
POST RIPORTATO IN "LAVORI IN CORSO"
"È curioso. Magari fatichiamo anni per costruire un’immagine con cui farsi ammirare, e poi ci sentiamo abbracciati di amore quando, in un istante, ci lasciamo sfuggire quell'unico brandello di vuoto che non sappiamo riempire. E accade così perché quel vuoto non ci rappresenta ma ci completa.
Più cammino, nella vita, e più mi rendo conto che crescere non vuol dire migliorarsi ma accettarsi, che si matura non quando si conosce la propria forza, ma quando si ha il coraggio della propria purezza.
Perché fare casa non vuol dire crearsi una specie di zona franca dalle tempeste del mondo, è invece costruire uno spazio di consapevole precarietà, è farsi piccoli, ogni giorno, per inventarci una vita sempre nuova, non garantita tiepidamente dall’abitudine.
Non è una sfida da poco. La casa cui tendiamo, anche come spazio fisico, è una casa che anestetizza, la cui protezione è spesso chiusura. Forse per questo non mi sono mai piaciute le case con i giardini troppo ordinati, con il parquet lucidato fino all’eccesso: mi fanno pensare a esistenze che non hanno in mente altro che una pulizia apparente, pronta all’uso per l’ospite, il quale magari ammirerà pure quest’ordine così ostentato, salvo viverlo con disagio.
Non siamo fatti per questo. La molla della vita è caricata di continui cambiamenti, la casa di cui abbiamo bisogno deve poterci accogliere così come siamo, cioè sempre diversi.
Si fa casa concretamente in ogni istante, quando si mettono negli interstizi di ogni giornata quelle piccole grandi cose che ci rispecchiano. Si fa casa anche con un mazzo di fiori sul tavolo, si fa casa ascoltando la musica che amiamo di più. Si fa casa, se serve, trasformando la nostra vita, quando questa non ci assomiglia più."
(Massimo Orlandi)
"scendere in piazza" evoca il più delle volte un cambio di tono, un montare di sentimenti, "un essere fuori luogo... fuori dal luogo decisivo, quello dell'interiorità". Interiorità che invece troviamo sapientemente visitata nelle parole di "un parroco che si racconta" e che ci ricorda una domanda fondamentale per l'autentica spiritualità: "a quali immagini facciamo spazio nel cuore?".
RispondiElimina"se scendi alla punta segreta del cuore, non è per nostalgia di vuoto intimismo, al contrario è per recuperare il vento della libertà, vento di trascinamento nella vita e nella storia".
È un vento che non ha paura di sollevare domande - perché "fede non è far tacere le domande con tortuose e consolatorie risposte, bensì porre le domande estreme e resistere nonostante tutto" - ma che rende compagni di cammino quanti a tali domande non si sottraggono, al di là di qualunque appartenenza.
Del resto questo cammino alla ricerca di una vita interiore, questa quotidiana fatica di abitare il proprio cuore non è patrimonio esclusivo dei cristiani: "Oggi forse più di ieri uomini e donne credenti e diversamente credenti o non credenti sentono di dover abitare questo spazio dell'anima per goderne".
Sì, l'interiorità è un bene di cui godere, è il piacere di prendere consapevolezza del soffio vitale che ci abita e che ci permette di resistere nella nostra dignità umana anche quando tutto intorno sembra congiurare per la barbarie nei rapporti interpersonali e nella convivenza civile.
È la vita normalissima e intensa di una comunità cristiana al cuore della metropoli lombarda quella che scorre in queste pagine: l'alternarsi dei tempi liturgici e delle stagioni, i semplici momenti di gioia e di sofferenza: battesimi, matrimoni, malattie, funerali, innamoramenti e solitudini, incontri casuali e ricerca di una prossimità feconda, tutto nella convinzione che fare strada insieme, anche solo per poco, plasma ciascuno di noi in profondità, colora la sua spiritualità.
Come ci ricorda Primo Levi in una stupenda poesia: "Di noi ciascuno reca l'impronta / Dell'amico incontrato per via: / In ognuno la traccia di ognuno". Versi che al cristiano si fanno domanda: saprà lasciare l'impronta di quel Gesù di cui segue le tracce ?.
Sussulti di speranza, don A. Casati
So che questa vita,
RispondiEliminache non è riuscita a maturare nell'amore,
non è del tutto perduta.
So che i fiori che appassiscono alle prime luci dell'alba,
che i torrenti che si smarriscono nel deserto,
non sono perduti del tutto.
So che tutto quello che resta indietro in questa vita,
perchè è bloccato,
non è perduto del tutto.
So che i miei sogni ancora irrealizzati,
le mie melodie non ancora suonate
sono assopiti in una delle corde del tuo liuto
e non sono perdute per tutto.
Tagore
Ciascuno è una resurrezione del vecchio uomo.
RispondiElimina(Anonimo)