Il
papa apre ai divorziati
di
Luca Kocci
in
“il manifesto” del 9 aprile 2016
Il
Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ad ottobre, aveva aperto qualche
spiraglio sulla possibilità per i divorziati risposati di accedere
ai sacramenti. Ora papa Francesco allarga quelle fessure e afferma
esplicitamente che, in casi particolari, il divieto di fare la
comunione per i divorziati risposati può cadere. Si chiude così,
con la pubblicazione dell’ampia esortazione apostolica
post-sinodale di papa Francesco Amoris laetitia («La gioia
dell’amore», un titolo che ricalca quello della prima esortazione
del pontefice, Evangelii gaudium, «La gioia del Vangelo»), firmata
il 19 marzo ma resa nota ieri mattina, il percorso del Sinodo dei
vescovi sulla famiglia, dopo due anni di dibattito dentro e fuori le
mura vaticane. Il Sinodo, infatti, è un organismo solo consultivo, e
l’esortazione post-sinodale ne costituisce in un certo senso
l’interpretazione autentica e l’attuazione.
Chi
si aspettava che il papa avrebbe spalancato tutte le porte che la
maggioranza dei vescovi aveva sprangato – su coppie omosessuali e
contraccezione – resterà deluso. Del resto viene esplicitato fin
dalle prime righe della Amoris laetitia che non era questa
l’intenzione di Bergoglio: «I dibattiti che si trovano nei mezzi
di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della
Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza
sufficiente riflessione o fondamento all’atteggiamento che pretende
di risolvere tutto applicando normative generali o traendo
conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche». Non è
stata formulata nessuna nuova norma canonica generale, semmai –
scrive il papa – spetta alla Chiese locali «interpretare alcuni
aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano».
La parola chiave per affrontare le situazioni «irregolari» è
«discernimento», la stessa che ebbe un posto centrale nella
Relazione finale del Sinodo. Che va applicato soprattutto alla
situazione dei divorziati risposati, nei confronti dei quali già il
Sinodo si era mostrato più indulgente, sebbene in modo ambiguo e
controverso (un paragrafo della Relazione finale fu approvato per un
solo voto). Ora Francesco si spinge più in là: i divorziati
risposati «non devono sentirsi scomunicati», «nessuno può essere
condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo»;
e scrive – ma curiosamente in due note a piè di pagina – che
potranno accedere ai sacramenti, possibilità finora canonicamente
preclusa. Una strada resta quella di ottenere dai tribunali
ecclesiastici la «dichiarazione di nullità matrimoniale», le cui
procedure sono state recentemente semplificate dallo stesso
Francesco, affidando maggiori responsabilità ai vescovi diocesani.
Poi c’è il «discernimento», che valuti le «attenuanti» e
distingua i casi, perché un conto «è una seconda unione
consolidata nel tempo», altro è «una nuova unione che viene da un
recente divorzio». Sarebbe «meschino soffermarsi a considerare solo
se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma
generale», «come se fossero pietre che si lanciano contro la vita
delle persone». Invece «è possibile che, entro una situazione
oggettiva di peccato», «si possa vivere in grazia di Dio»,
«ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». E, precisa la nota
redatta dal papa, «in certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei
Sacramenti», considerando che «l’Eucaristia non è un premio per
i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». A
parte queste aperture «caso per caso», la dottrina cattolica
tradizionale sul matrimonio è ribadita in più occasioni: «Unione
indissolubile tra l’uomo e la donna» contraddistinta dalla
«apertura alla vita», quindi tesa alla procreazione («nessun atto
genitale degli sposi può negare questo significato, benché per
diverse ragioni non sempre possa generare una nuova vita»). «Altre
forme di unione – si legge – contraddicono radicalmente questo
ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale». Un
riferimento, quest’ultimo, al «matrimonio solo civile» o persino
ad «una semplice convivenza» stabile, tuttavia «da accompagnare
nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». La condanna,
invece, è per le unioni tra persone omosessuali, utilizzando fra
l’altro – come fece anche il Sinodo – una formulazione redatta
a suo tempo dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata
allora dal card. Ratzinger: «Non esiste fondamento alcuno per
assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni
omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ne
consegue, inevitabilmente, la considerazione che «ogni bambino ha il
diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi
necessari per la sua maturazione integra e armoniosa»;
«diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso».
«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non
dia luogo ad alcuna confusione»,
scrive Francesco, evidentemente prevedendo le obiezioni
dei conservatori all’apertura sui divorziati risposati. «Ma la
Chiesa non è una dogana», e «il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare
e di non condannare». «Questa è la logica che deve prevalere
nella Chiesa». Non è un «balzo in avanti», ma – all’interno
di un sistema dottrinale tradizionale e limitatamente ad una
situazione circoscritta – una «maglia rotta nella rete».

Una maglia rotta nella rete.....
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