
Le beatitudini degli afflitti e dei diseredati vengono poi riassunte dall’evangelista in una terza beatitudine. C’è tutto uno schema con il quale l’evangelista costruisce le beatitudini, e la successiva è:
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, o letteralmente “Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché questi saranno saziati”.
L’evangelista ha presentato 2 situazioni di ingiustizia (gli afflitti, e i diseredati), e le riassume in una terza beatitudine.
Quelli che ne fanno una questione vitale di riportare dignità a chi dignità non ce l’ha, quelli che fanno una questione vitale di liberare dall’oppressione gli oppressi, ebbene questi - assicura Gesù – in questa comunità (perché tutto dipende dalla prima beatitudine) in una comunità di gente che ha rinunciato all’ambizione, dall’avere di più, dall’arricchire, dall’essere di più degli altri ed ha capito che la felicità non consiste in quello che si ha, ma in quello che si dà, saranno felici qui pienamente su questa terra.
E ce lo dice pure, oltre la beatitudine, una frase di Gesù negli Atti degli Apostoli, che purtroppo è sempre stata trasmessa senza il risalto che merita. Gesù dice: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, ecco qui la felicità.
Molti non sono felici perché pensano che la felicità consiste in ciò che gli altri devono fare per noi. Allora rimani sempre deluso perché gli altri non possono sapere ciò che lui aspetta, ciò che lui desidera e ciò che lui spera.
Chi pensa che la sua felicità dipenda da quello che gli altri devono fare per lui rimane sempre deluso.
Allora Gesù dice: no, la felicità non consiste in ciò che gli altri faranno per te, in ciò che riceverai, ma in ciò che tu donerai. Allora la felicità è piena immediata e totale, la felicità consiste in ciò che si fa per gli altri; se io non so quello che gli altri possono fare per me, so ciò che io posso fare per gli altri.
Quindi l’invito di Gesù è per la pienezza della felicità, e se c’è una comunità che si occupa della felicità degli altri, in questa comunità quelli che fanno una questione vitale fame e sete di questa giustizia, saranno pienamente saziati (e qui bisognerebbe tradurre con un verbo italiano ormai un po’ in disuso, perché il termine che usa l’evangelista è il verbo satollo che si usa per gli animali che mangiano sino a scoppiare, e si potrebbe dire satolli): cioè gli affamati e gli assetati, saranno saziati sino a scoppiare.
Ed è importante che questo verbo, essere satolli, essere sazi, l’evangelista lo riporta in un episodio importante: quello della condivisione dei pani e dei pesci dove quelli che mangiarono furono satolli (Mt 14,20). L’evangelista con questa tecnica letteraria (adoperando questo verbo solo in questi due episodi) ci fa comprendere che si sazia la propria fame e sete di giustizia, saziando la fame fisica degli altri, ma sopratutto Gesù garantisce che all’interno della sua comunità non ci sarà nessuna forma di ingiustizia, ogni forma di ingiustizia sarà messa fuori dalla porta.
Testo tratto dal commento sulle beatitudini
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Testo non rivisto dall’autore
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