Quando
la morte è una lezione di umanità
Oggi che il mondo si
raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una corazza a
difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda frontiere e
restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà una
lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era
fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una
figlia.
Al mattino si alzava, afferrava gli occhiali dal comodino, si
beveva un caffè, andava in ufficio, ci stava fino a sera poi, dopo
un adeguato numero di ore, compiva il percorso inverso e tornava a
casa, si levava gli occhiali e si addormentava nella rassicurante
certezza della sua tranquilla quotidianità. Una notte però quella
sua pacifica routine è stata scombinata, irrimediabilmente, da un
gruppo di senza dio che in nome di dio gli hanno ammazzato la figlia.
Che aveva 28 anni, questa figlia, ed era bella e anche buona: una di
quelle che la gente te le invidia. E ora che la gente pensa di non
avere più nulla da invidiargli lui, quest'uomo normale, si infila di
nuovo gli occhiali e, senza nemmeno aver bisogno di un pulpito e di
un pubblico, mette insieme la più grande lezione di umanità di cui
io abbia memoria.
Alberto, questo è il
nome nome normale di un uomo inconsapevolmente eccezionale,
seppellirà sua figlia, e lo farà con dolore, rimpianto, angoscia e
(immagino) un senso di perdita che solo un genitore che lo ha provato
prima di lui, può comprendere. Ma lo farà senza quella rabbia e
quel folle terrore che leggo nelle dichiarazioni di chi al Bataclan
ha perduto solo l'idea di tranquillità in cui si cullava.
Nei giorni in cui il
mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a inondare di
sangue i suoi quattro angoli, lui piano piano, senza alzare la voce,
senza versare una pubblica lacrima (che non so immaginare quante ne
stia versando nella violata tranquillità della sua casa) spiega al
mondo che la pace è possibile. Lo spiega a capi di Stato e fanatici
fiancheggiatori del terrore: quelli che tentano di giustificare
stragi e omicidi in nome di altre stragi e altri omicidi patiti. Come
se l'uomo non potesse vivere altrimenti che seguendo il Vecchio
Testamento e la sua sanguinaria legge dell'occhio per occhio.
Al funerale civile, non
laico - ci tiene a precisare - ogni preghiera, ogni benedizione, ogni
lacrima sarà accolta. Anche quelle di un Imam. E, scusatemi, ma io
mi alzo in piedi e abbasso gli occhi. Perché io stessa, che vivo con
la parola "pace" a fior di labbra, riconosco che, davanti a
uno strazio simile a quello che accompagna la nuova quotidianità di
quest'uomo, sarei furiosa.
Lo guardo bene, allora,
cerco nei suoi occhi l'umanissimo furore che aspetta di azzannare gli
assassini: continuo a trovare pace. Dolore, certo, ma pace. Vorrei
chiedergli come fa, come riesca a mantenere inalterata la sua
civiltà, come riesca a non chiudersi in un guscio di rabbia e
frustrazione, come possa naturalmente aprirsi a quella diversità che
oggi spaventa tanti, quasi tutti.
Vorrei che, passati i
giorni del dolore che annichilisce, Alberto venisse invitato nelle
scuole (almeno in quelle del mio Paese): che magari, più del
racconto del movimento per i diritti civili o della lotta non
violenta di Gandhi, ai ragazzi servirebbe ascoltare la voce di un
uomo fatto di carne e sangue che è riuscito a invocare la pace sulla
bara di sua figlia. Un uomo che riconosce la liceità di ogni fede,
di ogni dio, anche di quello che pregavano gli assassini di sua
figlia. Un uomo che insegna che la rabbia e il rancore non servono a
fare del mondo un posto migliore. Un uomo che, per la miseria, ha
perso il suo bene più grande, che non ha fatto nulla per patire
questa perdita, che avrebbe tutte le ragioni del mondo per
inalberarsi in un grumo di revanscismo razzista, e invece no: si
infila gli occhiali e consegna a chi lo ascolta sillabe di amore,
accoglienza e rispetto.
Vorrei che ogni politico
che oggi si arma, di droni intelligenti o di parole infuocate, si
fermasse a riflettere, almeno un po', sul messaggio che gli ha
recapitato quest'uomo normale. Che non fa proclami, non si siede in
cattedra, eppure tiene una lezione indimenticabile sul potenziale
dell'umanità. Io lo ringrazio, con tutto il mio cuore, il signor
Alberto. Mi ha fatta sentire una pulce di ipocrisia e banalità. E
sono felice di sentirmi così piccola, così perfettibile, così
misera: solo in questo modo potrò migliorare me stessa e sperare, un
giorno, di avere nel cuore quello stesso rispetto per l'altro che fa
di un uomo normale un grande uomo.
Di Debora Dirani

Nessun commento:
Posta un commento