
Ma io difendo quella croce (5 novembre 2009) Marco Travaglio
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.
Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.
Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).
Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.
Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.
A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2373449&yy=2009&mm=11&dd=05&title=ma_io_difendo_quella_croce
Complimenti a Travaglio per aver il coraggio di dire le cose!
RispondiElimina...e alla "Domus Fraternitas" di pubblicare testi che danno la possibilità di vedere le cose anche da altri "punti di vista": certamente molto più coerenti e disinteressati di quelli che vediamo ogni giorno in TV.
BRAVI!
Riporto da un articolo di Marco Politi "La croce che non si impone":
RispondiElimina"Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l’Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un’esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali). Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica."
Vexata quaestio: il crocifisso nei luoghi pubblici
RispondiElimina5 novembre 2009 - Giovanni Colombo (libero "pensatore", consigliere comunale di Milano - PD)
Mi permetto di riportare quanto scrivevo sull'argomento sei anni fa, il 27 ottobre 2003.
In una fase come questa di grande sbandamento etico e culturale, prima ancora che politico e giuridico, io fisserei due punti (il primo da cittadino, il secondo da credente).
1. Lo Stato può imporre la presenza nei locali pubblici dei simboli dell'identità nazionale italiana; può imporre la presenza della bandiera tricolore o del ritratto del Presidente della Repubblica che "rappresenta - come la Costituzione stabilisce - l'unità nazionale"; ma non può imporre la presenza di un simbolo religioso, senza contraddire la sua laicità. Può accettarne la presenza quando essa esprima un sentimento condiviso o quanto meno rispettato anche dal non credente. Vige in questo caso la regola dell'unanimità: se qualcuno si oppone, lo si toglie.
2. La trasmissione del Vangelo non avviene per imposizione e il rispetto dell'altro appartiene, prima che al politically correct, al mistero stesso di Dio.
I cristiani ormai sanno che il pluralismo religioso dell'Europa di oggi e di domani non è una provvisoria sfortuna da cui pregare di essere liberati, ma la condizione concreta entro cui dar ragione della propria speranza. Sanno, insomma, che alla spada sguainata da Pietro, Gesù preferì il cammino verso la Croce. Voler di nuovo rendere obbligatorio ciò che è il segno radicale della gratuità, delle braccia spalancate verso tutti, mi appare profondamente anti-evangelico. La Croce non va quindi imposta sul muro delle classi e degli edifici pubblici, e si può anche togliere senza tragedie laddove c'è. In ogni caso, rimane simbolo eterno di libertà fraterna, così eloquente da accogliere il bisogno di misericordia di chiunque.
"L'ARMA DEL CROCEFISSO"
RispondiEliminadi don Aldo Antonelli (da Micromega)
Non nelle aule del tribunale, là dove spesso vengono condannati gli innocenti ed assolti i delinquenti; né sulle vette dei monti e delle colline, deturpate dalla bulimia vorace di impresari senza scrupoli e amministratori conniventi; e nemmeno nelle aule scolastiche, là dove spesso si ricicla una cultura intrisa di violenza e di soprusi. No! L’unico luogo in cui degnamente può stare una croce è un non luogo: è la coscienza del credente, là dove nascono e maturano quei comportamenti che fanno del cristiano, questo sì, il vero segno della di Lui presenza. Lamentiamo e protestiamo contro quello che nei secoli è stato un vero e proprio trasloco abusivo da una testimonianza esistenziale interiore ad una invadenza superficiale esteriore. Una croce ridotta a simbolo culturale costituisce, per la sensibilità del credente, una profanazione di svuotamento; mentre per molti politici ed altrettanti ecclesiastici diventa moneta di scambio per il consolidamento del loro potere. Simbolo equivoco è diventata questa croce trasformata in spada, che invece di unire divide e che invece di proporsi si impone.
Rito e menzogna
RispondiEliminaHanno abbassato i monti,
l'hanno chiamata religione.
Hanno impoverito l'orizzonte,
l'hanno chiamata fede.
Hanno spento i sentimenti,
l'hanno chiamata ascesi.
Hanno svuotato il comandamento,
l'hanno chiamata morale.
Hanno omologato il tutto,
l'hanno chiamata unità.
Hanno zittito le coscienze,
l'hanno chiamata ubbidienza.
Hanno mummificato i riti,
l'hanno chiamata divina liturgia.
Hanno ucciso i profeti,
l'hanno chiamata ortodossia.
Hanno chiuse le porte,
l'hanno chiamata identità.
Hanno respinto le barche,
l'hanno chiamata sicurezza.
Hanno cacciato i giudici,
l'hanno chiamata giustizia.
Hanno succhiato i poveri,
l'hanno chiamato equilibrio.
Hanno deliberato leggi inique,
l'hanno chiamata legalità.
Hanno imbavagliato un parlamento,
l'hanno chiamata efficienza.
Hanno manipolato un popolo,
l'hanno chiamata democrazia.
Don Angelo Casati
Quei cattolici in fila alle primarie
RispondiEliminadi Angelo Bertani
in “Europa” del 6 novembre 2009
Fra testamento biologico, crocifissi nelle aule, rapporto con le altre culture e religioni, sembra quasi
che la questione italiana sia tornata a essere la questione cattolica. Si scrutano le parole di papa e
vescovi per capire a chi va l’appoggio della Chiesa: ai cattolici adulti o agli atei devoti.
Ma vien da chiedersi: chi sono i cattolici e che cosa sta loro a cuore? Sono cattolici quelli che
dicono di esserlo o quelli che lo sono nella vita di tutti i giorni? Quelli che difendono il crocifisso
come simbolo della tradizione occidentale contro gli invasori islamici, o quelli che lo considerano
l’esempio di Colui che ha dato la vita per gli altri? Anche per il Pd si pone una domanda: di quali
cattolici cercare il consenso? I cattolici credenti e coerenti sono molto più numerosi di quanto si
creda, anche se più umili e meno chiassosi.
Lo confermava Giovanni Bachelet nella lettera ad Avvenire (3 novembre; citata l’indomani anche
da Europa) raccontando la sua esperienza al seggio delle primarie: «Il signore in fila dietro di me
diceva alla moglie che, con quel ritmo, arrivavano tardi a messa; riconoscendomi, mi chiedeva della
messa delle famiglie e senza meravigliarsi che io fossi candidato.
In fila c’erano anche due suore…». E aggiungeva, rivolgendosi ai lettori di Avvenire: «A chi è
preoccupato degli spazi cattolici nel Pd domanderei: tutti miscredenti i leader, i parlamentari, gli
amministratori? Marino e Franceschini vanno a messa tutte le domeniche, Bersani si è laureato con
una tesi su Grazia e autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di San Gregorio magno». (E
chi conosce Gregorio sa bene che non si tratta di archeologia, ma di un pensiero vivo e attualissimo
anche oggi!). Ma soprattutto, aggiungeva Bachelet, «Bersani ha combattuto la battaglia
congressuale insieme a Rosy Bindi e a Enrico Letta e con loro ha detto che intende ripartire dagli
ultimi, dalla solidarietà, dai valori e princìpi della Costituzione italiana, dalle radici socialiste e
cristiane del Pd».
Ci sono molti segni infatti che il Pd, tutto il Pd, possa essere il luogo in cui si troveranno bene e
saranno utili al paese, insieme con gli altri cittadini di buona volontà, i cattolici che cercano di
essere coerenti con l’ispirazione profonda della loro fede.
Perché ciò si realizzi davvero su larga scala sarà importante che il partito e i suoi leader dimostrino
grande rigore morale, vera democrazia e una sensibilità culturale e sociale di vera solidarietà. È
questa, infatti, la scelta di fondo; quella per cui anche Giovanni Bachelet può concludere la sua
lettera «il Pd è l’unico partito al quale mi sia iscritto, nel quale mi sento a casa mia».
A chi si sente defraudato di un simbolo che testimonia l'amore cristiano, a chi si sente privato della propria identità religiosa, a chi si infiamma e lotta per mantenere viva l'immagine di Cristo in croce, ma resta tiepido se non indifferente ai tanti crocefissi umani del nostro tempo,a chi sventola ai quattro venti il suo essere cristiano, come fosse la tessera di un partito, vorrei dedicare queste parole " Il cristianesimo sarà finalmente maturo quando i cristiani sapranno mostrare concretamente, nei gesti, il volto di Cristo senza neppure bisogno di nominarlo" (A. Maggi A. Thellung: "La conversione dei buoni")
RispondiEliminaDal Gionale di Vicenza 13.11.09:
RispondiElimina" Asiago. Cinquecento euro di multa a chi non espone il crocifisso in posizione elevata e ben visibile in tutti gli edifici pubblici ed in tutte le aule delle scuole di ogni ordine e grado presenti nel territorio di Asiago. Inoltre la Polizia municipale sarà incaricata ad effettuare controlli sull'osservanza dell'ordinanza dopo che il provvedimento è stato notificato a tutti i dirigenti scolastici e ai responsabili delle strutture pubbliche. La sanzione amministrativa è prevista dall'ordinanza emessa lunedì dal sindaco di Asiago Andrea Gios come "risposta" alla sentenza della Corte europea di Strasburgo del 3 novembre 2009…"
Se abbiamo veramente ridotto la nostra fede alla mera aplicazione di un'ordinanza, povero Gesù, forse lui preferirebbe stare fuore da ogni aula, preferirebbe stare nel cuore di lo accoglie e lo testimonia con l'amore, non con il potere.