17 novembre 2009

Sintesi sulla "DIVERSITA'"


MI GUARDATE MALE PERCHE' SONO DIVERSA, IO... VI GUARDO E RIDO, PERCHE' SIETE TUTTI UGUALI!

A chi si sente defraudato di un simbolo che testimonia l'amore cristiano, a chi si sente privato della propria identità religiosa, a chi si infiamma e lotta per mantenere viva l'immagine di Cristo in croce, ma resta tiepido se non indifferente ai tanti crocefissi umani del nostro tempo,a chi sventola ai quattro venti il suo essere cristiano, come fosse la tessera di un partito, vorrei dedicare queste parole " Il cristianesimo sarà finalmente maturo quando i cristiani sapranno mostrare concretamente, nei gesti, il volto di Cristo senza neppure bisogno di nominarlo" (A. Maggi A. Thellung: "La conversione dei buoni")

05 novembre 2009

"IO DIFENDO IL CROCEFISSO"











Ma io difendo quella croce (5 novembre 2009) Marco Travaglio




Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.



http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2373449&yy=2009&mm=11&dd=05&title=ma_io_difendo_quella_croce

26 ottobre 2009

Caro Dio!


Tratto da "OSCAR E LA DAMA IN ROSA"








Caro Dio,

oggi ho avuto da settanta a ottant’anni e ho molto riflettuto.
Ho usato il regalo natalizio di Nonna Rosa. Non so se te ne avevo parlato. E una pianta del Sahara che vive tutta la sua vita in un solo giorno. Non appena il seme riceve dell’acqua germoglia, diventa stelo, mette le foglie, fa un fiore, produce dei semi, avvizzisce, si appiattisce e, pugg, la sera è morto. È un regalo straordinario, ti ringrazio di averlo inventato. L’abbiamo annaffiata stamattina alle sette, Nonna Rosa, i miei genitori e io (a proposito, non so se te l’ho detto, in questo momento abitano da Nonna Rosa perché è meno lontano) e ho potuto seguire tutta la sua esistenza. Ero commosso. E piuttosto gracile e striminzita, non ha nulla di un baobab ma ha fatto valorosamente tutto il suo lavoro di pianta, come una grande, davanti a noi in una giornata, senza fermarsi.
Con Peggy Blue abbiamo letto a lungo il Dizionario medico. E il suo libro preferito. Le malattie l’appassionano e si chiede quali potrà avere in futuro. Io ho cercato le parole che mi interessavano: «Vita», «Morte», «Fede», «Dio». Forse non mi crederai, non c’erano! Nota, questo prova già che né la vita, né la morte, né la fede, né tu siete delle malattie. Il che rappresenta una notizia piuttosto buona. Però, in un libro così serio, dovrebbero esserci delle risposte alle domande più serie, no?
«Nonna Rosa, ho l’impressione che, nel Dizionario medico, ci siano solo delle cose particolari, dei problemi che possono capitare a questo o a quel tizio. Ma non ci sono le cose che ci riguardano tutti: la Vita, la Morte, la Fede, Dio.»
«Forse bisognerebbe consultare un Dizionario filosofico, Oscar. Tuttavia, anche se trovi le idee che cerchi, rischi ugualmente di rimanere deluso. Propone parecchie risposte molto diverse per ogni nozione.»
«Come mai?»
«Le domande più interessanti rimangono domande. Avvolgono un mistero. A ogni risposta, si deve associare un “forse”. Sono solo le domande senza interesse ad avere una risposta definitiva.»
«Vuole dire che per “Vita” non c’è soluzione?»
«Voglio dire che per “Vita” ci sono parecchie soluzioni, dunque nessuna soluzione.»
«Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l’unica soluzione per la vita sia vivere.»

24 ottobre 2009

L'insistenza nella preghiera come AFFIDAMENTO





Sandro propone: (è un po’ lunga ma… cavolo se apre la testa e il cuore)









L’esperienza della preghiera ripetuta indica la perdurante condizione sofferente dell’orante e l’evidenza che la sua domanda non riceve risposta tanto da dovere essere ripetuta. Quanto più si allunga il tempo in cui non si è esauditi tanto più si accentuano diverse componenti: il crescere del dolore a volte sino alla disperazione che resta capace soltanto di un grido nei confronti di Dio, un sentimento di delusione, ma anche una ferma volontà di resistere nella preghiera. Questa è mossa da una speranza testarda che ha radice nella memoria. Solo una precedente esperienza di un Dio soccorritore, di cui si è conosciuto direttamente o per testimonianza altrui la capacità salvifica, è in grado di sostenere l’invocazione. Prevale sul sentimento di delusione, che il mancato esaudimento può comportare, la fede in un Dio buono che ascolta il grido dei poveri.
Non si tratta soltanto di una memoria recente: l’orante si fonda sulla parola biblica e sul credo della Chiesa intera. Anche se questa memoria fosse dissonante dal proprio stato d’animo, tentato dalla sfiducia e dallo scoraggiamento, l’invocazione continua ad essere innalzata con una speranza coraggiosa che va al di là di se stessi. Si fondono così le diverse prospettive della fede, come accade nei salmi: il grido del sofferente non cancella la lode e la fatica attuale non annulla il ricordo dei prodigi operati da Dio. In questa prospettiva, anche il tempo della desolazione se non addirittura della recriminazione nei confronti di un Dio che resta incomprensibilmente lontano e inattivo, è espressione di una fede che resta salda. La preghiera insistente si radica quindi sia nell’immagine di Dio che si era precedentemente elaborata sia nella familiarità con le dinamiche della fede costante, disponibile ad attendere con pazienza.
L’insistenza è essa stessa una forma di affidamento a un Dio a cui si continua a dare credito così come si apre alla certezza che persino la preghiera non esaudita rientri nell’orizzonte di una vita salvata, seppure secondo parametri diversi rispetto all’esigenza manifestata.
Al contrario, la persona che si rivolge a Dio senza un precedente vissuto di credente, spinta da un’urgenza drammatica, difficilmente sa continuare l’invocazione. L’orante occasionale, portato alla preghiera da un momento drammatico, esige una risposta immediata. Se questa non è ottenuta nei tempi desiderati, l’appello tace e facilmente giunge alla conclusione che esso sia stato inutile come un pronto soccorso che non sia stato offerto nel momento dell’urgenza.


1] L’orante occasionale. Per molti, come accade per il cieco di Gerico, è una speranza incerta a suscitare l’invocazione. Bartimeo probabilmente sa poco della persona di Gesù. È una circostanza che appare fortuita a generare la sua invocazione nella persuasione che colui che sta passando sia in grado di donare ciò che viene richiesto. Si può connettere la sua situazione con quella di chi è sospinto a un’invocazione nata dall’impotenza delle risorse umane nel momento di difficoltà estrema. Si pensi a coloro che si inginocchiano in una cappella di ospedale per invocare la salvezza per un congiunto. Forse non è chiaro neppure a loro stessi perché siano giunti a tanto. Hanno solo un ricordo, spesso vago e da tempo accantonato, di un Dio che può ciò che all’uomo è impossibile. Se interrogati, forse non saprebbero dire se sono credenti, ma la spinta a cercare un interlocutore che liberi dal dolore e a volte dalla disperazione, spinge a una preghiera che appare segnata dalla contraddizione espressa dalle parole di Cesare Pavese: «O Dio che non esisti, ti prego». Come detto, la parola della preghiera può spegnersi se la domanda non ha ottenuto la risposta desiderata così come può essere dimenticata se il pericolo è stato superato. In taluni casi tuttavia può mettere in moto il cambiamento che lo stesso cieco di Gerico rappresenta. Dalla richiesta rivolta per ottenere una legittima condizione di salvezza si passa a una disponibilità fiduciosa che cambia la vita. La parola insistente diventa professione di fede che gode non solo e non tanto della propria guarigione, ma, come il cieco, abbandona il mantello delle proprie fragili certezze e delle modeste garanzie già possedute per avviarsi dietro al Maestro, disponibili a fare propria la sua strada e la sua logica. Dall’affidamento momentaneo, carico di ambiguità, che ha generato la richiesta di aiuto, si passa a un affidamento che guiderà la vita intera.


2] La conversione della preghiera. Sono molti anche i credenti devoti che hanno vissuto l’esperienza di una preghiera che è rimasta inascoltata. Quanto più la domanda esprimeva un’urgenza vitale, tanto più il dolore per il silenzio di Dio risulta doloroso. In questi casi, la preghiera si trasforma in delusione risentita o in amarezza. Non di rado si può giungere a un raffreddamento della fede o addirittura alla chiusura totale nei confronti di un Dio che non ha risposto alle attese. Alcuni, confessori o guide spirituali, suggeriscono allora di verificare se la richiesta fosse corretta secondo Dio oppure affermano che i disegni di Dio sono imperscrutabili e che alla fine ad essi ci si deve adeguare, pur con fatica. Sembra che in fondo ci si sforzi sempre di salvare l’immagine di un Dio buono e salvatore che opera in tutte le circostanze per il bene dell’uomo, concludendo troppo in fretta che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Con ciò però si potrebbe arrivare a pensare che sia inutile pregare, domandando una guarigione o una liberazione, in quanto Dio segue comunque altri criteri. La distanza tra Dio e l’uomo aumenta così a dismisura e può sospingere a una pratica estraneità tra la vita quotidiana e Dio come se questi di fatto diventasse insignificante rispetto alla condizione umana. Con questi pensieri si può osservare che nessuno può assolvere Dio per la sua mancata risposta al posto di un altro. E il credente che, rimasto inascoltato, deve intraprendere il percorso interiore per ricollocarsi di fronte a un Dio assente. Spetta al singolo dunque riprendere la preghiera in una nuova forma: domandare a Dio di essere messi in grado di mantenere la fede nel momento in cui la tentazione di incredulità si fa più pressante.
Si scorge così una forma di preghiera insistente, che domanda l’unica cosa necessaria, la fede appunto. Ciò comporta una forma radicale di affidamento in quanto il perseverare nella preghiera equivale a una conversione della preghiera stessa: da quella di richiesta di un beneficio a quella che aspira soltanto a mantenere la comunione con un Dio che sembra tutt’altro che in comunione con l’uomo, dato che ne ignora le difficoltà. Si tratta di una decisione sommamente impegnativa, fondata sulla volontà e non sul sentimento. È qui che si decide di «sperare contro ogni speranza» e di confermare una fiducia a caro prezzo.

Di Valeria Boldini
Tratto da “Servizio della Parola”

13 ottobre 2009

IL RISCHIO DI SVUOTARE IL VANGELO

















Ogni parola del Vangelo è dura...
C’è una durezza disumana; c’è una durezza che fa uomini,
Il mondo conosce la prima, Dio ci offre la seconda! Verso il mondo quasi nessuno si ribella, verso Dio pare un dovere la rivolta.
E chi non gli si mette contro apertamente, fa peggio: diminuisce la Parola.
Lo sforzo dell’«assottigliamento» del Vangelo è storia vecchia. Il nostro tempo si è messo d’impegno e Io fa radicalmente. In confronto, gli uomini del passato sono degli ingenui falsari. Si fermano ai particolari: fanno questione per un accento o per uno jota...
Io... conosco tutti gli accenti, rispetto tutti gli jota... e «svuoto» il Vangelo. E per giustificarmi dico: «Mi allineo, mi metto al passo, mi conformo al tempo, ascolto le voci...». Poiché mi fa paura la durezza della Parola, mi provo a levigarla. Una pietra levigata non è più la «pietra d’angolo».

Propostami da Franco.

05 ottobre 2009

"UNO CHE STA DI FRONTE"








Anna ci propone:

A proposito di matrimonio... (Gn 2,18-24; Mc 10,2-16)
di Angelo Casati
in “Il Gallo” n° 7 dell'ottobre 2009




Uno che sta di fronte

… Il brano di Genesi 2,18-24, ha un inizio di rara suggestione: «Il Signore disse: Non è bene che l'uomo sia solo».
Pensate, mi commuove, questa tenerezza di Dio, il nostro Dio ha compassione della nostra solitudine, prova compassione. Anzi dice che è male, non è bene, è male, è peccato. Per Dio male è la solitudine. E non si limita a dirlo. Come spesso facciamo noi, che magari lo diciamo che non è bene la solitudine, e poi lasciamo l'altro nella solitudine. Lui fa un gesto. Che cosa fa Dio, contro la solitudine? Dice Dio: «gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Ma la traduzione è infelice, potrebbe ingenerare il sospetto che Dio pretenda di vincere la solitudine donando un suo simile.
Guai, se cerchi uno come te, sarai ancora solo. Il testo ebraico ha un'espressione che può suonare strana, ma è intrigante, non "simile", ma "uno che sta di fronte".
La relazione, nel disegno dell'inizio è questo: "uno che ti possa guardare in volto" e che tu possa guardare in volto, uno che ti stia di fronte con la sua diversità, che è fatica perché ti chiama a uscire, ma è anche bellezza, perché è scoperta, è comunione, è viaggio. Questo sta all'inizio e, se all'inizio non c'è questo, se l'altro per te è tra le cose di cui disporre o uno che deve riprodurre la tua immagine, non c'è il disegno delle origini, non c'è sacramento, non c'è il grido di esultanza del terrestre, prima poesia del mondo: «è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa», la sfida della diversità nella comunione.
È scritto anche: «L'uomo lascerà suo padre e sua madre». Mi fa molto pensare questo verbo "lasciare". Mi sembra oggi di leggere una esitazione a lasciare, o, se volete, a scegliere per la vita la creatura che ami. Non voglio entrare nei motivi di questo disagio che sono tanti e possono avere anche una loro serietà. Ma vorrei dire che sapientemente il testo delle origini invita a "lasciare". Può essere una sfida lasciare il sicuro, la terra in cui stai, il paese conosciuto, per un viaggio che non puoi immaginare. Abbandonandoti. Ma pensate come sarebbe triste, triste e spenta, una generazione che si muovesse solo se ha una garanzia in mano. La vita, se ci pensate, ha nel suo "dna l'abbandonarsi". Gesù ci propone il bambino, non certo per la sua innocenza che non potremmo imitare, ma per la sua capacità di abbandono. È cosí che si cresce nella vita. Se da piccoli non ci fossimo affidati, saremmo ancora al punto di partenza. È dando fiducia che noi cresciamo e viviamo.
Viene dal libro questo invito a lasciare, a rischiare, ad aver fiducia. Pena l'intristirsi in un porto da cui non si ha mai il coraggio di partire.
E mi fermo perché già ho abusato. Ma sono certo che tutti voi abbiate intuito come questo racconto delle origini sia colmo di una sapienza che va oltre, secondo Gesù. Oltre l'orizzonte corto del lecito e del non lecito. Va a svelare l'essenza, la fatica, ma anche la bellezza, della relazione, in particolare della relazione uomo-donna. Quando questa avviene, avviene ciò che sta all'inizio, avviene il disegno di Dio.

28 settembre 2009

FATTI DI DIO



http://www.youtube.com/watch?v=J2auz14yHq4

Gregge o mente aperta? COSI SI VINCONO I PREGIUDIZI


Chi ha una mente aperta? Chi ti ascolta, chi ti parla, chi ti capisce. Chi ti viene incontro e ti guarda negli occhi sorridente. Chi è interessato agli altri, alla loro vita, ai loro problemi, al loro modo di pensare. Chi si arricchisce della loro esperienza. Noi viviamo in gruppi separati. I bambini stanno con i bambini, gli adolescenti fra di loro e così via per tutte le fasce di età. A molte feste date da miei conoscenti i figli — anche non giovanissimi — non si fermano, se ne vanno. Non parliamo poi dei gruppi politici e di quelli etnici. La società è fatta di barriere, di silenzi, di indifferenza, di pregiudizi. Noi assimiliamo i pregiudizi del nostro gruppo sociale, politico e culturale parlando solo fra di noi, leggendo i nostri giornali e guardando solo gli spettacoli televisivi che ci piacciono. E quando incontriamo qualcuno che è odiato dal gruppo proviamo un immediato senso di antipatia. Lo stesso con i libri, con i film, non li sfogliamo neppure, li scartiamo con disgusto. Una ragione per cui spesso non leggiamo libri molto belli e non guardiamo ottimi film. Perché seguiamo ciecamente le indicazioni del nostro gregge.
Eppure, alcune volte, riusciamo a liberarci di questa schiavitù del pregiudizio, per un istante la nostra mente si apre, abbiano il coraggio di parlare con quella persona, di leggere quel libro, di guardare quel film che avremmo scartato e scopriamo stupiti che invece è bello, interessante, divertente. E ci si apre davanti una prospettiva a cui non avremmo mai pensato. Solo chi ha la mente aperta sa giudicare obbiettivamente. È spaventoso avere un insegnante con la mente chiusa. Non ti capisce, approva solo ciò che corrisponde a quanto pensa lui, premia i più conformisti e condanna gli innovatori. Figuratevi poi trovarsi un giudice che ti ha già condannato prima di vederti! Quando penso al danno provocato da una mente chiusa mi vengono in mente gli effetti delle ideologie fanatiche: i gulag russi, i campi di sterminio tedeschi, gli attentati dei kamikaze fra la folla. Perché la mente chiusa non è solo ottusa, è anche cattiva.
In ogni essere umano c’è sempre qualcosa che possiamo scoprire e valorizzare. Un professore con la mente aperta quando esamina i suoi studenti vede i loro difetti, i loro errori, ma scopre sempre anche qualità positive, potenzialità da sviluppare. A volte penso che l’apertura della mente sia, nella sua essenza, amore e slancio vitale.

TRATTO DA: “Il corriere della sera”

www.corriere.it/alberoni

11 settembre 2009

IL FIGLIO DELL'UOMO (verso la pienezza umana)


Il passo iniziale

Nel linguaggio dei sinottici il minimo di apertura all’amore necessario per iniziare lo sviluppo umano si esprime con il termine metanoia, che denota un cambio di atteggiamento e di condotta, un nuovo andamento della vita, includendo il dispiacere per il male causato nel passato e la correzione per il futuro.
Benché i vangeli la collochino in un contesto teologico (Mc 1,4: per il perdono dei peccati, cfr. 1,15), la scelta sottesa alla metanoia non ha bisogno di una motivazione teologica, poiché si fonda sulla solidarietà propria di quelli che sono membri del medesimo genere umano. Infatti i rapporti umani giusti sono, nella concezione dei profeti e del NT, la cosa naturale per ogni uomo, che conosca o meno il Dio vero; da qui le critiche tanto al pagano quanto all’ebreo che non li praticano (cfr. Rm 1,18-2,15). In realtà sono il requisito per essere uomo e quello che Dio attende dagli esseri umani. Perciò, far sì che questo modo di rapportarsi diriga la propria vita è il presupposto per ogni altra aspirazione e meta dell’uomo, e la condizione previa per costruire la società nuova o regno di Dio (Mc 1,15 par.)…

…Ma il dono dello Spirito non si restringe a coloro che prestano adesione a Gesù: chiunque orienta la sua vita verso l’amore per l’umanità lo riceve, poiché con ciò si mette in sintonia con Dio e può chiamarsi figlio suo. C’è tuttavia una differenza tra questo uomo e quello che conosce Gesù e gli dà la sua adesione. Il primo è messo in grado di crescere come persona, ma, non avendo modelli, non conosce la meta, la pienezza umana che si mostra in Gesù, né quello che Dio è capace di realizzare con l’uomo; non sospetta pertanto quali siano le proprie possibilità; anche senza saperlo, è vicino a Dio, ma non conosce il suo volto. In Gesù, in cui Dio si manifesta totalmente, l’essere umano trova il modello di pienezza, la linea di attività, il significato pieno dell’amore-vita; e, attraverso di lui, la comunità fraterna di vita e di lavoro, la strada verso la consumazione individuale e sociale.
Il primo caso, quello dell’uomo che — pur senza conoscere Gesù — si propone di praticare la solidarietà-amore con gli altri uomini senza distinzione e di lavorare per loro, dà lo spunto a quello che. si può chiamare la comunicazione anonima di Dio24 il secondo caso, quello di quanti aderiscono a Gesù, alla sua comunicazione esplicita… (Matteos e Camacho)

25 agosto 2009

Cristiani si può diventare!


Taizé, la riconciliazione a portata di tutti

La Stampa, 23 agosto 2009

Ci sono anniversari che passano quasi inosservati, non tanto perché cadono nel pieno della tipica distrazione agostana o perché, assuefatti alle ricorrenze, si tende ormai a celebrare solo quelle quinquennali o decennali, ma piuttosto perché quelli che si potrebbero definire gli eredi spirituali, i continuatori dell’opera e della testimonianza della figura scomparsa paiono restii a celebrazioni eclatanti e preferiscono proseguire nella semplicità la loro presenza di oscuri testimoni della speranza. È avvenuto qualcosa di analogo in questa settimana dopo ferragosto, in cui ricorreva il quarto anniversario della morte di fr. Roger, priore di Taizé. Nonostante la recente pubblicazione anche in Italia di un assai discutibile saggio di Yves Chiron (Frère Roger 1915-2005), non si è fatto tesoro della ricorrenza per rievocare e approfondire quello che la vita e l’opera del fondatore e priore di Taizé ha rappresentato e continua a rappresentare per la presenza e la testimonianza dei cristiani nella società odierna.

In particolare credo sarebbe prezioso recuperare oggi l’anelito profetico che Taizé ha saputo far risuonare nel cammino ecumenico tra i cristiani, segno e caparra di una più vasta e profonda riconciliazione tra gli uomini e le donne del nostro tempo e di ogni luogo. “Voi che giungete qui: riconciliatevi! Cattolici, protestanti, ortodossi / giovani e anziani / bianchi e neri”. Questo il grande cartello che accoglieva i pellegrini e gli ospiti a Taizé a metà degli anni sessanta. Taizé - “questa primavera per la chiesa” come l’aveva definita papa Giovanni XXIII – era allora una comunità di fratelli protestanti, fondata da fr. Roger Schutz negli anni quaranta: una comunità che pregava e ricercava l’unità visibile dei cristiani divisi, separati, sovente in opposizione da secoli. Fr. Roger, figura carismatica e profetica, aveva letto in anticipo i segni dei tempi e con quei fratelli aveva ormai percorso un lungo cammino, aprendo sentieri ecumenici nella teologia, nella liturgia, nella spiritualità: per questo era stato invitato come “osservatore protestante” al Vaticano II...


Avendolo conosciuto e frequentato assiduamente in quegli anni, e avendo avuto il privilegio di un’amicizia fraterna, posso testimoniare come questo suo desiderio – e questo suo impegno quotidiano nella preghiera come nell’azione – per l’unità dei cristiani non era minimamente una trovata accattivante per attirare folle di giovani e meno giovani, ma piuttosto un cammino lucidamente intrapreso in nome del vangelo, nella consapevolezza che fosse giusto davanti a Dio e agli uomini perseguirlo con tenacia e onestà, nonostante le difficoltà e le incomprensioni che questo poteva suscitare – e non mancò di suscitare – all’interno e all’esterno della propria confessione di fede. Sovente gli ho sentito ripetere con fede salda che in molte epoche è bastato un piccolo numero di uomini e di donne per mutare il cammino della storia con la loro fede e la loro prassi segnata dall’amore, dalla riconciliazione, dalla pace. Ma il prezzo da pagare per questo “segno” posto nell’oggi della storia non ha mai conosciuto sconti. Penso in particolare alla sofferenza con cui fr. Roger e Taizé hanno sempre cercato – e perseverano nel cercare – di vivere come fratelli di diverse confessioni cristiane nell’obbedienza profonda e intelligente alle rispettive chiese, le quali non possono ancora condividere lo stesso calice: sofferenza di una comunità che sperimenta nel preciso momento fondante e fecondante la propria fede – la celebrazione eucaristica – il perdurare di una divisione più grande di lei. Vi è chi ha creduto di poter usare il termine “intercomunione” per indicare la prassi eucaristica in uso a Taizé, ma è una terminologia impropria e fuorviante: sulla collina della Borgogna cui non cessano di affluire folle di giovani da tutto il mondo, la comunità – che ospita tutti senza discriminazioni, fino ad aver accolto al cuore della propria preghiera anche la povera donna che aggredirà a morte fr. Roger – si sforza di offrire ai giovani non cattolici la possibilità di partecipare almeno una volta alla settimana a una celebrazione eucaristica protestante o a una divina liturgia ortodossa, affinché non venga meno il legame vitale con la confessione di fede di appartenenza. I fratelli, dal canto loro, comunicano tutti all’eucarestia cattolica, ma i membri cattolici non accedono mai, in obbedienza alla disciplina vigente, all’eucarestia di altre confessioni cristiane.


Non sembri questo esempio un dettaglio per addetti ai lavori, una questione interna di mera pertinenza ecclesiastica: è piuttosto il segno emblematico di un intero modo di porsi nel solco del dialogo, sul difficile crinale tra salvaguardia di un’identità e apertura all’altro. È la sfida difficile e quotidiana di chi vive ai margini ma sente di voler essere al cuore della compagine ecclesiale. È la sfida che incontra ogni profezia: saper parlare a tutti con franchezza e audacia, nella consapevolezza che gesti di rottura o forzature nel vissuto quotidiano comprometterebbero tragicamente ogni possibilità di essere ascoltati e riconosciuti come credibili e affidabili. È un discorso che va ben al di là del ristretto ambito liturgico: si tratta infatti di non dimenticare che dialogo vuol dire accettare l’altro come egli è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali.

Sì, di questa semplice e fondamentale lezione di deontologia del dialogo la Comunità di Taizé continua a essere maestra, rendendo così non solo testimonianza al suo fondatore, ma mostrando di celebrarne il ricordo con lo sguardo volto non al passato ma al futuro, un futuro di speranza per tutti: davvero la riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini.



Enzo Bianchi

02 agosto 2009

In chi è la salvezza: Gesù Cristo o la chiesa cattolica?







Il 5 settembre 2000 il cardinale Ratzinger ha dichiarato apertamente che per la chiesa cattolica romana non esiste salvezza al di fuori di se stessa. Molti Cristiani non cattolici, per anni si sono illusi di trovare un dialogo con essa. L'illusione era cominciata con il Concilio Vaticano II che per molti era stata una svolta storica. La chiesa romana sembrava aprirsi per la prima volta al dialogo ecumenico con quelli che definisce i "fratelli separati". E con il passare degli anni si sono svolti tanti e tanti incontri ecumenici, dialoghi fraterni, tra numerosi pastori e i prelati cattolici.
Ma già leggendo attentamente il suo decreto sull'ecumenismo era evidente che la chiesa cattolica romana non è affatto cambiata nella sostanza: ribadisce infatti, così come ha fatto il cardinale Ratzinger, che la chiesa romana non ammette l'idea che fuori di essa si possa essere salvati.


Come spesso accade in una regione come la nostra a maggioranza cattolica, si ha spesso la tendenza a considerare quasi come sinonimi i termini "cattolico" e "cristiano" nonostante il fatto che, come sappiamo, le denominazioni cristiane sono moltissime (Battisti, Pentecostali, Metodisti, Luterani, Anglicani, Ortodossi, ecc.) e alcune di queste hanno decine di milioni di aderenti e in molti paesi sono Chiese persino più grandi di quella Cattolica: si pensi per esempio alla Chiesa Battista in Russia o negli Stati Uniti.

In secondo luogo quando Cipriano affermò che «fuori dalla Chiesa non c'è salvezza» occorre vedere di quale Chiesa parlava dato che le varie denominazioni cristiane come le abbiamo oggi non esistevano, quindi nemmeno quella Cattolica, a meno di voler pretendere che l'unica Chiesa che discende dalla Chiesa primitiva sia quella Cattolica, cioè che tutte le altre siano «abusive». In seguito, se alla fine del discorso si vuole arrivare a un dunque, sarebbe il caso di avere qualcosa di comune su cui basare la discussione: ora, almeno fra le Chiese Cristiane, questa base comune esiste ed è la Bibbia, riconosciuta (seppur con piccole differenze) da tutte quale infallibile Parola di Dio; parto quindi da essa per formulare il mio pensiero: qualsiasi cosa dica qualsiasi chiesa e qualsiasi articolo di giornale a proposito delle possibilità o probabilità di salvezza di cattolici, buddisti, atei o quant'altro, la Bibbia afferma, parlando di Gesù: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stato stabilito che essi possano essere salvati» (Atti 4:12).

Dunque le chiese non c'entrano nulla se non nella misura in cui esse sono tenute a predicare la Parola di Dio (e non le loro opinioni): «Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Marco 16:15) e «La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione si attua per mezzo della Parola di Cristo» (Romani 10:17).

Vorrei ancora precisare che il merito individuale nella salvezza non c'entra proprio nulla; nessuno si può meritare la salvezza: «Siete stati salvati per grazia, mediante la fede; e ciò non viene da voi ma è dono di Dio; né viene da opere affinché nessuno possa vantarsene» (Efesini 2:9).

Chiunque intraprende la lettura della Bibbia con la sincera intenzione di conoscere la verità cristiana a proposito di salvezza si accorgerà ben presto che molte chiese nel corso dei secoli hanno posto condizioni che la Parola di Dio non contempla affatto (e che talvolta sono addirittura in contrasto con essa): l'unica via di salvezza è la fede nel sacrificio salvifico di Gesù: «Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita. Questo vi ho scritto affinché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1a Lettera di Giovanni 5:11 e 12) e «Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Romani 8:1). Pretendere poi che si possa leggere e interpretare la Bibbia solo per il tramite della tradizione e del magistero della chiesa cattolica significa pretendere di essere i soli a possedere non solo la verità, ma anche lo Spirito Santo che si è reso garante di tale verità; se fosse necessario un intervento della Chiesa, la Bibbia non tacerebbe su un punto così importante; invece essa contempla proprio dei casi opposti come per esempio quello citato nel libro di Giosuè (1:8) «Questo libro della legge non si allontani mai da te, ma meditalo giorno e notte» o quello dei neodiscepoli di Berea che «accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le scritture per vedere se le cose stavano davvero così» (Atti 17:11): l'invito non solo a leggere la Bibbia per conto proprio, ma anche a usare la propria testa mi sembra molto esplicito; se un lettore cerca sinceramente Dio, Egli non mancherà poi di aiutarlo a capire ciò che legge, magari anche tramite la Chiesa Cristiana, ma certo non esclusivamente.

(E. Pellegrini)


http://camcris.altervista.org/salvezza.html

15 luglio 2009

RESILIENZA


Oggi la si chiama "resilienza", una volta la si chiamava "forza d´animo", Platone la nominava "tymoidés" e indicava la sua sede nel cuore.
Il cuore è l´espressione metaforica del "sentimento", una parola dove ancora risuona la platonica "tymoidés". Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell´anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un´altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.
La forza d´animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli "altrove" della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l´animo si indebolisce si ripiega su se stesso nell´inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l´anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d´animo. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la nostra ombra. Che è poi ciò che di noi stessi rifiutiamo. Quella parte oscura che, quando qualcuno ce la sfiora, ci sentiamo "punti nel vivo". Perché l´ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombra non ci dà le sue figure. Accolta, l´ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi. Siamo in grado di dire a noi stessi: "Ebbene sì, sono anche questo". Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d´animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga.
"Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte", scrive Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede via d´uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l´unico colore del cielo.
Di forza d´animo abbiamo bisogno soprattutto oggi perché non siamo più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell´esistenza e incerta s´è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita dei nostri padri, e la parola che rivolgiamo ai figli è insicura e incerta. Gli sguardi si incontrano solo per evitarsi. Siamo persino riconoscenti al ritmo del lavoro settimanale che giustifica l´abituale lontananza dalla nostra vita. E a quel lavoro ci attacchiamo come naufraghi che attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato.
Passiamo così il tempo della nostra vita, senza sentimento, senza nobiltà, confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche: "Una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute". Perché ormai della vita abbiamo solo una concezione quantitativa. Vivere a lungo è diventato il nostro ideale. Il "come" non ci riguarda più, perché il contatto con noi stessi s´è perso nel rumore del mondo.
Passioncelle generiche sfiorano le nostre anime assopite. Ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate da quell´ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, dimenticanza di sé. Nulla del coraggio del navigante che, lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore. Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinché le idee divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente.

Umberto Galimberti: Seguite il vostro cuore la bussola è nei sentimenti Tratto da “la Repubblica”, 24 febbraio 2003

29 giugno 2009

LA RELAZIONE


Diversamente dai luoghi comuni, la vera amica di S.Francesco non è S. Chiara. Quella che lui desidera accanto, che manda a chiamare quando sente vicina la fine della vita, l’amica che spesso l’ha accolto in casa sua, quella dei piatti speciali, per la quale viene sospesa anche la clausura, si chiama Iacopa dei Sottesoli, una vedova, nobildonna romana. E’ significativo che l’ultima lettera di Francesco, l’ultimo scritto, siano per lei… ecco che santità e umanità, santità e ricerca di affetto, di calore, di amicizia, coincidono. I santi sono la proposta di nuove ipotesi di umanità . Di che cosa abbiamo realmente bisogno allora? Certamente non di cose… chiede i biscotti Francesco a Madonna Iacopa, ma non ha tanto bisogno di quelli quanto della mano che glieli porge e di quanto sta dietro a quella mano che si tende verso di lui: un cuore che ama. Ha chiesto dei ceri Francesco, ha chiesto un panno di cilicio, ma sono cose queste che gli avrebbero potuto procurare anche i frati… egli ha bisogno di avere accanto Iacopa, perché l’amicizia è una sorgente di vita, perché l’amica è come un sacramento che trasmette grazia, che aggiunge pienezza a pienezza, per una pienezza del vivere e, insieme, del morire. Per sentire vibrare due sentimenti che sono a fondamento dell’umano: allegrezza e consolazione. Allegrezza, perché ciò che garantisce che di vera amicizia si tratta è se l’incontro, o il pensiero di esso, fa germinare gioia. Consolazione perché la pena del morire è vera anche per i santi, perché il corpo si ribella al dolore: il dolore non ricerca spiegazioni, ma condivisione. Non vuole legittimazioni, ma partecipazione… la pena si consola quando il dolore ha dei compagni (W. Shakespeare).La consuetudine con il Vangelo e con le Scritture ci dice che il senso della vita è vivere affidati a Qualcuno e non alle cure di se stessi e nella misura in cui sappiamo farci vicini, sappiamo prenderci cura, sappiamo donare uno sguardo, una carezza, un bacio anche noi siamo simbolo di Colui che si prende cura, perché Amico è un nome di Dio e Amicizia un nome della vita vera. Laudato sii mi Signore per sora nostra morte corporale dirà Francesco… Iacopa porta all’amico la sua tenerezza, perché anche la morte corporale diventi sorella. La tenerezza che sfiora, lo sguardo d’affetto che avvolge, la carezza amica accompagnano il morente più di tante parole solenni: l’amico accanto fa scendere silenziosamente una benedizione, in nome di Dio e in nome dell’uomo, su chi ha saputo amare e ha saputo prendersi cura di qualcuno, su chi è stato uomo vero, donna vera. Certamente le parole della fede sono importanti, ma quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter sempre contare. La tenerezza ha la forza di ridurre la morte sorella ad ognuno, attraverso la memoria della pienezza della vita. Madonna Iacopa, con la sua presenza amicale rende sorella la morte. La vita è poca cosa, se ricondotta alla morte biologica… Cessa invece di essere piccola cosa quando la pietà e l’amicizia la rendono promettente, la attraversano di trascendenza, quando diventa luogo di cura, di relazioni buone, di capacità di nascita anche nella sofferenza E’ importante l’amicizia, perché in un certo senso mi ridimensiona e mi permette di stare a contato con la mia fragilità, la mia vulnerabilità. Forse è per quello che siamo in tanti a pensare che ciò che conta alla fine, è essere sempre all’altezza della situazione o a vederci un po’ come uomini e donne tutti di un pezzo… perché non viviamo amicizie vere alle quali diamo la possibilità di prenderci cura di noi… l’amicizia è il luogo dove qualcuno si prende cura della mia vulnerabilità, della mia umanità, quella umanità che viene prima del mio ruolo (insegnante, educatore, genitore,sacerdote, politico, amministratore…) del mio compito, della mia appartenenza, della mia cultura etc, etc. L’amicizia danza tra forza e fragilità… fa scoprire la propria fragilità, fa accettare di essere vulnerabile, ma anche di poter contare sulla forza dell’amico. Con l’amico non si supera la fragilità ma la si assume e la si accetta: l’amicizia è la responsabilità tra uomini e donne vulnerabili eppure affidabili.


( Ermes Ronchi, I baci non dati )

01 giugno 2009

FIGLIO MIO


Figlio mio, che stai nella terra e ti senti preoccupato, confuso, disorientato, solo, triste e angosciato. Io conosco perfettamente il tuo nome e lo pronuncio benedicendolo, perché ti amo, e ti accetto così come sei.
Insieme costruiremo il mio Regno, del quale tu sei mio erede e in esso non sarai solo perché Io sono in te, come tu sei in me. desidero che tu faccia sempre la mia volontà, perché la mia volontà è che tu sia umanamente felice. Avrai il pane quotidiano... Non ti preoccupare.
Però ricorda, non é solo tuo, ti chiedo di dividerlo sempre con il tuo prossimo, ecco perché lo do a te, perché so che sai che é per te e per tutti i tuoi fratelli... Perdono sempre le tue offese, anzi ti assolvo prima che le commetta, so che le commetterai, però so anche che a volte è l’unico modo che hai per imparare, crescere e avvicinarti a me, alla tua vocazione...
Ti chiedo solo, che in egual modo, perdoni te stesso e perdoni coloro che ti feriscono... So che avrai tentazioni e sono certo che le supererai...
Stringimi la mano, aggrappati sempre a me, ed io ti darò il discernimento e la forza perché ti liberi dal male...
Non dimenticare mai che TI AMO da prima che tu nascessi, e che ti amerò oltre la fine dei tuoi giorni, PERCHÉ SONO IN TE... COME TU SEI IN ME... Che la mia benedizione scenda e rimanga su di te sempre
e che la mia pace e l’amore eterno ti accompagnino sempre... Solo da me potrai ottenerli e solo io posso darteli perché...

IO SONO L’ AMORE E LA PACE!