13 ottobre 2009

IL RISCHIO DI SVUOTARE IL VANGELO

















Ogni parola del Vangelo è dura...
C’è una durezza disumana; c’è una durezza che fa uomini,
Il mondo conosce la prima, Dio ci offre la seconda! Verso il mondo quasi nessuno si ribella, verso Dio pare un dovere la rivolta.
E chi non gli si mette contro apertamente, fa peggio: diminuisce la Parola.
Lo sforzo dell’«assottigliamento» del Vangelo è storia vecchia. Il nostro tempo si è messo d’impegno e Io fa radicalmente. In confronto, gli uomini del passato sono degli ingenui falsari. Si fermano ai particolari: fanno questione per un accento o per uno jota...
Io... conosco tutti gli accenti, rispetto tutti gli jota... e «svuoto» il Vangelo. E per giustificarmi dico: «Mi allineo, mi metto al passo, mi conformo al tempo, ascolto le voci...». Poiché mi fa paura la durezza della Parola, mi provo a levigarla. Una pietra levigata non è più la «pietra d’angolo».

Propostami da Franco.

05 ottobre 2009

"UNO CHE STA DI FRONTE"








Anna ci propone:

A proposito di matrimonio... (Gn 2,18-24; Mc 10,2-16)
di Angelo Casati
in “Il Gallo” n° 7 dell'ottobre 2009




Uno che sta di fronte

… Il brano di Genesi 2,18-24, ha un inizio di rara suggestione: «Il Signore disse: Non è bene che l'uomo sia solo».
Pensate, mi commuove, questa tenerezza di Dio, il nostro Dio ha compassione della nostra solitudine, prova compassione. Anzi dice che è male, non è bene, è male, è peccato. Per Dio male è la solitudine. E non si limita a dirlo. Come spesso facciamo noi, che magari lo diciamo che non è bene la solitudine, e poi lasciamo l'altro nella solitudine. Lui fa un gesto. Che cosa fa Dio, contro la solitudine? Dice Dio: «gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Ma la traduzione è infelice, potrebbe ingenerare il sospetto che Dio pretenda di vincere la solitudine donando un suo simile.
Guai, se cerchi uno come te, sarai ancora solo. Il testo ebraico ha un'espressione che può suonare strana, ma è intrigante, non "simile", ma "uno che sta di fronte".
La relazione, nel disegno dell'inizio è questo: "uno che ti possa guardare in volto" e che tu possa guardare in volto, uno che ti stia di fronte con la sua diversità, che è fatica perché ti chiama a uscire, ma è anche bellezza, perché è scoperta, è comunione, è viaggio. Questo sta all'inizio e, se all'inizio non c'è questo, se l'altro per te è tra le cose di cui disporre o uno che deve riprodurre la tua immagine, non c'è il disegno delle origini, non c'è sacramento, non c'è il grido di esultanza del terrestre, prima poesia del mondo: «è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa», la sfida della diversità nella comunione.
È scritto anche: «L'uomo lascerà suo padre e sua madre». Mi fa molto pensare questo verbo "lasciare". Mi sembra oggi di leggere una esitazione a lasciare, o, se volete, a scegliere per la vita la creatura che ami. Non voglio entrare nei motivi di questo disagio che sono tanti e possono avere anche una loro serietà. Ma vorrei dire che sapientemente il testo delle origini invita a "lasciare". Può essere una sfida lasciare il sicuro, la terra in cui stai, il paese conosciuto, per un viaggio che non puoi immaginare. Abbandonandoti. Ma pensate come sarebbe triste, triste e spenta, una generazione che si muovesse solo se ha una garanzia in mano. La vita, se ci pensate, ha nel suo "dna l'abbandonarsi". Gesù ci propone il bambino, non certo per la sua innocenza che non potremmo imitare, ma per la sua capacità di abbandono. È cosí che si cresce nella vita. Se da piccoli non ci fossimo affidati, saremmo ancora al punto di partenza. È dando fiducia che noi cresciamo e viviamo.
Viene dal libro questo invito a lasciare, a rischiare, ad aver fiducia. Pena l'intristirsi in un porto da cui non si ha mai il coraggio di partire.
E mi fermo perché già ho abusato. Ma sono certo che tutti voi abbiate intuito come questo racconto delle origini sia colmo di una sapienza che va oltre, secondo Gesù. Oltre l'orizzonte corto del lecito e del non lecito. Va a svelare l'essenza, la fatica, ma anche la bellezza, della relazione, in particolare della relazione uomo-donna. Quando questa avviene, avviene ciò che sta all'inizio, avviene il disegno di Dio.

28 settembre 2009

FATTI DI DIO



http://www.youtube.com/watch?v=J2auz14yHq4

Gregge o mente aperta? COSI SI VINCONO I PREGIUDIZI


Chi ha una mente aperta? Chi ti ascolta, chi ti parla, chi ti capisce. Chi ti viene incontro e ti guarda negli occhi sorridente. Chi è interessato agli altri, alla loro vita, ai loro problemi, al loro modo di pensare. Chi si arricchisce della loro esperienza. Noi viviamo in gruppi separati. I bambini stanno con i bambini, gli adolescenti fra di loro e così via per tutte le fasce di età. A molte feste date da miei conoscenti i figli — anche non giovanissimi — non si fermano, se ne vanno. Non parliamo poi dei gruppi politici e di quelli etnici. La società è fatta di barriere, di silenzi, di indifferenza, di pregiudizi. Noi assimiliamo i pregiudizi del nostro gruppo sociale, politico e culturale parlando solo fra di noi, leggendo i nostri giornali e guardando solo gli spettacoli televisivi che ci piacciono. E quando incontriamo qualcuno che è odiato dal gruppo proviamo un immediato senso di antipatia. Lo stesso con i libri, con i film, non li sfogliamo neppure, li scartiamo con disgusto. Una ragione per cui spesso non leggiamo libri molto belli e non guardiamo ottimi film. Perché seguiamo ciecamente le indicazioni del nostro gregge.
Eppure, alcune volte, riusciamo a liberarci di questa schiavitù del pregiudizio, per un istante la nostra mente si apre, abbiano il coraggio di parlare con quella persona, di leggere quel libro, di guardare quel film che avremmo scartato e scopriamo stupiti che invece è bello, interessante, divertente. E ci si apre davanti una prospettiva a cui non avremmo mai pensato. Solo chi ha la mente aperta sa giudicare obbiettivamente. È spaventoso avere un insegnante con la mente chiusa. Non ti capisce, approva solo ciò che corrisponde a quanto pensa lui, premia i più conformisti e condanna gli innovatori. Figuratevi poi trovarsi un giudice che ti ha già condannato prima di vederti! Quando penso al danno provocato da una mente chiusa mi vengono in mente gli effetti delle ideologie fanatiche: i gulag russi, i campi di sterminio tedeschi, gli attentati dei kamikaze fra la folla. Perché la mente chiusa non è solo ottusa, è anche cattiva.
In ogni essere umano c’è sempre qualcosa che possiamo scoprire e valorizzare. Un professore con la mente aperta quando esamina i suoi studenti vede i loro difetti, i loro errori, ma scopre sempre anche qualità positive, potenzialità da sviluppare. A volte penso che l’apertura della mente sia, nella sua essenza, amore e slancio vitale.

TRATTO DA: “Il corriere della sera”

www.corriere.it/alberoni

11 settembre 2009

IL FIGLIO DELL'UOMO (verso la pienezza umana)


Il passo iniziale

Nel linguaggio dei sinottici il minimo di apertura all’amore necessario per iniziare lo sviluppo umano si esprime con il termine metanoia, che denota un cambio di atteggiamento e di condotta, un nuovo andamento della vita, includendo il dispiacere per il male causato nel passato e la correzione per il futuro.
Benché i vangeli la collochino in un contesto teologico (Mc 1,4: per il perdono dei peccati, cfr. 1,15), la scelta sottesa alla metanoia non ha bisogno di una motivazione teologica, poiché si fonda sulla solidarietà propria di quelli che sono membri del medesimo genere umano. Infatti i rapporti umani giusti sono, nella concezione dei profeti e del NT, la cosa naturale per ogni uomo, che conosca o meno il Dio vero; da qui le critiche tanto al pagano quanto all’ebreo che non li praticano (cfr. Rm 1,18-2,15). In realtà sono il requisito per essere uomo e quello che Dio attende dagli esseri umani. Perciò, far sì che questo modo di rapportarsi diriga la propria vita è il presupposto per ogni altra aspirazione e meta dell’uomo, e la condizione previa per costruire la società nuova o regno di Dio (Mc 1,15 par.)…

…Ma il dono dello Spirito non si restringe a coloro che prestano adesione a Gesù: chiunque orienta la sua vita verso l’amore per l’umanità lo riceve, poiché con ciò si mette in sintonia con Dio e può chiamarsi figlio suo. C’è tuttavia una differenza tra questo uomo e quello che conosce Gesù e gli dà la sua adesione. Il primo è messo in grado di crescere come persona, ma, non avendo modelli, non conosce la meta, la pienezza umana che si mostra in Gesù, né quello che Dio è capace di realizzare con l’uomo; non sospetta pertanto quali siano le proprie possibilità; anche senza saperlo, è vicino a Dio, ma non conosce il suo volto. In Gesù, in cui Dio si manifesta totalmente, l’essere umano trova il modello di pienezza, la linea di attività, il significato pieno dell’amore-vita; e, attraverso di lui, la comunità fraterna di vita e di lavoro, la strada verso la consumazione individuale e sociale.
Il primo caso, quello dell’uomo che — pur senza conoscere Gesù — si propone di praticare la solidarietà-amore con gli altri uomini senza distinzione e di lavorare per loro, dà lo spunto a quello che. si può chiamare la comunicazione anonima di Dio24 il secondo caso, quello di quanti aderiscono a Gesù, alla sua comunicazione esplicita… (Matteos e Camacho)

25 agosto 2009

Cristiani si può diventare!


Taizé, la riconciliazione a portata di tutti

La Stampa, 23 agosto 2009

Ci sono anniversari che passano quasi inosservati, non tanto perché cadono nel pieno della tipica distrazione agostana o perché, assuefatti alle ricorrenze, si tende ormai a celebrare solo quelle quinquennali o decennali, ma piuttosto perché quelli che si potrebbero definire gli eredi spirituali, i continuatori dell’opera e della testimonianza della figura scomparsa paiono restii a celebrazioni eclatanti e preferiscono proseguire nella semplicità la loro presenza di oscuri testimoni della speranza. È avvenuto qualcosa di analogo in questa settimana dopo ferragosto, in cui ricorreva il quarto anniversario della morte di fr. Roger, priore di Taizé. Nonostante la recente pubblicazione anche in Italia di un assai discutibile saggio di Yves Chiron (Frère Roger 1915-2005), non si è fatto tesoro della ricorrenza per rievocare e approfondire quello che la vita e l’opera del fondatore e priore di Taizé ha rappresentato e continua a rappresentare per la presenza e la testimonianza dei cristiani nella società odierna.

In particolare credo sarebbe prezioso recuperare oggi l’anelito profetico che Taizé ha saputo far risuonare nel cammino ecumenico tra i cristiani, segno e caparra di una più vasta e profonda riconciliazione tra gli uomini e le donne del nostro tempo e di ogni luogo. “Voi che giungete qui: riconciliatevi! Cattolici, protestanti, ortodossi / giovani e anziani / bianchi e neri”. Questo il grande cartello che accoglieva i pellegrini e gli ospiti a Taizé a metà degli anni sessanta. Taizé - “questa primavera per la chiesa” come l’aveva definita papa Giovanni XXIII – era allora una comunità di fratelli protestanti, fondata da fr. Roger Schutz negli anni quaranta: una comunità che pregava e ricercava l’unità visibile dei cristiani divisi, separati, sovente in opposizione da secoli. Fr. Roger, figura carismatica e profetica, aveva letto in anticipo i segni dei tempi e con quei fratelli aveva ormai percorso un lungo cammino, aprendo sentieri ecumenici nella teologia, nella liturgia, nella spiritualità: per questo era stato invitato come “osservatore protestante” al Vaticano II...


Avendolo conosciuto e frequentato assiduamente in quegli anni, e avendo avuto il privilegio di un’amicizia fraterna, posso testimoniare come questo suo desiderio – e questo suo impegno quotidiano nella preghiera come nell’azione – per l’unità dei cristiani non era minimamente una trovata accattivante per attirare folle di giovani e meno giovani, ma piuttosto un cammino lucidamente intrapreso in nome del vangelo, nella consapevolezza che fosse giusto davanti a Dio e agli uomini perseguirlo con tenacia e onestà, nonostante le difficoltà e le incomprensioni che questo poteva suscitare – e non mancò di suscitare – all’interno e all’esterno della propria confessione di fede. Sovente gli ho sentito ripetere con fede salda che in molte epoche è bastato un piccolo numero di uomini e di donne per mutare il cammino della storia con la loro fede e la loro prassi segnata dall’amore, dalla riconciliazione, dalla pace. Ma il prezzo da pagare per questo “segno” posto nell’oggi della storia non ha mai conosciuto sconti. Penso in particolare alla sofferenza con cui fr. Roger e Taizé hanno sempre cercato – e perseverano nel cercare – di vivere come fratelli di diverse confessioni cristiane nell’obbedienza profonda e intelligente alle rispettive chiese, le quali non possono ancora condividere lo stesso calice: sofferenza di una comunità che sperimenta nel preciso momento fondante e fecondante la propria fede – la celebrazione eucaristica – il perdurare di una divisione più grande di lei. Vi è chi ha creduto di poter usare il termine “intercomunione” per indicare la prassi eucaristica in uso a Taizé, ma è una terminologia impropria e fuorviante: sulla collina della Borgogna cui non cessano di affluire folle di giovani da tutto il mondo, la comunità – che ospita tutti senza discriminazioni, fino ad aver accolto al cuore della propria preghiera anche la povera donna che aggredirà a morte fr. Roger – si sforza di offrire ai giovani non cattolici la possibilità di partecipare almeno una volta alla settimana a una celebrazione eucaristica protestante o a una divina liturgia ortodossa, affinché non venga meno il legame vitale con la confessione di fede di appartenenza. I fratelli, dal canto loro, comunicano tutti all’eucarestia cattolica, ma i membri cattolici non accedono mai, in obbedienza alla disciplina vigente, all’eucarestia di altre confessioni cristiane.


Non sembri questo esempio un dettaglio per addetti ai lavori, una questione interna di mera pertinenza ecclesiastica: è piuttosto il segno emblematico di un intero modo di porsi nel solco del dialogo, sul difficile crinale tra salvaguardia di un’identità e apertura all’altro. È la sfida difficile e quotidiana di chi vive ai margini ma sente di voler essere al cuore della compagine ecclesiale. È la sfida che incontra ogni profezia: saper parlare a tutti con franchezza e audacia, nella consapevolezza che gesti di rottura o forzature nel vissuto quotidiano comprometterebbero tragicamente ogni possibilità di essere ascoltati e riconosciuti come credibili e affidabili. È un discorso che va ben al di là del ristretto ambito liturgico: si tratta infatti di non dimenticare che dialogo vuol dire accettare l’altro come egli è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali.

Sì, di questa semplice e fondamentale lezione di deontologia del dialogo la Comunità di Taizé continua a essere maestra, rendendo così non solo testimonianza al suo fondatore, ma mostrando di celebrarne il ricordo con lo sguardo volto non al passato ma al futuro, un futuro di speranza per tutti: davvero la riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini.



Enzo Bianchi

02 agosto 2009

In chi è la salvezza: Gesù Cristo o la chiesa cattolica?







Il 5 settembre 2000 il cardinale Ratzinger ha dichiarato apertamente che per la chiesa cattolica romana non esiste salvezza al di fuori di se stessa. Molti Cristiani non cattolici, per anni si sono illusi di trovare un dialogo con essa. L'illusione era cominciata con il Concilio Vaticano II che per molti era stata una svolta storica. La chiesa romana sembrava aprirsi per la prima volta al dialogo ecumenico con quelli che definisce i "fratelli separati". E con il passare degli anni si sono svolti tanti e tanti incontri ecumenici, dialoghi fraterni, tra numerosi pastori e i prelati cattolici.
Ma già leggendo attentamente il suo decreto sull'ecumenismo era evidente che la chiesa cattolica romana non è affatto cambiata nella sostanza: ribadisce infatti, così come ha fatto il cardinale Ratzinger, che la chiesa romana non ammette l'idea che fuori di essa si possa essere salvati.


Come spesso accade in una regione come la nostra a maggioranza cattolica, si ha spesso la tendenza a considerare quasi come sinonimi i termini "cattolico" e "cristiano" nonostante il fatto che, come sappiamo, le denominazioni cristiane sono moltissime (Battisti, Pentecostali, Metodisti, Luterani, Anglicani, Ortodossi, ecc.) e alcune di queste hanno decine di milioni di aderenti e in molti paesi sono Chiese persino più grandi di quella Cattolica: si pensi per esempio alla Chiesa Battista in Russia o negli Stati Uniti.

In secondo luogo quando Cipriano affermò che «fuori dalla Chiesa non c'è salvezza» occorre vedere di quale Chiesa parlava dato che le varie denominazioni cristiane come le abbiamo oggi non esistevano, quindi nemmeno quella Cattolica, a meno di voler pretendere che l'unica Chiesa che discende dalla Chiesa primitiva sia quella Cattolica, cioè che tutte le altre siano «abusive». In seguito, se alla fine del discorso si vuole arrivare a un dunque, sarebbe il caso di avere qualcosa di comune su cui basare la discussione: ora, almeno fra le Chiese Cristiane, questa base comune esiste ed è la Bibbia, riconosciuta (seppur con piccole differenze) da tutte quale infallibile Parola di Dio; parto quindi da essa per formulare il mio pensiero: qualsiasi cosa dica qualsiasi chiesa e qualsiasi articolo di giornale a proposito delle possibilità o probabilità di salvezza di cattolici, buddisti, atei o quant'altro, la Bibbia afferma, parlando di Gesù: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stato stabilito che essi possano essere salvati» (Atti 4:12).

Dunque le chiese non c'entrano nulla se non nella misura in cui esse sono tenute a predicare la Parola di Dio (e non le loro opinioni): «Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Marco 16:15) e «La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione si attua per mezzo della Parola di Cristo» (Romani 10:17).

Vorrei ancora precisare che il merito individuale nella salvezza non c'entra proprio nulla; nessuno si può meritare la salvezza: «Siete stati salvati per grazia, mediante la fede; e ciò non viene da voi ma è dono di Dio; né viene da opere affinché nessuno possa vantarsene» (Efesini 2:9).

Chiunque intraprende la lettura della Bibbia con la sincera intenzione di conoscere la verità cristiana a proposito di salvezza si accorgerà ben presto che molte chiese nel corso dei secoli hanno posto condizioni che la Parola di Dio non contempla affatto (e che talvolta sono addirittura in contrasto con essa): l'unica via di salvezza è la fede nel sacrificio salvifico di Gesù: «Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita. Questo vi ho scritto affinché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1a Lettera di Giovanni 5:11 e 12) e «Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Romani 8:1). Pretendere poi che si possa leggere e interpretare la Bibbia solo per il tramite della tradizione e del magistero della chiesa cattolica significa pretendere di essere i soli a possedere non solo la verità, ma anche lo Spirito Santo che si è reso garante di tale verità; se fosse necessario un intervento della Chiesa, la Bibbia non tacerebbe su un punto così importante; invece essa contempla proprio dei casi opposti come per esempio quello citato nel libro di Giosuè (1:8) «Questo libro della legge non si allontani mai da te, ma meditalo giorno e notte» o quello dei neodiscepoli di Berea che «accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le scritture per vedere se le cose stavano davvero così» (Atti 17:11): l'invito non solo a leggere la Bibbia per conto proprio, ma anche a usare la propria testa mi sembra molto esplicito; se un lettore cerca sinceramente Dio, Egli non mancherà poi di aiutarlo a capire ciò che legge, magari anche tramite la Chiesa Cristiana, ma certo non esclusivamente.

(E. Pellegrini)


http://camcris.altervista.org/salvezza.html

15 luglio 2009

RESILIENZA


Oggi la si chiama "resilienza", una volta la si chiamava "forza d´animo", Platone la nominava "tymoidés" e indicava la sua sede nel cuore.
Il cuore è l´espressione metaforica del "sentimento", una parola dove ancora risuona la platonica "tymoidés". Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell´anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un´altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.
La forza d´animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli "altrove" della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l´animo si indebolisce si ripiega su se stesso nell´inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l´anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d´animo. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la nostra ombra. Che è poi ciò che di noi stessi rifiutiamo. Quella parte oscura che, quando qualcuno ce la sfiora, ci sentiamo "punti nel vivo". Perché l´ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombra non ci dà le sue figure. Accolta, l´ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi. Siamo in grado di dire a noi stessi: "Ebbene sì, sono anche questo". Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d´animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga.
"Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte", scrive Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede via d´uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l´unico colore del cielo.
Di forza d´animo abbiamo bisogno soprattutto oggi perché non siamo più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell´esistenza e incerta s´è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita dei nostri padri, e la parola che rivolgiamo ai figli è insicura e incerta. Gli sguardi si incontrano solo per evitarsi. Siamo persino riconoscenti al ritmo del lavoro settimanale che giustifica l´abituale lontananza dalla nostra vita. E a quel lavoro ci attacchiamo come naufraghi che attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato.
Passiamo così il tempo della nostra vita, senza sentimento, senza nobiltà, confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche: "Una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute". Perché ormai della vita abbiamo solo una concezione quantitativa. Vivere a lungo è diventato il nostro ideale. Il "come" non ci riguarda più, perché il contatto con noi stessi s´è perso nel rumore del mondo.
Passioncelle generiche sfiorano le nostre anime assopite. Ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate da quell´ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, dimenticanza di sé. Nulla del coraggio del navigante che, lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore. Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinché le idee divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente.

Umberto Galimberti: Seguite il vostro cuore la bussola è nei sentimenti Tratto da “la Repubblica”, 24 febbraio 2003

29 giugno 2009

LA RELAZIONE


Diversamente dai luoghi comuni, la vera amica di S.Francesco non è S. Chiara. Quella che lui desidera accanto, che manda a chiamare quando sente vicina la fine della vita, l’amica che spesso l’ha accolto in casa sua, quella dei piatti speciali, per la quale viene sospesa anche la clausura, si chiama Iacopa dei Sottesoli, una vedova, nobildonna romana. E’ significativo che l’ultima lettera di Francesco, l’ultimo scritto, siano per lei… ecco che santità e umanità, santità e ricerca di affetto, di calore, di amicizia, coincidono. I santi sono la proposta di nuove ipotesi di umanità . Di che cosa abbiamo realmente bisogno allora? Certamente non di cose… chiede i biscotti Francesco a Madonna Iacopa, ma non ha tanto bisogno di quelli quanto della mano che glieli porge e di quanto sta dietro a quella mano che si tende verso di lui: un cuore che ama. Ha chiesto dei ceri Francesco, ha chiesto un panno di cilicio, ma sono cose queste che gli avrebbero potuto procurare anche i frati… egli ha bisogno di avere accanto Iacopa, perché l’amicizia è una sorgente di vita, perché l’amica è come un sacramento che trasmette grazia, che aggiunge pienezza a pienezza, per una pienezza del vivere e, insieme, del morire. Per sentire vibrare due sentimenti che sono a fondamento dell’umano: allegrezza e consolazione. Allegrezza, perché ciò che garantisce che di vera amicizia si tratta è se l’incontro, o il pensiero di esso, fa germinare gioia. Consolazione perché la pena del morire è vera anche per i santi, perché il corpo si ribella al dolore: il dolore non ricerca spiegazioni, ma condivisione. Non vuole legittimazioni, ma partecipazione… la pena si consola quando il dolore ha dei compagni (W. Shakespeare).La consuetudine con il Vangelo e con le Scritture ci dice che il senso della vita è vivere affidati a Qualcuno e non alle cure di se stessi e nella misura in cui sappiamo farci vicini, sappiamo prenderci cura, sappiamo donare uno sguardo, una carezza, un bacio anche noi siamo simbolo di Colui che si prende cura, perché Amico è un nome di Dio e Amicizia un nome della vita vera. Laudato sii mi Signore per sora nostra morte corporale dirà Francesco… Iacopa porta all’amico la sua tenerezza, perché anche la morte corporale diventi sorella. La tenerezza che sfiora, lo sguardo d’affetto che avvolge, la carezza amica accompagnano il morente più di tante parole solenni: l’amico accanto fa scendere silenziosamente una benedizione, in nome di Dio e in nome dell’uomo, su chi ha saputo amare e ha saputo prendersi cura di qualcuno, su chi è stato uomo vero, donna vera. Certamente le parole della fede sono importanti, ma quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter sempre contare. La tenerezza ha la forza di ridurre la morte sorella ad ognuno, attraverso la memoria della pienezza della vita. Madonna Iacopa, con la sua presenza amicale rende sorella la morte. La vita è poca cosa, se ricondotta alla morte biologica… Cessa invece di essere piccola cosa quando la pietà e l’amicizia la rendono promettente, la attraversano di trascendenza, quando diventa luogo di cura, di relazioni buone, di capacità di nascita anche nella sofferenza E’ importante l’amicizia, perché in un certo senso mi ridimensiona e mi permette di stare a contato con la mia fragilità, la mia vulnerabilità. Forse è per quello che siamo in tanti a pensare che ciò che conta alla fine, è essere sempre all’altezza della situazione o a vederci un po’ come uomini e donne tutti di un pezzo… perché non viviamo amicizie vere alle quali diamo la possibilità di prenderci cura di noi… l’amicizia è il luogo dove qualcuno si prende cura della mia vulnerabilità, della mia umanità, quella umanità che viene prima del mio ruolo (insegnante, educatore, genitore,sacerdote, politico, amministratore…) del mio compito, della mia appartenenza, della mia cultura etc, etc. L’amicizia danza tra forza e fragilità… fa scoprire la propria fragilità, fa accettare di essere vulnerabile, ma anche di poter contare sulla forza dell’amico. Con l’amico non si supera la fragilità ma la si assume e la si accetta: l’amicizia è la responsabilità tra uomini e donne vulnerabili eppure affidabili.


( Ermes Ronchi, I baci non dati )

01 giugno 2009

FIGLIO MIO


Figlio mio, che stai nella terra e ti senti preoccupato, confuso, disorientato, solo, triste e angosciato. Io conosco perfettamente il tuo nome e lo pronuncio benedicendolo, perché ti amo, e ti accetto così come sei.
Insieme costruiremo il mio Regno, del quale tu sei mio erede e in esso non sarai solo perché Io sono in te, come tu sei in me. desidero che tu faccia sempre la mia volontà, perché la mia volontà è che tu sia umanamente felice. Avrai il pane quotidiano... Non ti preoccupare.
Però ricorda, non é solo tuo, ti chiedo di dividerlo sempre con il tuo prossimo, ecco perché lo do a te, perché so che sai che é per te e per tutti i tuoi fratelli... Perdono sempre le tue offese, anzi ti assolvo prima che le commetta, so che le commetterai, però so anche che a volte è l’unico modo che hai per imparare, crescere e avvicinarti a me, alla tua vocazione...
Ti chiedo solo, che in egual modo, perdoni te stesso e perdoni coloro che ti feriscono... So che avrai tentazioni e sono certo che le supererai...
Stringimi la mano, aggrappati sempre a me, ed io ti darò il discernimento e la forza perché ti liberi dal male...
Non dimenticare mai che TI AMO da prima che tu nascessi, e che ti amerò oltre la fine dei tuoi giorni, PERCHÉ SONO IN TE... COME TU SEI IN ME... Che la mia benedizione scenda e rimanga su di te sempre
e che la mia pace e l’amore eterno ti accompagnino sempre... Solo da me potrai ottenerli e solo io posso darteli perché...

IO SONO L’ AMORE E LA PACE!

28 maggio 2009

CHE ABBIAMO A CHE FARE CON TE GESU' NAZZARENO?



Caro Gesù,
sono passati quasi quarant'anni dall'ultima volta che ti ho scritto. Da allora ne sono cambiate di cose... e tra queste - ahimè - anche la mia ferma convinzione che tu possa esaudire ogni mio desiderio. Non certo per mancanza di fiducia... ma perché ormai non è più questione di graziosi orsacchiotti, per la notte di Natale, bensì di orribili orchi, che ogni giorno ci mangiano un pezzetto di anima.
Ma andiamo per ordine. Al catechismo, i cari vecchi padri Canossiani (erano vecchi già allora, ora saranno con te) ci insegnavano che la tua storia, in realtà, era iniziata qualche secolo prima della tua nascita, quando un tuo antenato, un certo Giacobbe, trovandosi in difficoltà nel paese dove abitava (peraltro già da forestiero) decise di migrare con i suoi dodici figli e non so quante nuore e nipoti, in un'altra nazione, per provvedere al sostentamento di tutto il suo clan. Potenza della famiglia! Cosa non farebbe un genitore per i figli?! Ma, come in tutte le storie che si rispettino, di lì a qualche anno, sorse un re cattivo che li maltrattò, li ridusse in schiavitù e uccise persino i loro primogeniti. Così intervenne Iddio che, mediante prodigi inauditi, liberò quella gente, colpendo duramente la nazione che non si era mostrata ospitale.
Volendo poi chiarire quanto faccia della solidarietà una questione personale e non sia disposto a scendere a compromessi in materia, ti fece nascere da una famiglia tanto povera, da poterti offrire soltanto una mangiatoia... e tanto indifesa, da dover fuggire, nella notte, per salvarti da un altro re, anch'egli cattivo e - guarda caso - ancora in direzione dell'Egitto. Così, anche tu sperimentasti i disagi e le umiliazioni non soltanto dei tuoi antenati, ma dei migranti di ogni tempo: è una storia che si ripete!
A quel punto, i buoni padri avevano già gettato le basi della catechesi di allora: la famiglia, la solidarietà (che chiamavamo "carità"), i poveri e il Dio dei poveri... piantando così definitivamente anche le "nostre" radici cristiane. Quelle e non altre. Affondate nella stessa storia - un po' infantile, forse, ma adatta a gente semplice... - che avevano raccontato, 30 anni prima, a mio padre e altri 30 prima a mio nonno. Profumo di tradizione.
Poi, non so che diavolo sia successo - o passato - ma oggi la storia che, ormai quotidianamente, raccontiamo ai bambini parla invece di migranti cattivi e perciò da rifiutare: criminalizzati per gli stessi motivi per cui allora erano i prediletti e i protetti da Dio. "Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio" (Lv 19,34). Forse che Dio ha cambiato parere? Perché, sai, sull'autenticità "cristiana" della nostra civiltà non si discute... e l'uomo che non mette in discussione se stesso, non può che mettere in discussione Dio!
Poi, a complicare le cose, sei arrivato tu. Con il tuo "politically Incorrerct".
Anzitutto contrapponendo i poveri ai ricchi... che sa tanto di lotta di classe. E pazienza se ti fossi limitato a proclamare "beati i poveri": il buon Matteo ci ha aggiunto un "di spirito" (Mt 5,3) e si è salvato in corner. Ma tu no, hai dovuto per forza aggiungerci quel: "Ma guai a voi, ricchi" (Lc 6,24). Hai presente quante pagine di teologia ci é costata questa battuta, dai tempi di Clemente Alessandrino, 17 secoli fa? E quante, di esegesi contemporanea, quella sulla cruna dell'ago, col cammello o quant'altro non riesce ad entrarci? (Lc 18,25). E sai, quanto sono costate, entrambe, a coloro che, un po' ovunque, ma soprattutto in America Latina, ti hanno preso sul serio? Inclusi quanti sono adesso impegnati a elaborare una "Teologia della Prosperità" in alternativa alla "Teologia della Liberazione"... Perché, sai, noi siamo cristiani.
Trattandosi d'un vizio di famiglia, hai pensato poi di portare a compimento l'opera di papà. Se, infatti, Dio si era limitato a minacciare Gerusalemme di renderla obbrobrio e scherno di tutta la terra (Ez 22,4), anche per come trattava gli stranieri... tu ne hai fatto una questione escatologica: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli... perché ero forestiero e non mi avete ospitato..." (Mt 25, 41), obbligandoci a elaborare infinite, quanto improbabili, motivazioni "per il loro bene"... Perché, sai, noi siamo cristiani.
E come ciliegina sulla torta hai pensato di metterci i bambini: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Mt 18,10). Almeno qui, nessuno li disprezza. Ma, toglimi una curiosità: anche i bambini Rom hanno degli angioletti su nel cielo? Sono sporchi anche loro e fastidiosi? E a loro cosa fate: prendete le impronte digitali o la misura dell'apertura alare? Sarebbe interessante saperlo... Perché, sai, noi siamo cristiani.
Hai invece decisamente esagerato quando hai preteso che non rispondessimo alla violenza con altra violenza: "ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra" (Mt 5,39). E che diamine, non saremo i più tonti! Anche in questo però ci siamo attrezzati: adesso, infatti, lo schiaffo lo diamo preventivo, così poi non ci sono problemi di guance... Perché, sai, noi siamo cristiani.
E a ben vedere, quello poco cristiano - o perlomeno poco cattolico - a volte, sei apparso tu. Perché, d'accordo la misericordia... ma come si può essere tanto accondiscendenti con una pluri-divorziata e convivente come la Samaritana? Non le hai nemmeno chiesto di regolarizzare la sua situazione! L'hai, anzi, introdotta in una dinamica di comunione con Dio, "in spirito e verità" incurante, dei riti, delle tradizioni, dei luoghi e delle regole! Altro che lo stupore silenzioso e un po' vigliacco degli apostoli: lo sai, vero, cosa ti direbbero oggi i tuoi legittimi rappresentanti? Perché, anche loro sono cristiani...
Il fondo però l'hai toccato con l'adultera. D'accordo, non potevi lasciarla lapidare: per questo l'avevano condotta. Inoltre, il cattivo esempio l'avevi avuto in famiglia: anche Giuseppe, quando ancora non sapeva la storia dell'angelo, credendo che tua madre l'avesse tradito, aveva pensato di violare la legge, disobbedire a Mosé e ingannare i sacerdoti per salvarle la vita. Il bello è che Matteo commenta: "perché era giusto"! Ma siamo sicuri che questo vangelo abbia l'imprimatur? Ad ogni modo la tua reazione fu inaudita: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv 8,7). Bell'esempio di relativismo morale! Se i giudizi dovessimo pronunciarli non in riferimento alla verità - unica e assoluta - ma alla condotta dei presenti, addio! Tutto diventa relativo... e il papa si arrabbia. Come dargli torto: è cristiano anche lui!
C'è un'ultima questione sulla quale vorrei un po' di luce. Sai, fino a questo punto ho ripetuto come una litania "perché noi siamo cristiani"... non tutti però, anche se l'abbiamo creduto per secoli. Sì, è vero, c'erano un po' di comunisti, ma in fondo aveva ragione Benedetto Croce: non potevamo non dirci cristiani. Ora invece tornano i turchi! Va beh, i mussulmani... Allora, come dobbiamo comportarci? Lanciamo di nuovo una bella crociata o dobbiamo "tollerarci"? Qualcuno sostiene persino che dovremmo diventare amici, perché crediamo nel medesimo Dio. Le Chiese ogni tanto ci provano, ma - a dire la verità - non sembrano troppo convinte. Tu, come sempre, ci spiazzi. Perché leggendo con attenzione i vangeli, scopriamo che incontrando persone di altre fedi, mai hai chiesto loro di convertirsi. Di più: in qualche caso li hai persino additati quali esempi da imitare! Allora?! In parrocchia abbiamo recentemente organizzato un incontro con l'Imam della Moschea vicina, un caro amico, il quale ci ha poi invitato a organizzare una festa assieme. La cosa - inutile negarlo - "ci prende", ma com'è che ci si sente "fuori" proprio e soprattutto quando si mette più a frutto il tuo insegnamento?!
Ho finito. Ormai ne ho dette tante, ma dopo 40 anni non potevo cavarmela con un semplice telegramma! Un'ultima domanda però mi sorge spontanea, dal profondo, ripensando a quanto sta succedendo e al nostro modo di intendere e vivere la fede: "Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?" (Lc 4,34). E' una domanda imperiosa, che tanto più si fa nitida e cosciente, tanto più m'impietrisce dalla paura, perché so bene chi un giorno te l'ha già rivolta. Era Legione. Non uno quindi, ma un'intera Legione di demoni. Non posso però farne a meno. La prossima volta, allora, anziché un orsacchiotto, portaci un cuore grande, come quello proverbiale della tradizione milanese, che spesso il nostro arcivescovo ci ricorda, e un po' di aria fresca.

Alberto Vitali

(articolo apparso su Come albero - luglio-agosto 2008)

15 maggio 2009

"CARA TE"














Ciao Paolo, ti spedisco questa riflessione appena fatta….


Cara te,
mi fermo nella serenità. Mi fermo un attimo e guardo la vita non con lucida razionalità, ma con fiducia e ragionevolezza. Mi chiedo cosa sto cercando, cosa voglio. Cosa mi sta turbando così immensamente.
Prendo tra le mani i miei piccoli desideri, mi rendo conto della loro semplicità. Cerco una sorta di condivisione con qualcuno, cerco apertura, cerco la possibilità di voler bene e di lasciare aperte le porte della mia intimità. Cerco anche una condivisione semplice e concreta, fatta di uno star bene assieme nelle lunghe ore pomeridiane, uno star bene nell’ascoltare una canzone. Lo star bene senza la fretta e la voracità di essere presente e essere già da un’altra parte nello stesso istante. Una pienezza del momento che a volte vivo già con me stessa e che oggi ha voglia di essere condivisa.
Vorrei questo, ma forse non sono capace di cercarlo nel modo giusto. Smetto di proiettare all’esterno la mancanza di reciprocità. Se le cose non vanno bene è perché io, nel profondo, non credo in quel bene. Non credendoci, mi affretto a ingurgitare ogni cosa che mi sembra possa in qualche modo riempire il mio vuoto, il mio male, che evidentemente vivo perché ci credo. Vivo nella preoccupazione di stare bene e in questo modo stupidamente mi lego il male ai miei piedi e non me ne libero più. Guardo attorno con occhi furtivi, prendo prima che mi sia concesso, esigo e necessito al posto di ricevere e apprezzare. Scrivo poesie svuotando la rabbia e la delusione per ciò che non possiedo e non mi faccio strumento di lode. Aspetto assetata di ricevere molteplici risposte e conferme al mio grido univoco. E confondo il grido con il sentire di voler bene e il desiderio che questo bene raggiunga l’altro. Così facendo, credo di trovare l’amore affidandomi al male, nella sfiducia. E per questo mi sento sempre e comunque in mille luoghi diversi contemporaneamente, mi sento sempre e comunque insoddisfatta e frustrata.
Oggi mi ascolto e sento chiaro il desiderio di un bene pulito e nobilitante. Un amore così non può cadere nella bassezza di un burrone infernale.
E nello scrivere questo mi rendo conto che non ho paura dell’amore, ma ho paura della volgarità del male. E nel desiderio più bello e profondo di vivere un amore etico, per prima, mi faccio rapire dalla fame della possessione, dall’avidità che mi risucchia in un vortice che rapisce la mia mente e con lei la capacità di agire rispettosamente nei confronti della vita. Guardo in faccia questa tentazione di bassezza: è il volgare istinto di volere tutto per sé, di rubare all’altro la possibilità di esistere con te, ma fuori di te.
Non è la passione della sensualità che uccide, non è l’attrazione corporea e la sua bella unione nella sessualità. Non è certo questo che sporca l’amore. Solo l’avidità uccide, prima di tutto te stesso.
Percepisco questo e lo fuggo. Ma voglio credere nella possibilità di vivere l’amore, voglio credere nel meraviglioso equilibrio che gli uomini riescono a costruire credendo nel bene. Dunque, questo crederci è essenziale: solo se ho fiducia nel bene, nella capacità dell’umanità di vivere eticamente, posso non soffrire nel vortice dell’avidità, non sentirmi derubata in ogni istante della mia vita.
Nella costruzione di un amore. Nella piena fiducia del bene. Voglio vivere in questo.

Una donna

08 maggio 2009

PORTARE FRUTTO
















Quando la traduzione fa teologia..

Gesù dice:”ogni tralcio che in me non porta frutto”, cioè ogni appartenente alla comunità
cristiana riceve la linfa vitale, ma la consuma tutta per sé,la privatizza, non la trasforma in linfa per gli altri:” il Padre lo toglie”(testo greco: airei Vulgata: tollet)…è messo fuori causa perché sterile, infruttuoso.
Invece,il tralcio (il cristiano) inserito nella comunità che valorizza questa linfa vitale per sé e la trasmette e condivide con gli altri , il Padre(il vignaiolo) lo pota per farlo fruttare di più…Qui ci siamo intoppati. Abbiamo dedotto che se il tralcio buono viene potato,vuol dire viene reciso e tagliato via dal tronco della vite,cioè subisce la stessa sorte del tralcio infruttuoso. Allora abbiamo ”sgarucciato” in diversi testi, compreso il vocabolario greco del N.T. Ed. EDB,pag,177), Panimolle, EDB, III vol. pag,263 ecc..
E siamo venuti a capo di una spiegazione che ci ha soddisfatto…Chi è in comunione con il Padre e fa comunione con i fratelli non viene potato (airei in greco),ma purificato, mondato, risanato (katà-irei -Vulgata:purgabit).
Gli evangelisti sono dei grandi esperti della lingua che adoperano. I traduttori sono vittime del loro contesto storico…Qui l’evangelista non sta parlando di potatura, altrimenti il Signore come potrebbe potare, recidere una persona che porta frutto e che Lui ama? Per metterlo alla prova e per vedere se continua ad amarlo? Ma come potrebbe far del male a una persona che lo ama? Il Signore non pota,non taglia, non recide il tralcio dal tronco, ma la sua azione è quella di purificarci (katarizo: mondo, risano, purifico) dalle negatività e insufficienze… Ci tranquillizza il testo della “Bibbia Interconfessionale:” i tralci che danno frutto,li libera da tutto ciò che impedisce frutti più abbondanti”(Bibbia interconfessionale, Ed, Elle.Di.Ci.).
A noi Gruppo la prosa dell’evangelista ci ha infuso una grande tranquillità. Ci ha fatto chiaro.
Noi l’abbiamo tradotta in questo modo:“Tu occupati-dice il Signore- di ottimizzare questa linfa vitale del Padre e di trasmetterla agli altri. E’ Lui che si incaricherà di liberarti dalle tue incrostazioni negative.
Tu impegnati a vivere la tua vita con il Padre portando la sua immagine in mezzo ai fratelli mescolandoti ad essi, caricandoti dei loro pesi, delle loro ferite, delle loro solitudine…
Tu non devi pensare a te stesso, ai tuoi difetti, ai tuoi limiti. Quello che c’è in te di negativo, il Padre lo eliminerà mediante la Parola rivelata da Gesù e vissuta in comunione con i fratelli… perché in questa vigna qualsiasi passante ha diritto di esigere i frutti…
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Il Gruppo del Vangelo di Jesi

01 maggio 2009

"Hanno occhi ma non vedono, hanno orecchi ma non sentono..."








Un violinista nella metro

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.
Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.
Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia.
Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare.
Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e ricominciò a camminare.
Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a
camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse.
Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento.
Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo.
Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari.
Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamola bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?".

Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?"



http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/persone/bell-metro/bell-metro/bell-metro.html