Viviamo a cavallo di due mondi: uno che fa acqua da tutte le parti e l'altro che ci viene addosso irrimediabilmente con il suo terribile carico di novità, di interrogativi, di sorprese. Dal dorso di questo cavallo su cui non è sempre facile cavalcare, dal difficile equilibrio di questa corda tesa tra le due sponde, ogni volta più chiare e più scure, voglio alzare il mio sguardo. Uno sguardo che si fa idea e una idea che vuole farsi parola per non cadere nel rimprovero di Chesterton: “L'idea che non cerca di cambiarsi in parola è una cattiva idea”. Ma una parola che porti il calore capace di generare la vita, la vita che si fece carne e sangue, attualità umana, speranza eterna. E Chesterton ancora che dice: “una parola che non spinga all'azione è una cattiva parola”.
Sarà per me un pensare ad alta Voce su questo mondo nuovo che già si introduce dalle porte e dalle
finestre e per voi un accogliere il mio pensiero come lo sforzo amico, povero ma leale, semplice ma realistico, rischioso ma sincero, di darvi il meglio di me stesso. E la risposta a voi che tante volte me l'avete chiesto. E una nuova possibilità che ci ha dato la nuova era ecclesiale del concilio: “Si riconosca tanto agli ecclesiastici come ai laici la libertà di cercare, di pensare, di manifestare con umiltà e con coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti” (Gaudium et spes, n. 62).
Se sono le idee che aiutano a trasformare il mondo, ecco il mio povero contributo: è un omaggio di fede alla vocazione dinamica, creatrice, cristiana dell'uomo. E soprattutto un tributo di fede alla “novità” infinita di Cristo e del suo vangelo, capace di continuare a “sorprendere” l'uomo concreto di ogni generazione.
Il fatto di dedicare queste pagine, in parte già apparse sulla rivista ROCCA, non soltanto ai miei amici credenti ma anche a quelli che camminano con dolore nella ricerca della luce, mi obbliga a uno sforzo maggiore di sincerità. Sono stati proprio gli amici non credenti che mi hanno sempre spinto in modo particolare a non tradire mai la mia luce per una falsa condiscendenza a essi.
Vogliono che parli del Cristo che vive nella mia fede; di questo Cristo che è nuovo ogni istante perché non esiste un peso e una misura per la sua immensità; di questo Cristo che continua a palpitare nelle pagine sempre vive del Vangelo e forse in modo particolare in quelle pagine che spesso abbiamo cercato di sottrarre; di questo Cristo che più di una volta abbiamo avuto paura di predicare; di questo Cristo che deve continuare a essere uno scandalo perché possa essere Dio di verità.
Parlare di Cristo è parlare di qualcosa che è sempre “nuovo”, di qualcosa che è sempre “attuale”; di qualcosa che cancella definitivamente le frontiere tra il passato, l'oggi e il domani. Cristo non è un personaggio del passato né un'invenzione del futuro. Cristo non può essere inventato dagli uomini. Cristo “è” sempre. Però è più grande, più attuale, più nuovo noi. É sempre davanti, sorge prima del sole. E l'uomo non potrà mai contenerlo.
Per questo è diverso ogni momento; per questo possiamo penetrare all'infinito nella sua luce e nelle sue viscere. Per questo un Cristo già “finito”, già “raccontato, già “predicato” senza possibilità di “sorpresa”, è un Cristo troppo povero che logicamente e stato rifiutato da tanti che oggi chiamiamo atei. Ma in realtà ci stanno gridando che abbiamo rimpicciolito in tal modo il nostro Dio 'da ridurlo alla misura dei personaggi umani che hanno un arco limitato di 'interesse nella storia.
É un Cristo, un Dio nel quale io stesso non credo. Cristo è il vero “futuro”, perché tutto ciò che sarà, tutto ciò che verrà, tutto ciò che nascerà sulla terra degli uomini già esiste in lui. Ma noi dobbiamo parlare di Cristo dalla nostra prospettiva temporale. Perché il tempo e la nostra unica proprietà ed è nel tempo che noi costruiamo la storia che è già storia di salvezza e inizio della Pasqua senza fine.
Per questo se è certo che credere nel futuro e avere speranza nel Cristo sempre presente in tutto ciò che nasce, lo è anche per il passato che vive in noi, per la nostra giustizia che deve comprendere tutto l'arco della storia, per ciò che siamo e per il futuro che prepariamo e che già vive in noi grazie alla realtà del passato che ci ha dato la possibilità di continuare a generare la storia. Per questo si impone una domanda onesta ogni volta che ci buttiamo a penetrare nelle realtà del nuovo, dello sconosciuto.
E questa domanda è “Che fare del passato?”. Perché è vero che oggi la nuova generazione ha soprattutto il senso del futuro perché capisce che “per essere presenti bisogna essere contemporanei del futuro”. E oggi si vive correndo, dietro al metro o col piede. Sull'acceleratore dell'automobile, e non c'è tempo, nè possibilità, né troppa voglia di guardare indietro come le antiche matrone che dalle loro diligenze a cavalli amavano contemplare quanto si lasciavano alle spalle.
Forse dobbiamo mettere il passato nel cassetto dei ricordi in naftalina? No, perché potremmo cadere nella tentazione della nostalgia e potremmo perdere l'autobus dietro la contemplazione di vecchie fotografie.
Pestarlo come un mozzicone sotto i nostri piedi nervosi? Nemmeno, perché nella fretta potrebbe rimanere una scintilla di fuoco che incollerita potrebbe mandare la nuova casa in fiamme.
Girare al largo, come di fronte ai cimiteri che in alcune città stanno a fianco delle grandi strade e del cui simbolo ci parlava qualche tempo fa il grande scrittore e giornalista spagnolo Emilio Romero? Credo di no.
Per lui vale il paragone perché appassionato com'è per ciò “che viene dopo” non cadrebbe mai nella tentazione di far marcia indietro per piangere di fronte alle ceneri delle tombe. Però quanti continuano a essere feriti dalla nostalgia paesana del passato che scuoteva già gli israeliti nel deserto i quali alla “manna” simbolo del nuovo, preferivano e rimpiangevano le cipolle d'Egitto!
Che faremo quindi del passato noi uomini di una generazione più rapida del tuono o con un piede già sulle stelle? Sono sicuro che gli atteggiamenti di fronte a questo fenomeno saranno molto diversi. Non so se sarà valida per tutti, ma per me fu significativa la lezione che mi diede un insetto. Sì, uno di quei grandi magnifici insetti dei boschi. Non so come potrà andare a finire contro la grande vetrata del ristorante dell'aeroporto di Roma. Lì, appiccicato al vetro, disorientato, impaurito, vergognoso, sembrava un novizio capitato a1l'mprovviso nel frastuono di una sala da ballo. Era un raro contrasto il corpo delicato, impalpabile, soavissimo di quel minuscolo aeroplano della natura attaccato alla finestra che vibrava nel frastuono dei motori in partenza dei Caravelles, dei DC 8, dei grandi reattori internazionali. Era come lo scontro violento di due generazioni; era l'intelligenza, la tecnica, la scienza, la forza creatrice dell'uomo che competeva con la natura vergine delicata, ma incapace di superarsi da sola. Ma forse per quell'istinto primitivo che tutti abbiamo dentro, per quel bacio difficile da dimenticare che la natura stampò un giorno nella nostra carne, io mi dimenticai per un istante dei reattori e me ne andai un momento nel mondo di questi insetti per sedermi al banco della loro scuola; La loro lezione è viva e attuale: appena la larva esce da1l'uovo la prima cosa che fa è mangiarsi il guscio e quando più tardi si avvolge nella sua medesima sostanza, nel suo passato e resta sospesa nel presente, immobile, nell'oscurità, con la sensazione di essere inutile, cominciano a crescerle le ali. Quando si sente un nuovo essere il suo involucro si rompe e il sole incomincia a riempire di luce il colore vivo delle sue ali. Lì ai suoi piedi giace la sua seconda pelle, simbolo muto del passato. Che ne farà? la disprezzerà? la utilizzerà come recipiente di rifiuto? La conserverà come ricordo di famiglia nel muschio? No. Anche adesso mangerà il suo involucro e si lancerà alla conquista dei nuovi mondi e solcherà i mari e i boschi.
Penso che l'insetto mangia il suo passato fisicamente come un simbolo sacro di rispetto e di gratitudine. Il passato era il passato della sua stessa vita e di quella che gli avevano lasciato i suoi antenati. E questo passato non disprezzato, ma assimilato, fatto carne propria, doveva essere un punto di saldatura imprescindibile tra due mondi che dovrebbero sempre darsi la mano.
L'insetto che non lascia bauli di nostalgia perché si è inghiottito con amore il suo passato, non cadrà nella tentazione di non volare più per sedersi di fronte alla sua vecchia pelle e rimpiangere, stanco forse di tanto volare, la sua antica vita di bruco tranquillo, ingordo.
Esso porta il passato dentro di sé; costituisce il presente e prepara il suo futuro con ciò che ha assimilato del passato e con la forza della sua nuova vita.
Non potrebbe essere un po' così il nostro atteggiamento di fronte al passato, al tradizionale, a ciò che ci lasciamo alle spalle? Una comunione di gratitudine e di rispetto per assimilare la sua sostanza e un camminare verso nuovi boschi senza stupidi rimpianti, senza la possibilità di pigri ritorni, ma nello stesso tempo senza disprezzare ciò che ci ha permesso la gioia delle ali per cui voliamo,scopriamo, avanziamo, creiamo?
Sì, penso che sono due i piatti che non debbono mai mancare alla tavola degli uomini intelligenti Questa sostanza del passato, della esperienza che gli permette di trasformarsi ogni momento e il nettare delle erbe sempre nuove che incontrano in ogni momento nel loro volo per il mondo, per questo mondo che essi stessi vanno, scoprendo, perfezionando, creando. Non so dove sarà andato a finire quel grande insetto dell'aeroporto. Forse nella borsa profumata di qualche vecchia turista inglese o sotto lo stivale di qualche vigoroso facchino. Io lo ricorderò sempre timido e bello, con questo messaggio forte di luce che il Creatore ha lasciato impresso per noi nella corteccia di ogni essere.
La sua lezione ci accompagnerà nelle pagine di questo libro che con riconoscenza verso ciò che “fu”, cerca di offrire una parola “nuova” per i problemi nuovi dell'uomo di oggi.
“Il Dio in cui non Credo”è quel Dio che viene smascherato nei diversi capitoli di questa opera. Non è un “Dio morto”, perché vorrei dire con p. De Lubac, che è un Dio che per me “non era mai nato”.
Ma se le pagine di questo libro sono piuttosto “positive” malgrado il titolo e la ragione profonda di esse come principio di dialogo con i miei amici “lontani” dalla Chiesa, ciò si deve al fatto che un primo tentativo di proposta mi è sembrato giusto e onesto. Non ho voluto cioè parlare solo del Dio in cui non credo, ma ho cercato di dire anche le mie povere parole di quell' '“altro Dio” che è il Dio della mia vita.

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