedere il Signore in ogni persona esclusa che ha fame, che ha sete, che è nuda; il Signore che è presente anche in coloro che hanno perso la fede, o che si sono allontanati dal vivere la propria fede, o che si dichiarano atei; il Signore che è in carcere, che è ammalato, che non ha lavoro, che è perseguitato; il Signore che è nel lebbroso - nel corpo o nell’anima -, che è discriminato! Non scopriamo il Signore se non accogliamo in modo autentico l’emarginato! Ricordiamo sempre l’immagine di san Francesco che non ha avuto paura di abbracciare il lebbroso e di accogliere coloro che soffrono qualsiasi genere di emarginazione. In realtà, cari fratelli, sul vangelo degli emarginati, si gioca e si scopre e si rivela la nostra credibilità!
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150215_omelia-nuovi-cardinali.html
30 gennaio 2015
SPERIAMO CHE... Possa cambiare qualcosa.
Gesù
Cristo secondo Marco
In
quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,]
insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti
insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed
ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito
impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù
Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di
Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo
spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti
furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è
mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda
persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si
diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
26 gennaio 2015
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