21 giugno 2011

GIUDIZIO COME DANNO


“Non giudicate!” E’ quello che ci dice Gesù per vivere nel rapporto coi fratelli la paternità di Dio. Non devo giudicare per due motivi. Primo, perché il mio giudizio condiziona negativamente l’altro; secondo, perché il mio giudizio sull’altro si rivolge contro di me. Il mio giudizio pre-giudica l’altro e giudica me stesso: l’altro tende a diventare come io lo vedo, e io sono come vedo l’altro. Positivamente sono chiamato a stimare l’altro come figlio di Dio e mio fratello. La mia disistima nei suoi confronti è grave per lui e per me: nega a lui la fraternità mia, e a me la filialità divina.

Dopo aver visto come si vive la “giustizia eccessiva” del Figlio uguale al Padre nelle opere religiose (capitolo precedente), nel uso dei beni, ora vediamo come si vive in relazione all’altro. Il principio di tutto è la preghiera, comunione col Padre che concede ogni bene, in particolare quel bene sommo, che è fare all’altro ciò che voglio che l’altro faccia a me.
Spesso per “il mondo” l’altro è “altro”, diverso e estraneo. Intruso e concorrente, invasore e nemico, allora lo misuro, valuto e giudico: Ciò che ha in meno, è motivo di disprezzo. Dall’altro mi difendo per conservare la mia differenza; se possibile, lo attacco per impadronirmi della sua. Ogni uomo diventa in questo modo lupo per l’altro, animato da spirito di rivalità, inimicizia e sopraffazione.
I due primi versetti vietano di giudicare: il mio giudizio cattivo sull’altro è contro di me stesso. Non giudicare significa essere come il Padre, che accetta incondizionatamente il figlio. Giudicare significa non essere figlio. Il mio giudizio buono o cattivo sull’altro è la misura del mio essere figlio o meno del Padre. I versetti seguenti esortano a giudicare me stesso invece dell’altro. Uno vede l’altro con il suo occhio, con il suo cuore: l’altro è colui che rispecchia me stesso. Se lo vedo male è perché il mio cuore è cattivo. La critica verso l’altro è autocritica inconsapevole: il piccolo male che vedo in lui è spia del grande male che è in me.
“Non date ciò che è santo ai cani …” Il non giudicare non tolga il discernimento. Ne è anzi il presupposto. Se non giudico tra buoni e cattivi e vedo in me il male, posso discernere ciò che è opportuno fare nei confronti dell’altro.
Gesù porta sulla terra lo stesso giudizio di Dio: piuttosto di giudicare e condannare i fratelli, si fa giudicare e condannare da loro; li stima tanto da dare la vita per coloro che gliela tolgono La croce è il suo giudizio sul mondo: misericordia assoluta per tutti. La chiesa è chiamata a conoscere e vivere, sia a l’interno che all’esterno, la sua stessa simpatia illimitata per ogni alterità. Sempre tentata di compiere il giudizio dell’uomo, che è un massacro dell’altro, cerca di mantenere il giudizio di Dio, che è salvezza per tutti.
“Chiedete” con la certezza di ottenere, dice Gesù, e vi sarà sicuramente dato. Questa esortazione sulla preghiera è incastonata tra il “non giudicare” e “la regola d’oro” sull’amore, Il contesto mostra la cosa da chiedere, che Dio certamente dà: la capacità di non giudicare e di amare l’altro. Questo è il dono del Padre che ci fa figli: il dono del suo Spirito.

Riflessione sul vangelo di Matteo 7,1-15

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