
Salmo 145
Lodiamo, o comunità dei credenti, lodiamo il Signore con gioia; voglio lodarlo e ringraziarlo per il suo progetto di salvezza.
È da stupidi mettere la propria fiducia negli uomini ricchi, potenti, metterla in un uomo che non può salvare neppure se stesso.
Saggio chi mette la sua fiducia nel Dio vivente, chi fonda la sua speranza in lui; lui non muore e non tradisce; le promesse che fa le mantiene, sempre!
Queste sono le promesse che Dio ha fatto, il suo impegno nei confronti dell'uomo: far promulgare leggi giuste a servizio dell'uomo e non dei gruppi di potere.
Far cessare lo sfruttamento dei ricchi sui poveri ripartendo con equità le risorse della terra; promuovere l'alfabetizzazione e la cultura, garantire la libertà di pensiero e di informazione.
Far rispettare i diritti degli indifesi; liberare i detenuti per motivi ideologici, politici, religiosi, razziali...; mettere in posti di responsabilità persone oneste.
Riabilitare chi è stato calunniato e messo ingiustamente da parte; dare centralità ai poveri e agli emarginati; contrastare energicamente l'agire dei violenti.
0 credenti che formiamo le Chiese quali segni e strumenti del Regno, questo è l'impegno che Dio si è assunto ed ha affidato alle nostre mani.
Condividiamo la sua azione con la stessa instancabile energia. Avremo motivo di lodarlo sempre più spesso.
Dal Vangelo secondo Matteo cap 11,2-11Quindi, scrive Giovanni, "In principio" - che vuol dire prima dell’inizio della creazione - esisteva già… e qui usa un termine che veramente non è facile tradurre: in greco è "logo", che ha un’incredibile varietà di significati. La CEI traduce con "verb", ed è una traduzione esatta; però, francamente non ci dice niente che "in principio ci fosse il verbo". Rivolgendosi a persone di cultura normale, cosa si può comprendere con questo termine? Altri traducono con: "in principio c’era la parola", però anche in questa espressione manca la ricchezza del significato, perché Giovanni, scegliendo questo termine, ha un’idea molto chiara. "Logos" è un termine che da una parte significa "progett" e da un’altra, in quanto progetto formulato, significa "parola".
Giovanni, in questo prologo, dice che fin dall’inizio, prima ancora della creazione del mondo, Dio aveva un progetto. Potremmo tradurre, in maniera molto comprensibile: "Prima ancora di creare il mondo, Dio aveva un’idea". L’evangelista ci presenta, anche se così non si può dire perché Dio non ha la testa, un’idea che era fissa nella testa di Dio. Prima ancora della creazione del mondo, Dio aveva un’idea, un progetto.
Il primo versetto comincia così: "Fin dall’inizio, prima ancora di creare il mondo, Dio aveva un progetto". Un progetto che si esprime con un’unica parola ed è il progetto della realizzazione di questo amore, di un amore di una qualità nuova che, venendo da Dio, annienterà tutto ciò che vi era prima.
Continua Giovanni: in principio c’era questo progetto, questa parola e l’evangelista sottolinea che "questo progetto si dirigeva a Dio". Con questa sottolineatura, Giovanni ci vuol far comprendere che questo progetto, che come vedremo sarà di un’ampiezza che ci farà ubriacare di contentezza, era sempre nella testa di Dio, cioè era qualcosa che stava molto a cuore a Dio. Potremmo tradurre, in maniera colloquiale, che Dio aveva sempre in testa questo pensiero; questo progetto era qualcosa che gli stava a cuore, prima ancora di creare il mondo, il quale è stato creato proprio per la realizzazione di questo progetto.
Ed ecco la rivelazione fantastica che fa Giovanni: "e un Dio era questo progetto". Viene tradotto normalmente: "e il verbo era Di". Potremmo tradurre anche con "la parola era un Dio", ma è più facile da comprendere: "e un Dio era questo progetto". Il progetto di Dio sull’umanità, sull’uomo, è qualcosa di incredibile e, purtroppo, credo che la nostra tragedia di credenti sia che non l’abbiamo conosciuto; o se lo abbiamo conosciuto, non lo abbiamo capito. Giovanni ci presenta un Dio talmente innamorato dell’umanità, che non gli basta aver creato l’uomo in carne e ossa, ma lo vuole innalzare alla sua stessa condizione divina; "un Dio era questo progetto"! Il progetto di Dio sull’umanità è che l’umanità, quindi l’uomo, raggiunga la pienezza della condizione divina.
Tratto dal commento di fra Alberto Maggi al prologo di Giovanni senza la revisione del relatore.
E così nel XIII secolo Francesco d’Assisi – che all’epoca della V crociata aveva tentato senza riuscirci di andare in Terrasanta per venerare il mistero dell’incarnazione a Betlemme – con un’intenzione che voleva anche essere una critica all’idea delle crociate – invitava i cristiani non a passare il mare con le armi in nome della fede, ma a vivere Betlemme nel cuore, a “far nascere Gesù nel cuore!”. Tommaso da Celano scrive: “Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio diventa la nuova Betlemme”. Ha scritto Raul Manselli, il grande storico francescano: “Il presepe di Greccio non si risolve in un gesto, in una ‘pensata’ popolaresca e chiusa nel mondo popolare: è invece l’estrinsecazione umile, anche la più impressionante forse, dell’umanizzazione di Gesù Cristo, l’uomo-Dio”. Da quell’intuizione di Francesco i presepi si moltiplicano, specie in Italia, grazie ai misteri celebrati in cui personaggi viventi mimano le scene descritte nei Vangeli....Noi bambini mettevamo tanta cura in quell’allestimento perché sentivamo di poter vivere dentro di noi quello che cercavamo di raffigurare. Mi ricordo che mi mettevo accanto al presepe con il Vangelo in mano e che, in base a quello che vi leggevo, disponevo e spostavo statuine e personaggi. Ero sorpreso di non trovare nel Vangelo l’asino e il bue, che pure mi erano così familiari e che consideravo necessari per riscaldare quel bambino che stava per venire “in una grotta al freddo e al gelo”! Il parroco mi aveva tranquillizzato dicendomi che il profeta Isaia aveva scritto che “il bue riconosce il suo Signore e l’asino riconosce la greppia del suo padrone” (cf. Is 1,3). Questo mi aveva tranquillizzato e, poco alla volta, portato a capire che anche le povere bestie, come i semplici pastori e i sapienti magi avevano saputo riconoscere la venuta di Dio nel mondo, mentre invece re potenti, sacerdoti, scribi, uomini religiosi non se ne erano accorti.
RispondiEliminaLa vigilia di Natale, poi, si pregava tutti attorno al presepe: noi bambini contemplavamo quelle lucine che nella povertà del dopoguerra erano capaci di stupirci con i loro colori e il loro lampeggiare, ma nello stesso tempo eravamo attratti dal mistero di un infante deposto sulla paglia, incapace di parlare, eppure proprio quel bambino era il Dio per noi e tra di noi, il Dio che per amore nostro volle farsi uno di noi. Sì, anche facendo il presepe noi ci esercitavamo a sapere, a conoscere chi era Gesù e come era venuto al mondo. Così imparavamo fin da piccoli ad amarlo. “Nascesse pure mille volte Gesù a Betlemme, non serve a nulla se non nasce in te...” ha scritto Silesio. Ecco, per i bambini “fare il presepe” è il modo più semplice per imparare a far nascere Gesù in sé, per rivivere con amore l’evento di Betlemme.
( Art . Enzo Bianchi,Il presepe, Betlemme in casa, Avvenire, 9 dicembre 2007 )