24 ottobre 2009

L'insistenza nella preghiera come AFFIDAMENTO





Sandro propone: (è un po’ lunga ma… cavolo se apre la testa e il cuore)









L’esperienza della preghiera ripetuta indica la perdurante condizione sofferente dell’orante e l’evidenza che la sua domanda non riceve risposta tanto da dovere essere ripetuta. Quanto più si allunga il tempo in cui non si è esauditi tanto più si accentuano diverse componenti: il crescere del dolore a volte sino alla disperazione che resta capace soltanto di un grido nei confronti di Dio, un sentimento di delusione, ma anche una ferma volontà di resistere nella preghiera. Questa è mossa da una speranza testarda che ha radice nella memoria. Solo una precedente esperienza di un Dio soccorritore, di cui si è conosciuto direttamente o per testimonianza altrui la capacità salvifica, è in grado di sostenere l’invocazione. Prevale sul sentimento di delusione, che il mancato esaudimento può comportare, la fede in un Dio buono che ascolta il grido dei poveri.
Non si tratta soltanto di una memoria recente: l’orante si fonda sulla parola biblica e sul credo della Chiesa intera. Anche se questa memoria fosse dissonante dal proprio stato d’animo, tentato dalla sfiducia e dallo scoraggiamento, l’invocazione continua ad essere innalzata con una speranza coraggiosa che va al di là di se stessi. Si fondono così le diverse prospettive della fede, come accade nei salmi: il grido del sofferente non cancella la lode e la fatica attuale non annulla il ricordo dei prodigi operati da Dio. In questa prospettiva, anche il tempo della desolazione se non addirittura della recriminazione nei confronti di un Dio che resta incomprensibilmente lontano e inattivo, è espressione di una fede che resta salda. La preghiera insistente si radica quindi sia nell’immagine di Dio che si era precedentemente elaborata sia nella familiarità con le dinamiche della fede costante, disponibile ad attendere con pazienza.
L’insistenza è essa stessa una forma di affidamento a un Dio a cui si continua a dare credito così come si apre alla certezza che persino la preghiera non esaudita rientri nell’orizzonte di una vita salvata, seppure secondo parametri diversi rispetto all’esigenza manifestata.
Al contrario, la persona che si rivolge a Dio senza un precedente vissuto di credente, spinta da un’urgenza drammatica, difficilmente sa continuare l’invocazione. L’orante occasionale, portato alla preghiera da un momento drammatico, esige una risposta immediata. Se questa non è ottenuta nei tempi desiderati, l’appello tace e facilmente giunge alla conclusione che esso sia stato inutile come un pronto soccorso che non sia stato offerto nel momento dell’urgenza.


1] L’orante occasionale. Per molti, come accade per il cieco di Gerico, è una speranza incerta a suscitare l’invocazione. Bartimeo probabilmente sa poco della persona di Gesù. È una circostanza che appare fortuita a generare la sua invocazione nella persuasione che colui che sta passando sia in grado di donare ciò che viene richiesto. Si può connettere la sua situazione con quella di chi è sospinto a un’invocazione nata dall’impotenza delle risorse umane nel momento di difficoltà estrema. Si pensi a coloro che si inginocchiano in una cappella di ospedale per invocare la salvezza per un congiunto. Forse non è chiaro neppure a loro stessi perché siano giunti a tanto. Hanno solo un ricordo, spesso vago e da tempo accantonato, di un Dio che può ciò che all’uomo è impossibile. Se interrogati, forse non saprebbero dire se sono credenti, ma la spinta a cercare un interlocutore che liberi dal dolore e a volte dalla disperazione, spinge a una preghiera che appare segnata dalla contraddizione espressa dalle parole di Cesare Pavese: «O Dio che non esisti, ti prego». Come detto, la parola della preghiera può spegnersi se la domanda non ha ottenuto la risposta desiderata così come può essere dimenticata se il pericolo è stato superato. In taluni casi tuttavia può mettere in moto il cambiamento che lo stesso cieco di Gerico rappresenta. Dalla richiesta rivolta per ottenere una legittima condizione di salvezza si passa a una disponibilità fiduciosa che cambia la vita. La parola insistente diventa professione di fede che gode non solo e non tanto della propria guarigione, ma, come il cieco, abbandona il mantello delle proprie fragili certezze e delle modeste garanzie già possedute per avviarsi dietro al Maestro, disponibili a fare propria la sua strada e la sua logica. Dall’affidamento momentaneo, carico di ambiguità, che ha generato la richiesta di aiuto, si passa a un affidamento che guiderà la vita intera.


2] La conversione della preghiera. Sono molti anche i credenti devoti che hanno vissuto l’esperienza di una preghiera che è rimasta inascoltata. Quanto più la domanda esprimeva un’urgenza vitale, tanto più il dolore per il silenzio di Dio risulta doloroso. In questi casi, la preghiera si trasforma in delusione risentita o in amarezza. Non di rado si può giungere a un raffreddamento della fede o addirittura alla chiusura totale nei confronti di un Dio che non ha risposto alle attese. Alcuni, confessori o guide spirituali, suggeriscono allora di verificare se la richiesta fosse corretta secondo Dio oppure affermano che i disegni di Dio sono imperscrutabili e che alla fine ad essi ci si deve adeguare, pur con fatica. Sembra che in fondo ci si sforzi sempre di salvare l’immagine di un Dio buono e salvatore che opera in tutte le circostanze per il bene dell’uomo, concludendo troppo in fretta che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Con ciò però si potrebbe arrivare a pensare che sia inutile pregare, domandando una guarigione o una liberazione, in quanto Dio segue comunque altri criteri. La distanza tra Dio e l’uomo aumenta così a dismisura e può sospingere a una pratica estraneità tra la vita quotidiana e Dio come se questi di fatto diventasse insignificante rispetto alla condizione umana. Con questi pensieri si può osservare che nessuno può assolvere Dio per la sua mancata risposta al posto di un altro. E il credente che, rimasto inascoltato, deve intraprendere il percorso interiore per ricollocarsi di fronte a un Dio assente. Spetta al singolo dunque riprendere la preghiera in una nuova forma: domandare a Dio di essere messi in grado di mantenere la fede nel momento in cui la tentazione di incredulità si fa più pressante.
Si scorge così una forma di preghiera insistente, che domanda l’unica cosa necessaria, la fede appunto. Ciò comporta una forma radicale di affidamento in quanto il perseverare nella preghiera equivale a una conversione della preghiera stessa: da quella di richiesta di un beneficio a quella che aspira soltanto a mantenere la comunione con un Dio che sembra tutt’altro che in comunione con l’uomo, dato che ne ignora le difficoltà. Si tratta di una decisione sommamente impegnativa, fondata sulla volontà e non sul sentimento. È qui che si decide di «sperare contro ogni speranza» e di confermare una fiducia a caro prezzo.

Di Valeria Boldini
Tratto da “Servizio della Parola”

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