Posto questo articolo consapevole della
bellissima provocazione; mi “salva” il fatto che è stato scritto
da un vescovo.
Disobbedire
di Jacques Noyer (vescovo emerito di
Amiens) del 9 settembre 2012
«Signor parroco, vorremmo vederla.
Stiamo per sposarci, ma io sono divorziato...» Mi è stato riferito
recentemente che un prete sentendo queste parole ha richiuso la porta
della casa parrocchiale affermando: «Sono desolato ma non posso far
nulla per voi!». Ecco un funzionario come si deve! È questa
l'obbedienza?
Senza dubbio molti altri avrebbero
fatto entrare la coppia e l'avrebbero ascoltata. Alcuni, con molto
garbo, avrebbero concluso con le stesse parole: non posso far nulla
per voi. Altri avrebbero cercato di rispondere entrando maggiormente
nel merito della richiesta di queste persone abitate dal desiderio di
situare il loro amore e il loro progetto di vita sotto lo sguardo del
loro Dio o almeno sotto lo sguardo della loro famiglia e dei loro
amici cristiani. Molti pastori riterranno loro compito vedere queste
persone con lo sguardo di Cristo.
Non possono immaginare che colui che si
è fermato a parlare con la Samaritana rifiuti di prestare attenzione
alla loro richiesta. In quel dialogo, il pastore si impegna con le
proprie convinzioni, ma con la preoccupazione di accogliere la sete
profonda dei suoi interlocutori. Non ci sono risposte prefabbricate.
Con maggiore o minore audacia, proporrà il cammino che ritiene il
migliore per il caso singolare che ha davanti.
Potrà ritenere che l'applicazione pura
e semplice delle norme ferirà l'attesa confusa che si trova di
fronte. Sa che al di là di Gerusalemme e del Garizim, c'è un Dio
d'amore che si adora in spirito e verità. Non ci si può rifiutare
di superare la linea gialla quando si tratta di evitare di
schiacciare qualcuno. La trasgressione in questo caso non è
disobbedienza. È responsabilità.
La situazione ecclesiale che si è
creata attorno all' «appello alla disobbedienza» dei preti
austriaci diventa non controllabile. Questa provocazione è molto
rischiosa. Vogliamo una reazione intollerante capace di generare
drammatiche lacerazioni nella nostra Chiesa? L'inerzia del Vaticano,
diffusa da una gerarchia impaurita, avrà, una volta di più, ragione
di un modo di sentire di alcuni lasciandolo marcire senza risposte? A
mio avviso sarebbe stato meglio un «appello alla obbedienza»
all'audacia del vangelo.
La Chiesa non può addormentarsi nelle
sue certezze e nelle sue abitudini. Non ha il diritto di sacralizzare
un momento della storia per rifiutare di amare il presente. I preti
non hanno il diritto di far tacere gli appelli del loro animo di
pastori per un'obbedienza formale alla legge. I vescovi non possono
giustificare la loro inerzia per la paura di una reazione della
Curia.
Il Papa ha sufficientemente ricordato
la grandezza del Concilio, perché nessuno si dimentichi delle
proprie responsabilità nella missione del popolo di Dio. Abbiamo
troppo sofferto per un'obbedienza intesa come una semplice rinuncia
all'iniziativa e all'inventiva. Credo che l'obbedienza al Padre di
Gesù Cristo è contraria ad una sottomissione cieca al diritto
canonico.
Desidererei ascoltare a tutti i livelli
della Chiesa il fremito dello Spirito Santo che fa nuove tutte le
cose. Mi piacerebbe che ordinare un prete non fosse rinchiuderlo nel
ruolo di esecutore di ordini, ma dargli fiducia. Mi piacerebbe che
affidare una diocesi ad un vescovo consistesse nel chiedergli pareri
e proposte e non invece nell'esigere un giuramento di fedeltà. Mi
piacerebbe poter fare ascoltare fino ai vertici le invocazioni di
questo popolo che cerca acqua fresca e rifiuta l'acqua
stagnante delle cisterne vaticane.
La Volontà del Padre che manda il suo
Figlio e ci invita all'avventura del Regno non è un regolamento ma
una creazione, un concepimento, una risurrezione. Che la Tua volontà
sia fatta, diciamo! Ma non è un abbandono. Come un'eco, ascoltiamo
il Padre ridirci che non ha bisogno di schiavi sottomessi, ma di
figli liberi alla cui iniziativa affida la responsabilità del suo
progetto d'amore.

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