“Ma non hai tutto? E cosa c’è che non va nella tua vita?”. “Forse proprio questo. Ho tutto, ma sono infelice. E non sono l’unica. Nel corso di questi anni, ho frequentato persone di ogni tipo: ricche, povere, potenti, rassegnate… In ogni sguardo che ha incrociato il mio, ho letto un’amarezza infinita. Una tristezza che non sempre veniva accettata, ma che c’era, indipendentemente da ciò che quegli individui dicevano”.
“Sto pensando. Secondo te, dunque, nessuno è felice?”. “Sembra che alcuni lo siano, ma forse semplicemente non ci pensano. Altri fanno progetti: avrò un marito, una moglie, una casa, due figli, una villa fuori città. Non posso dire se siano tutti infelici. Comunque so che sono sempre impegnati: a fare gli straordinari al lavoro, a occuparsi dei figli, del coniuge, della carriera, della laurea, degli impegni dell’indomani, delle cose che bisogna comprare, di ciò che si deve possedere per non sentirsi inferiori eccetera. Insomma, ben pochi mi dicono: ‘Sono infelice’. La maggior parte afferma: ‘Sto benissimo, ho ottenuto tutto quello che desideravo’. Allora io domando: ‘Cos’è che la rende felice?’. Risposta: ‘Ho tutto ciò che una persona potrebbe sognare: famiglia, casa, lavoro, salute’. Gli faccio un’altra domanda: ‘Si è mai fermato a pensare se questo sia davvero tutto nella vita?’. Risposta: ‘Sì, questo è tutto’. Al che, io insisto: ‘Allora il senso della vita è dato dal lavoro, dalla famiglia, dai figli che cresceranno e la lasceranno, dalla moglie - o dal marito - che diventeranno degli amici piuttosto che restare dei veri innamorati. Ma un giorno il lavoro finirà. Che cosa farà quando ciò accadrà?’. In realtà, potrebbero rispondere: ‘Quando i miei figli cresceranno, quando mio marito - o mia moglie - sarà un amico, anziché un amante appassionato, quando sarò in pensione... avrò il tempo libero per fare ciò che ho sempre sognato: viaggiare’. E allora tu potresti domandare: ‘Ma non ha appena detto che era felice? Non sta facendo ciò che ha sempre sognato?’. Se insisto, alla fine scoprono sempre che c’è qualcosa che manca. Il proprietario di un’impresa non ha ancora concluso l’affare dei suoi sogni; la casalinga vorrebbe avere più indipendenza o più denaro; il giovane innamorato teme di perdere la ragazza; le persone appena laureate si domandano se abbiano deciso personalmente quella carriera, oppure qualcuno l’abbia scelta per loro; il dentista avrebbe voluto essere un cantante; il cantante avrebbe voluto diventare un politico; il politico avrebbe voluto fare lo scrittore; lo scrittore avrebbe voluto essere un contadino. E anche quando incontro qualcuno che sta facendo ciò che ha scelto, quell’individuo ha l’anima tormentata. Non ha ancora trovato la pace. A proposito, scusa se insisto: “Tu sei felice?”.”
Tratto e rivisto da “LO ZAHIR” di Paulo Coelho
Il Blog "IN SEMPLICITA'" è uno spazio dove inserire: info su attività, riflessioni sulle attività, articoli, stralci di libri, esegesi bibliche, riflessioni personali, per creare un dialogo e scambiare opinioni, pareri, per una crescita spirituale e umana. Uno spazio dove le persone condividono vita. Verranno eliminati gli interventi che potrebbero ferire o offendere, con linguaggio o idee, le persone.
12 gennaio 2007
01 gennaio 2007
L’ABBRACCIO BENEDICENTE
Non c'è una sottile coercizione sia da parte della Chiesa che della società nel farci rimanere figli dipendenti? La Chiesa, nel passato, non ha posto troppo l'accento sull'obbedienza in modo da rendere poi difficile rivendicare la paternità spirituale? E la nostra società consumistica non ci ha incoraggiato a indulgere a infantili autogratificazioni? Chi ci ha davvero provocato a liberarci dalle dipendenze immature e ad accettare l'onere di essere adulti responsabili? Noi stessi, peraltro, non cerchiamo sempre di sottrarci al terribile compito della condizione di padre? Rembrandt di certo vi si sottrasse. Soltanto dopo molto dolore e molte sofferenze, quando si stava avvicinando alla morte, è stato in grado di comprendere e dipingere la vera paternità spirituale.
Forse l'affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto Dio sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come lui la mostra a me. Se l'unico significato del racconto fosse che la gente pecca ma Dio perdona, potrei benissimo cominciare a pensare ai miei peccati come a una bella occasione per Dio di mostrarmi il suo perdono. Non ci sarebbe alcuna vera provocazione in una interpretazione del genere. Mi abbandonerei alle mie debolezze e continuerei a sperare che Dio magari chiuderà gli occhi di fronte ad esse, e mi lascerà sempre tornare a casa, qualunque cosa abbia fatto. Questo tipo di romanticismo sentimentale non è il messaggio dei Vangeli.
Ciò che sono chiamato a realizzare è che, sia come figlio più giovane che come figlio maggiore, sono il figlio del Padre mio misericordioso. Sono un erede. Nessuno lo dice in modo più chiaro di Paolo quando scrive: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». Per la verità, come figlio ed erede devo diventare successore. Sono destinato ad occupare il posto di mio Padre e offrire agli altri la stessa compassione che lui ha offerto a me. Il ritorno al Padre è in definitiva la sfida a diventare il Padre.
Questa vocazione a diventare il Padre esclude qualsiasi interpretazione "facile" del racconto. So quanto desidero ritornare e sentirmi poi al sicuro, ma voglio veramente essere figlio ed erede con tutto ciò che questo implica? Stare nella casa del Padre richiede di far mia la vita del Padre e di essere trasformato a sua immagine.
“L’ABBRACCIO BENEDICENTE”
Henri J.M. Nouwen
Queriniana
Forse l'affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto Dio sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come lui la mostra a me. Se l'unico significato del racconto fosse che la gente pecca ma Dio perdona, potrei benissimo cominciare a pensare ai miei peccati come a una bella occasione per Dio di mostrarmi il suo perdono. Non ci sarebbe alcuna vera provocazione in una interpretazione del genere. Mi abbandonerei alle mie debolezze e continuerei a sperare che Dio magari chiuderà gli occhi di fronte ad esse, e mi lascerà sempre tornare a casa, qualunque cosa abbia fatto. Questo tipo di romanticismo sentimentale non è il messaggio dei Vangeli.
Ciò che sono chiamato a realizzare è che, sia come figlio più giovane che come figlio maggiore, sono il figlio del Padre mio misericordioso. Sono un erede. Nessuno lo dice in modo più chiaro di Paolo quando scrive: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». Per la verità, come figlio ed erede devo diventare successore. Sono destinato ad occupare il posto di mio Padre e offrire agli altri la stessa compassione che lui ha offerto a me. Il ritorno al Padre è in definitiva la sfida a diventare il Padre.
Questa vocazione a diventare il Padre esclude qualsiasi interpretazione "facile" del racconto. So quanto desidero ritornare e sentirmi poi al sicuro, ma voglio veramente essere figlio ed erede con tutto ciò che questo implica? Stare nella casa del Padre richiede di far mia la vita del Padre e di essere trasformato a sua immagine.
“L’ABBRACCIO BENEDICENTE”
Henri J.M. Nouwen
Queriniana
18 dicembre 2006
IL MIO DIO È FRAGILE
Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile, insensibile, stoico, impassibile.
Il mio Dio è fragile.
È della mia razza.
E io della sua.
Lui è uomo e io quasi Dio.
Perché io potessi assaporare la divinità lui amò il mio fango.
L’amore ha reso fragile il mio Dio.
Il mio Dio conobbe l'allegria umana, l'amicizia, il gusto della terra e delle sue cose.
Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò.
Il mio Dio fu sensibile.
Il mio Dio si irritò, fu passionale.
E fu dolce come un bambino.
Il mio Dio fu nutrito da una madre e sentì e bevve tutta la tenerezza femminile.
Il mio Dio tremò dinanzi alla morte.
Non amò mai il dolore, non fu mai amico della malattia.
Per questo curò gli infermi.
Il mio Dio patì l'esilio.
Fu perseguitato e acclamato.
Amò tutto quanto è umano il mio Dio:
le cose e gli uomini; il pane e la donna;
i buoni e i peccatori.
Il mio Dio fu un uomo del suo tempo.
Vestiva come tutti, parlava il dialetto della sua terra, lavorava con le sue mani, gridava come i profeti.
Il mio Dio fu debole con i deboli e superbo con i superbi.
Morì giovane perché era sincero.
Lo uccisero perché lo tradiva la verità che era nei suoi occhi.
Ma il mio Dio morì senza odiare.
Morì scusando che è più che perdonare.
Il mio Dio è fragile.
Il mio Dio ruppe con la vecchia morale del dente per dente, della vendetta meschina, per inaugurare la frontiera di un amore e di una violenza totalmente nuova.
Il mio Dio gettato nel solco, schiacciato contro la terra, tradito, abbandonato, incompreso, continuò ad amare.
Per questo il mio Dio vinse la morte e comparve con un frutto nuovo tra le mani:
la resurrezione.
Per questo noi siamo tutti sulla via della resurrezione: gli uomini e le cose.
È difficile per tanti il mio Dio fragile.
Il mio Dio che piange, il mio Dio che non si difende.
È difficile il mio Dio abbandonato da Dio.
Il mio Dio che deve morire per trionfare. Il mio Dio che fa di un ladro e criminale il primo santo canonizzato della sua Chiesa.
Il mio Dio giovane che muore con l'accusa di agitatore politico.
Il mio Dio sacerdote e profeta che subisce la morte
come la prima vergogna di tutte le inquisizioni della storia.
È difficile il mio Dio fragile, amico della vita.
Il mio Dio che soffrì il morso di tutte le tentazioni.
Il mio Dio che sudò sangue prima di accettare la volontà del Padre.
È difficile questo Dio.
Questo mio Dio fragile per chi pensa di trionfare soltanto vincendo, per chi si difende soltanto uccidendo, per chi salvezza vuol dire sforzo e non regalo, per chi considera peccato quello che è umano, per chi il santo è uguale allo stoico e Cristo a un angelo.
È difficile il mio Dio fragile per quelli che continuano a sognare un Dio che non somigli agli uomini.
Da: “IL DIO IN CUI NON CREDO”
JUAN ARIAS
Cittadella Editrice
Finalmente un Dio a misura d’uomo, un Dio che non giudica gli uomini, come fino a oggi ci è stato fatto credere (“abbiamo meritato i tuoi castighi” dice l’atto di dolore), ma un Dio che si incarna, che ama l’umanità dell’uomo e la porta a divinizzazione.
Il mio Dio è fragile.
È della mia razza.
E io della sua.
Lui è uomo e io quasi Dio.
Perché io potessi assaporare la divinità lui amò il mio fango.
L’amore ha reso fragile il mio Dio.
Il mio Dio conobbe l'allegria umana, l'amicizia, il gusto della terra e delle sue cose.
Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò.
Il mio Dio fu sensibile.
Il mio Dio si irritò, fu passionale.
E fu dolce come un bambino.
Il mio Dio fu nutrito da una madre e sentì e bevve tutta la tenerezza femminile.
Il mio Dio tremò dinanzi alla morte.
Non amò mai il dolore, non fu mai amico della malattia.
Per questo curò gli infermi.
Il mio Dio patì l'esilio.
Fu perseguitato e acclamato.
Amò tutto quanto è umano il mio Dio:
le cose e gli uomini; il pane e la donna;
i buoni e i peccatori.
Il mio Dio fu un uomo del suo tempo.
Vestiva come tutti, parlava il dialetto della sua terra, lavorava con le sue mani, gridava come i profeti.
Il mio Dio fu debole con i deboli e superbo con i superbi.
Morì giovane perché era sincero.
Lo uccisero perché lo tradiva la verità che era nei suoi occhi.
Ma il mio Dio morì senza odiare.
Morì scusando che è più che perdonare.
Il mio Dio è fragile.
Il mio Dio ruppe con la vecchia morale del dente per dente, della vendetta meschina, per inaugurare la frontiera di un amore e di una violenza totalmente nuova.
Il mio Dio gettato nel solco, schiacciato contro la terra, tradito, abbandonato, incompreso, continuò ad amare.
Per questo il mio Dio vinse la morte e comparve con un frutto nuovo tra le mani:
la resurrezione.
Per questo noi siamo tutti sulla via della resurrezione: gli uomini e le cose.
È difficile per tanti il mio Dio fragile.
Il mio Dio che piange, il mio Dio che non si difende.
È difficile il mio Dio abbandonato da Dio.
Il mio Dio che deve morire per trionfare. Il mio Dio che fa di un ladro e criminale il primo santo canonizzato della sua Chiesa.
Il mio Dio giovane che muore con l'accusa di agitatore politico.
Il mio Dio sacerdote e profeta che subisce la morte
come la prima vergogna di tutte le inquisizioni della storia.
È difficile il mio Dio fragile, amico della vita.
Il mio Dio che soffrì il morso di tutte le tentazioni.
Il mio Dio che sudò sangue prima di accettare la volontà del Padre.
È difficile questo Dio.
Questo mio Dio fragile per chi pensa di trionfare soltanto vincendo, per chi si difende soltanto uccidendo, per chi salvezza vuol dire sforzo e non regalo, per chi considera peccato quello che è umano, per chi il santo è uguale allo stoico e Cristo a un angelo.
È difficile il mio Dio fragile per quelli che continuano a sognare un Dio che non somigli agli uomini.
Da: “IL DIO IN CUI NON CREDO”
JUAN ARIAS
Cittadella Editrice
Finalmente un Dio a misura d’uomo, un Dio che non giudica gli uomini, come fino a oggi ci è stato fatto credere (“abbiamo meritato i tuoi castighi” dice l’atto di dolore), ma un Dio che si incarna, che ama l’umanità dell’uomo e la porta a divinizzazione.
10 dicembre 2006
Intervista a Dio
Ho sognato d’intervistare Dio
"Ti piacerebbe intervistarmi?", Dio mi domandò.
"Se hai tempo"gli dissi.
Dio sorrise.
"Il mio tempo è eterno, che cosa vuoi domandarmi?"
"Che sorprese hai per l’umanità?..."
E Dio rispose...
"Siete così ansiosi per il futuro, perché vi dimenticate del presente.
Vivete la vita senza pensare al presente o al futuro.
Vivete la vita come se non dovreste morire mai, e morite come se non aveste mai vissuto...."
”Avete fretta perché i vostri figli crescano, e appena crescono volete che siano di nuovo bambini.
Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute".
Le mani di Dio presero le mie e per un momento restò in silenzio, allora gli domandai...
"Padre, che lezione di vita desideri che i tuoi figli imparino?"
Dio rispose con un sorriso: "Che imparino che non possono pretendere di essere amati da tutti , però ciò che possono fare è lasciarsi amare dagli altri".
"Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa".
"Imparino che non è buono paragonarsi con gli altri".
"Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che ha bisogno di meno
"Imparino che in alcuni secondi si ferisce profondamente una persona che si ama, e che ci vogliono molti anni per cicatrizzare la ferita".
"Imparino a perdonare e a praticare il perdono".
"Imparino che ci sono persone che vi amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti".
"Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in modo differente".
"Imparino che non si perdona mai abbastanza gli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi".
"E imparino che IO sono sempre qui. SEMPRE".
Che ne pensate?
"Ti piacerebbe intervistarmi?", Dio mi domandò.
"Se hai tempo"gli dissi.
Dio sorrise.
"Il mio tempo è eterno, che cosa vuoi domandarmi?"
"Che sorprese hai per l’umanità?..."
E Dio rispose...
"Siete così ansiosi per il futuro, perché vi dimenticate del presente.
Vivete la vita senza pensare al presente o al futuro.
Vivete la vita come se non dovreste morire mai, e morite come se non aveste mai vissuto...."
”Avete fretta perché i vostri figli crescano, e appena crescono volete che siano di nuovo bambini.
Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute".
Le mani di Dio presero le mie e per un momento restò in silenzio, allora gli domandai...
"Padre, che lezione di vita desideri che i tuoi figli imparino?"
Dio rispose con un sorriso: "Che imparino che non possono pretendere di essere amati da tutti , però ciò che possono fare è lasciarsi amare dagli altri".
"Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa".
"Imparino che non è buono paragonarsi con gli altri".
"Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che ha bisogno di meno
"Imparino che in alcuni secondi si ferisce profondamente una persona che si ama, e che ci vogliono molti anni per cicatrizzare la ferita".
"Imparino a perdonare e a praticare il perdono".
"Imparino che ci sono persone che vi amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti".
"Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in modo differente".
"Imparino che non si perdona mai abbastanza gli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi".
"E imparino che IO sono sempre qui. SEMPRE".
Che ne pensate?
02 dicembre 2006
VIGILATE
Dal Vangelo secondo Luca (21,25-28.34-36)
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».
Rifletto Medito Prego
Se rileggi il Vangelo con calma ti accorgi che tutto quello che dovrebbe accadere è qualcosa che coinvolge la vita esterna dell’uomo.
La traduzione del termine vigilate con la parola vegliate potrebbe trarci in errore. Il suo significato è vigilate, state attenti, non perdete la concentrazione…
Tante cose ci possono distrarre da quello che possiamo definire l’obbiettivo della nostra vita e cioè la vita in Dio.
Potremmo farci fregare da: il sole, la luna, le stelle, il mare, i flutti, la terra, i cieli, le dissipazioni, le ubriachezze, gli affanni…
Dio, nostro Padre, in Gesù Cristo, vuole liberarci da tutto questo e ci dice: “Non farti fregare; se tu ti fidi di me, il tuo obbiettivo che è la vita in me, essere con me, non lo perderai di vista e ti darà la forza, anche se in mezzo alla fatica di non arenarti, piantarti, perdere la speranza…
L’altra parola che ci permette di vivere questo obiettivo è: pregare. Che non significa dire formule, andare in chiesa… ma stare in continua relazione con il Padre; riconoscere che da Lui veniamo e che come Lui, grazie all’esempio di Gesù possiamo avere una vita piena, felice.
Ti allego info dove puoi capire meglio cosa intendo per preghiera.
La catechesi sulla preghiera la trovi sul sito http://www.cappuccinivenezia.org
alla voce: decine di proposte di ricerca e preghiera per ragazzi/e e giovani
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».
Rifletto Medito Prego
Se rileggi il Vangelo con calma ti accorgi che tutto quello che dovrebbe accadere è qualcosa che coinvolge la vita esterna dell’uomo.
La traduzione del termine vigilate con la parola vegliate potrebbe trarci in errore. Il suo significato è vigilate, state attenti, non perdete la concentrazione…
Tante cose ci possono distrarre da quello che possiamo definire l’obbiettivo della nostra vita e cioè la vita in Dio.
Potremmo farci fregare da: il sole, la luna, le stelle, il mare, i flutti, la terra, i cieli, le dissipazioni, le ubriachezze, gli affanni…
Dio, nostro Padre, in Gesù Cristo, vuole liberarci da tutto questo e ci dice: “Non farti fregare; se tu ti fidi di me, il tuo obbiettivo che è la vita in me, essere con me, non lo perderai di vista e ti darà la forza, anche se in mezzo alla fatica di non arenarti, piantarti, perdere la speranza…
L’altra parola che ci permette di vivere questo obiettivo è: pregare. Che non significa dire formule, andare in chiesa… ma stare in continua relazione con il Padre; riconoscere che da Lui veniamo e che come Lui, grazie all’esempio di Gesù possiamo avere una vita piena, felice.
Ti allego info dove puoi capire meglio cosa intendo per preghiera.
La catechesi sulla preghiera la trovi sul sito http://www.cappuccinivenezia.org
alla voce: decine di proposte di ricerca e preghiera per ragazzi/e e giovani
28 novembre 2006
“TALMENTE PREZIOSA CHE DARESTI IN CAMBIO LA VITA”
Vi dico, questa mattina, che se non avete mai trovato una cosa che vi sia talmente cara e preziosa per cui dareste in cambio la vita, non siete adatti alla vita. Potreste avere trentotto anni, come si dà il caso che ne abbia io, e un giorno vi trovate di fronte una grande occasione, che vi sollecita a schierarvi a favore di qualche grande principio, di una grande questione, di una grande causa. E voi vi rifiutate, di farlo perché avete paura. Vi rifiutate di farlo perché volete vivere più a lungo. Avete paura di perdere l'impiego, oppure avete paura di esser criticati, o di perdere la popolarità, avete paura che qualcuno vi pugnalerà o vi sparerà addosso o vi farà saltare la casa.
E quindi rifiutate di prendere posizione. Ebbene, può darsi che continuiate a vivere fino a novant'anni, ma a trentotto siete già morti quanto lo sarete a novant'anni. E nella vostra vita l'arresto del respiro non sarà che l'annuncio tardivo di' una morte dello spirito che è già avvenuta. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte di quel che è giusto. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della verità. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della giustizia…
Non pensate mai di essere da soli. Andrete in prigione, se necessario, ma non andrete mai soli. Prenderete posizione a favore di quel che è giusto, e magari il mondo non vi capirà, vi criticherà. Ma non sarete mai soli, perché da qualche parte, ho letto che uno solo con Dio è una maggioranza. E Dio ha la sua maniera di trasformare la minoranza in maggioranza. Camminate con Lui stamani, e, credete in Lui, e fate quel che è giusto, e Lui sarà con voi fino alla consumazione dei tempi. Si, ho visto il lampo del fulmine. Ho sentito il rombo del tuono. Ho sentito le onde del peccato infrangersi, cercare di sopraffare la mia anima, ma ho udito la voce di Gesù che diceva ancora di continuare a lottare. Mi ha promesso di non lasciarmi mai solo, di non lasciarmi mai solo. No, mai solo. No, mai solo.
Sermone pronunciato nella chiesa di Ebenezer il 5 novembre 1967 da Martin Luther King
E quindi rifiutate di prendere posizione. Ebbene, può darsi che continuiate a vivere fino a novant'anni, ma a trentotto siete già morti quanto lo sarete a novant'anni. E nella vostra vita l'arresto del respiro non sarà che l'annuncio tardivo di' una morte dello spirito che è già avvenuta. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte di quel che è giusto. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della verità. Siete morti quando avete rifiutato di schierarvi dalla parte della giustizia…
Non pensate mai di essere da soli. Andrete in prigione, se necessario, ma non andrete mai soli. Prenderete posizione a favore di quel che è giusto, e magari il mondo non vi capirà, vi criticherà. Ma non sarete mai soli, perché da qualche parte, ho letto che uno solo con Dio è una maggioranza. E Dio ha la sua maniera di trasformare la minoranza in maggioranza. Camminate con Lui stamani, e, credete in Lui, e fate quel che è giusto, e Lui sarà con voi fino alla consumazione dei tempi. Si, ho visto il lampo del fulmine. Ho sentito il rombo del tuono. Ho sentito le onde del peccato infrangersi, cercare di sopraffare la mia anima, ma ho udito la voce di Gesù che diceva ancora di continuare a lottare. Mi ha promesso di non lasciarmi mai solo, di non lasciarmi mai solo. No, mai solo. No, mai solo.
Sermone pronunciato nella chiesa di Ebenezer il 5 novembre 1967 da Martin Luther King
20 novembre 2006
"La pazienza dell'istante"
Così il vangelo diventa una religione sociologica, fatta di tappe sacramentali senza interiorità; i carismi dei fondatori si sclerotizzano in una fedeltà materiale disperatamente in cerca di una spiritualità che sfugge; le parrocchie meglio organizzate non infondono più la gioia della comunione e la gente cerca il calore umano nelle sette. Mentre Dio aspetta dentro ogni uomo che costui lo raggiunga dentro di sé e, ascoltando la propria verità, trovi colui che lo guida verso i sentieri del Bene per manifestarsi attraverso di lui ai fratelli. Allora non c'è più bisogno di chiedersi che cosa fare: basta essere in sé e la vita conduce là dove conviene, non sempre con facilità, ma certamente con serenità. Perché Dio vuole l'uomo vivente, traboccante di vita: questa è la sua volontà…
Emmanuelle Marie
Emmanuelle Marie
25 ottobre 2006
1. UN CUORE CHE SCEGLIE
2. UN CUORE CHE RISCHIA
3. UN CUORE CHE SBOCCIA ALLA VITA
1. UN CUORE CHE SCEGLIE
L’amore non è un sentimento. I sentimenti vanno e vengono, si accendono e si spengono: la simpatia è un sentimento, l’euforia, il dolore, la gelosia sono sentimenti, l’innamoramento è un sentimento…L’amore invece è una SCELTA. Una scelta che unisce l’entusiasmo all’impegno, la gioia alla fatica e alla responsabilità. Se l’innamoramento appartiene alla dimensione più istintiva dell’uomo, l’amore appartiene alla sua maturità. Per innamorarsi basta lasciarsi andare, operare una sorta di resa di fronte ad una passione intensa, che sembra incontenibile. Scegliere di amare significa “esserci”, “stare con” anche quando si avverte fatica. Amare significa rinnovare la propria adesione a ciò che abbiamo scelto o che la Vita ci propone. Per usare un’immagine, l’innamoramento è una scintilla scambiata per fiamma; l’amore è una fiamma continuamente alimentata. Questo non significa che scegliere di amare sia un lavoro di testa, una elaborazione mentale. E’ il cuore che sceglie di amare, e quando si sceglie di amare si ama poi con il cuore, con la testa, con la volontà, con le mani, con i piedi…con tutto il nostro essere.
Non esistono uomini o donne incapaci di scegliere l’amore….esistono uomini e donne che si fermano all’innamoramento…
Rifletti: Cosa significa per te “scegliere” di amare? Vivi la dimensione della
scelta? Ami o sei innamorato/a?
2. UN CUORE CHE RISCHIA
L’amore è una grande sfida. E’ una sfida che porta con sé il RISCHIO di sentirsi non corrisposti, derubati, feriti, traditi. Il mondo ci insegna ad andare cauti, a non scoprirsi troppo, a valutare con attenzione se vale la pena esporsi e compromettersi perché viviamo nella logica del “dare per ricevere” almeno in misura uguale a quanto ho dato, quasi che a sbilanciarsi si corra il rischio di compromettere chissà quale delicato e misterioso equilibrio!
Ma è possibile dosare l’amore, quando si è scelto di amare? L’amore non richiede forse la totalità della mia persona e della mia esistenza? Nell’amore non ci si può dare o concedere a pezzetti, con riserve o solo a patto di essere certi di un adeguato contraccambio. O meglio, si può anche provare a farlo, ma è come vivere con il freno a mano tirato: si evitano forse sonori tamponamenti ma non si sentirà mai l’aria che ci scompiglia i capelli mentre viaggiamo con il finestrino abbassato!
Rifletti: Amandoti, Gesù rischia anche con te! Il /la protagonista di questo
azzardo sei tu! Come vivi questo amore che investe su di te senza la
certezza di essere corrisposto? E tu? Rischi in amore? Cosa ti blocca?
3. UN CUORE CHE SBOCCIA ALLA VITA
L’amore, nella sua radice, è “estasi” (dal greco ek-stasis = stare fuori da sé). Lasciamo da parte l’idea più tradizionale di estasi, quella cioè di uno stato particolare dell’anima che si concentra su Dio perdendo via via il contatto con le cose che la circondano. Soffermiamoci sul suo significato originale: stare fuori da sé, uscire dal proprio egoismo, dai propri bisogni per aprirsi agli altri, alla Vita. Allora amare non è più vivere “per” … me…. Ma non è neanche vivere “per” gli altri o “per” Dio… Amare diventa vivere “con”, e tuffarsi dentro alla Vita per SBOCCIARE in pienezza. Quando si usa il termine “sbocciare” il pensiero va subito ad un fiore… e nella nostra testa già ci immaginiamo i suoi petali belli spiegati al sole, e il suo profumo che inebria l’aria… ma questo è l’ultimo atto, certo il più bello, di un percorso anche doloroso che ha portato il fiore a sbocciare… un seme, coperto dalla terra, nel buio … un seme che per sbocciare deve prima “marcire”, quindi morire… non è “bello” e fa pure male… ma se quel seme vuole vivere deve per forza passare di lì…
Rifletti: Io: bulbo o fiore? Cosa significa per me “sbocciare alla Vita”.
Rebecca
2. UN CUORE CHE RISCHIA
3. UN CUORE CHE SBOCCIA ALLA VITA
1. UN CUORE CHE SCEGLIE
L’amore non è un sentimento. I sentimenti vanno e vengono, si accendono e si spengono: la simpatia è un sentimento, l’euforia, il dolore, la gelosia sono sentimenti, l’innamoramento è un sentimento…L’amore invece è una SCELTA. Una scelta che unisce l’entusiasmo all’impegno, la gioia alla fatica e alla responsabilità. Se l’innamoramento appartiene alla dimensione più istintiva dell’uomo, l’amore appartiene alla sua maturità. Per innamorarsi basta lasciarsi andare, operare una sorta di resa di fronte ad una passione intensa, che sembra incontenibile. Scegliere di amare significa “esserci”, “stare con” anche quando si avverte fatica. Amare significa rinnovare la propria adesione a ciò che abbiamo scelto o che la Vita ci propone. Per usare un’immagine, l’innamoramento è una scintilla scambiata per fiamma; l’amore è una fiamma continuamente alimentata. Questo non significa che scegliere di amare sia un lavoro di testa, una elaborazione mentale. E’ il cuore che sceglie di amare, e quando si sceglie di amare si ama poi con il cuore, con la testa, con la volontà, con le mani, con i piedi…con tutto il nostro essere.
Non esistono uomini o donne incapaci di scegliere l’amore….esistono uomini e donne che si fermano all’innamoramento…
Rifletti: Cosa significa per te “scegliere” di amare? Vivi la dimensione della
scelta? Ami o sei innamorato/a?
2. UN CUORE CHE RISCHIA
L’amore è una grande sfida. E’ una sfida che porta con sé il RISCHIO di sentirsi non corrisposti, derubati, feriti, traditi. Il mondo ci insegna ad andare cauti, a non scoprirsi troppo, a valutare con attenzione se vale la pena esporsi e compromettersi perché viviamo nella logica del “dare per ricevere” almeno in misura uguale a quanto ho dato, quasi che a sbilanciarsi si corra il rischio di compromettere chissà quale delicato e misterioso equilibrio!
Ma è possibile dosare l’amore, quando si è scelto di amare? L’amore non richiede forse la totalità della mia persona e della mia esistenza? Nell’amore non ci si può dare o concedere a pezzetti, con riserve o solo a patto di essere certi di un adeguato contraccambio. O meglio, si può anche provare a farlo, ma è come vivere con il freno a mano tirato: si evitano forse sonori tamponamenti ma non si sentirà mai l’aria che ci scompiglia i capelli mentre viaggiamo con il finestrino abbassato!
Rifletti: Amandoti, Gesù rischia anche con te! Il /la protagonista di questo
azzardo sei tu! Come vivi questo amore che investe su di te senza la
certezza di essere corrisposto? E tu? Rischi in amore? Cosa ti blocca?
3. UN CUORE CHE SBOCCIA ALLA VITA
L’amore, nella sua radice, è “estasi” (dal greco ek-stasis = stare fuori da sé). Lasciamo da parte l’idea più tradizionale di estasi, quella cioè di uno stato particolare dell’anima che si concentra su Dio perdendo via via il contatto con le cose che la circondano. Soffermiamoci sul suo significato originale: stare fuori da sé, uscire dal proprio egoismo, dai propri bisogni per aprirsi agli altri, alla Vita. Allora amare non è più vivere “per” … me…. Ma non è neanche vivere “per” gli altri o “per” Dio… Amare diventa vivere “con”, e tuffarsi dentro alla Vita per SBOCCIARE in pienezza. Quando si usa il termine “sbocciare” il pensiero va subito ad un fiore… e nella nostra testa già ci immaginiamo i suoi petali belli spiegati al sole, e il suo profumo che inebria l’aria… ma questo è l’ultimo atto, certo il più bello, di un percorso anche doloroso che ha portato il fiore a sbocciare… un seme, coperto dalla terra, nel buio … un seme che per sbocciare deve prima “marcire”, quindi morire… non è “bello” e fa pure male… ma se quel seme vuole vivere deve per forza passare di lì…
Rifletti: Io: bulbo o fiore? Cosa significa per me “sbocciare alla Vita”.
Rebecca
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