17 settembre 2012

CHI SONO IO...? CHI SEI TU....?

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Ed ecco gli scribi. In ultima analisi, sono loro gli avversari peggiori di Gesù, perché dalle Sacre Scritture, che sono destinate ad essere portate nel cuore anziché sulla bocca, non fanno altro che dedurre un infinito arzigogolio di interpretazioni, di parole masticate e morte, solo per giustificare la loro esistenza di seconda mano, soffocata fra leggi, formule, tradizioni e concetti che non hanno proprio niente a che vedere con la vita.
Per Gesù, Dio poteva parlare nel balbettio di un malato, poteva rilucere negli occhi di un cieco, poteva diventare visibile nella bellezza del sole o nello sbocciare di un fiore, a lui tutto il mondo parlava di Dio come di un padre, padre suo e di noi tutti. Ma non gli andava giù che si potesse rinserrare Dio in quella rigidità di morte provocata dall’inaridimento spirituale e mentale e vi lottava contro appassionatamente. Ma chiunque lotta contro la morte, è un nemico mortale di tutti i morti viventi e al servizio com’è dei vivi, rischia sempre la vita (Mc 10,45)
Questa fine Gesù deve averla vista già molto presto. Che cosa fa una persona che sa che la sua verità porta alla morte? Di solito la ritratta normalmente si modera e troverà buoni motivi per farlo - sono sempre i soliti discorsi giusti e meschini allo stesso tempo: a fare i martiri non ci si guadagna niente. Bisogna risparmiarsi con tutte le forze per il momento giusto; e, soprattutto, bisogna essere giudiziosi; non bisogna aspettarsi tutto in una volta; occorre vivere anche in sintonia col respiro del proprio tempo; non è possibile educare tutta l’umanità nel giro di una generazione. E poi: ma cos’e mai l’uomo? Dio è eterno, è in lui che bisogna avere fiducia; sarà lui a portare al sicuro la sua verità nell’andar del tempo.
Sono considerazioni molto ragionevoli, quelle che si sentono sempre. E infine, per concludere: abbiamo anche una responsabilità nei confronti delle persone che ci stanno vicine; per un amore troppo imprudente per la verità possiamo anche mettere in pericolo noi stessi, ma i propri amici e parenti non è lecito esporli al rischio di una persecuzione.
In ogni situazione, in cui e necessaria una seria professione di fede, questi pensieri di fuga ronzano nel cervello come dei carcerati che cercano una via d’uscita nelle mura della loro prigione; ma tutte queste riflessioni non servono che a quietare l’angoscia, a razionalizzare la debolezza del cuore, per giustificare la ritirata e la rassegnazione e già per questo sono inaccettabili per una persona intellettualmente onesta. Non si può, dice Gesù - conservare la propria Vita in un modo così pigro. E' vero che in questo modo si sopravviverà fisicamente, ma chi vorrà chiamare vita la sopravvivenza? Chi cerca di tirarsi fuori dalla mischia con questi metodi solo per prolungare in pace la sua esistenza terrena, non farà che dissipare quella che è la sua vita vera. Alla fine non saprà neppure più chi è. Un proverbio russo dice: con la menzogna puoi girare tutto il mondo, ma non arrivi mai a casa. Proprio così. Chi si piega all’angoscia e si mostra all’esterno diverso da quello che è nell’intimo, si allontanerà sempre di più da se stesso.
E allora non c’è altra scelta. Bisogna vivere ciò che Dio ha riposto nel nostro cuore; bisogna prendere le parti di ciò che è vivo; bisogna trovare il coraggio della verità e dell’amore, scoprendo la forza del nostro cuore. E' un insegnamento che, per quanto frammentariamente, si può avvertire su molti piani e che, in sostanza, è facile da capire. Ogni volta che delle persone fanno qualcosa che corrisponde in tutto al loro essere e che proprio per questo le porta ad urtarsi e a rompere col loro ambiente, capiremo un po’ di più questo andare di Gesù a Gerusalemme. Ci sono dei figli che devono separarsi dai propri genitori per amore della loro verità, ed è possibile che questo non avvenga senza rimproveri, senza sensi di colpa, senza incomprensioni. Eppure deve essere così. Può essere che una donna debba confessarsi che il suo matrimonio è fallito e debba compiere probabilmente un passo che richiede un sacrificio terribile a lei e a tutti quelli che la circondano. Può essere che un giovane uomo debba riconoscere la propria natura e che ciò lo metta in conflitto con le norme sociali e morali della società borghese; eppure dovrà accogliere la sua vita, senza nasconderla.
Ognuno di noi può fare la prova nella sua vita. Ogni volta che cerca di presentarsi con naturalezza, rischierà per lo meno di essere frainteso, di entrare in conflitto e probabilmente di essere trattato come un nemico. Macché ‘probabilmente’! E' certissimo che dovrà non solo rischiare tutto questo, ma che lo vivrà sulla propria pelle. E vero che c’è l’ arte della diplomazia, questo modo anguillesco di serpeggiare scivolando con prontezza fra tutte le resistenze, ma quest’arte non fa per una persona che si è formata interiormente un po’ di carattere. Scoliosi della colonna vertebrale e dirittura di cuore non stanno insieme. Ne stanno insieme l’ assecondare tutti i venti, proprio di un pensiero e di un atteggiamento da banderuola, e il guardare diritto caratteristico di una ferma determinazione. Ma e questo che vuole Gesù.
E ora troviamo la cosa più dolorosa della vita, perché proprio nella sfera dell’amore umano c’è ancora da imparare: a che scopo dobbiamo accompagnarci nell’amore, a che scopo farci reciprocamente coraggio?
Questa è la domanda che si pongono, ad esempio, i genitori nei con-fronti dei figli. Dobbiamo insegnare ai figli a procedere a zig-zag nella vita sul sentiero tortuoso dell’adattamento, o dobbiamo educarli ad avere un proprio carattere, un carattere che all’occorrenza sia pronto a resistere alle contraddizioni e, se necessario, ad assumersi le responsabilità della propria verità fino all’estremo? Un amore piccino risponderà a questa domanda come risponde Pietro alla predizione della passione di Gesù: “Che Dio ci scampi che tu soffra”. E: “Non accadrà”. Un amore grande, al di là della felicità esteriore, si rivolgerà alla verità della persona, alla sua natura genuina, alla sua eterna dignità e cercherà di favorirle. E' una situazione tragica che si ripropone in continuazione nella vita umana.
Quando ci amiamo, ci auguriamo l’un 1’altro di cuore felicità, gioia, realizzazione piena di sé, e auspichiamo che tutto ciò si realizzi concretamente, qui ed ora, nella vita terrena. E dunque cosa ci sarebbe di più naturale del fatto che Pietro critichi aspramente Gesù, quando quest’ultimo parla della necessità della sofferenza, del rifiuto che gli opporranno gli scribi, i sommi sacerdoti e le autorità dello stato? E' una cosa incredibilmente dura, ma evidentemente inevitabile che Gesù rimproveri il primo dei suoi discepoli come se a parlargli fosse stato il diavolo, oppure, in fondo, bisogna essere d’accordo con Gesù, pur soffrendo di questo contrasto. L’amore non può consistere nel fare di tutto, in modo soffocante, per risparmiare all’altro di rischiare la sua vita. L’amore deve essere contento che l’altro viva la felicità della propria realizzazione, compresi i rischi che questo comporta. Al di sotto di questo livello non c’è reale incontro umano, e questa fiducia nell’altro deve assolutamente comportare la certezza che l’altro è sempre in grado di trovare e di vivere la sua verità, e che Dio lo protegge dappertutto. Accompagnare una vita di questo genere è espressione di vero amore. Che è il contrario della preoccupazione asfissiante e di quell’affetto ansioso che cerca di limitare l’altro per proteggerlo anche da ciò che fa parte di lui.
Platone narra che gli amici di Socrate lo compiangevano quando era in prigione ad Atene, perché, dicendo direttamente la sua verità, era stato condannato a morte anche lui dai sacerdoti, dagli scribi e dalle autorità dello stato. Gli amici avevano già organizzato un preciso piano di fuga, e piangevano al pensiero che Socrate fosse giustiziato ingiustamente. Ma il saggio deve aver detto ridendo ai suoi discepoli: “Ma bravi! Preferireste forse che io fossi giustiziato giustamente?”. Per i primi cristiani questo aneddoto aveva il valore di un esercizio fondamentale nella comprensione di Gesù.
Tutti coloro che oggi in Germania o in Austria hanno superato la cinquantina si ricorderanno per esperienza diretta che cosa può significare dover prendere una decisione. A quel tempo una sola parola di umanità poteva essere punita con la prigione, la morte, la deportazione, il campo di concentramento e la tortura. Se uno osava chiamare con il loro nome l'ingiustizia e il terrore, i suoi familiari rischiavano di essere presi in ostaggio, e ci furono allora milioni di donne che misero in guardia, piene di paura, i loro uomini, e milioni di uomini che, con pretesti e bugie e andando dietro alla massa, cercarono di proteggere le loro donne - presumibilmente innanzitutto per il bene dei figli. Ma è proprio la generazione successiva che ha il diritto di essere orgogliosa dei propri genitori, e anche se cresce in anni in cui domina la paura, verrà il giorno in cui imparerà che ogni specie di paura merita di essere affrontata in quanto genera umanità; al contrario, ogni gesto che tende ad evitare la paura, non produce che umiliazione, vergogna, avvilimento ed una catena interminabile di infamia e di afflizione.
Oggi non viviamo nel Terzo Reich, ma la paura è rimasta e comincia alla porta di casa e non finisce che agli estremi confini del mondo. Abbiamo paura di tutto, dei coinquilini, dei vicini, dei parenti, dei colleghi, di chiunque guardiamo negli occhi. Ma più importante della nostra paura è poter guardare noi stessi in faccia. Da qui non vi è ritorno. Alla fine di tutto c’è una cosa sola che dovremmo temere, cioè di non vivere proprio più solo per angoscia; infatti una simile autocondanna alla non-vita sarebbe un continuo morire, una morte giorno per giorno.
Amarsi gli uni gli altri nella verità può essere indicibilmente difficile, e così può riproporsi in continuazione la domanda: vale la pena tutta questa tenacia? Merita rischiare tanto per questa manciata di anni che passiamo sulla terra? "Il Vangelo di Marco. Immagini di redenzione" Drewermann Eugen Queriniana Edizioni

3 commenti:

  1. Anonimo13:08

    "Bisogna vivere ciò che Dio ha riposto nel nostro cuore; bisogna prendere le parti di ciò che è vivo; bisogna trovare il coraggio della verità e dell’amore, scoprendo la forza del nostro cuore."

    Meravigliosa riflessione! ... ma che faticaccia .... Ogni tanto vien proprio da chiedersi "Vale la pena?"...

    (P.S. Qualcuno mi ricorda chi è l'autore?)

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  2. Anonimo19:27

    Pardon Dimenticanza.

    "Il Vangelo di Marco. Immagini di redenzione"

    Drewermann Eugen

    Queriniana Edizioni

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  3. Dio è dentro il nostro cuore.
    la mente e la parola devono essere gestite dal cuore.
    l'amore che si trova dentro di noi deve uscire dalla bocca e con le opere attraverso la nostra mente.

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