LA
MIA CARNE E’ VERO CIBO E IL MIO SANGUE VERA BEVANDA
Allora i Giudei si
misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la
sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità
io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non
bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia
carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò
nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio
sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia
carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre,
che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche
colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane
disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e
morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Le parole che adesso
leggeremo e commenteremo, quelle di Gesù nel vangelo di Giovanni,
sono talmente gravi che, al termine di queste, gran parte dei suoi
discepoli lo abbandonerà e non tornerà più con lui. Vediamo allora
che cos’è di grave, di importante, che Gesù ha detto.
Nel capitolo 6 del
vangelo di Giovanni troviamo un lungo e intenso insegnamento
sull’Eucaristia. Giovanni è l'unico evangelista che non riporta la
narrazione della cena, ma è quello che, più degli altri, riflette
sul profondo significato della stessa.
Quindi il capitolo 6 è
un insegnamento, una catechesi alla comunità cristiana,
sull’Eucaristia. Leggiamo il capitolo 6, dal versetto 51. “«Io
sono»”, e Gesù rivendica la condizione divina, “«il pane vivo
disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno»”.
Gesù garantisce che
l’adesione a lui è ciò che permette all’uomo di avere una vita
di una qualità tale che è indistruttibile. Questa è la vita
eterna. Gesù, il figlio di Dio, si fa pane perché quanti lo
accolgono e sono capaci di farsi pane per gli altri, diventino
anch’essi figli di Dio. “«E il pane che io darò è la mia
carne»” - Gesù adopera proprio il termine carne, che indica
l’uomo nella sua debolezza, “«per la vita del mondo»”. Quello
che Gesù sta dicendo è molto importante: la vita di Dio non si da
al di fuori della realtà umana. Non ci può essere comunicazione
dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Quindi il
dono di Dio passa attraverso la carne, dice Gesù. L’aspetto
terreno, debole, della sua vita. Qui l’evangelista presenta una
contrapposizione tra gli uomini della religione che si innalzano per
incontrare Dio - un Dio che la religione ha reso lontano,
inavvicinabile, inaccessibile – e, invece, un Dio che scende per
incontrare l’uomo.
“Allora i Giudei”,
con questo termine nel vangelo di Giovanni si indicano le autorità,
“«si misero a discutere aspramente tra loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?»” Un Dio che, anziché pretendere
lui i doni dagli uomini, si dona all’uomo fino ad arrivare a
fondersi con lui, si fa alimento per lui. Questo è inaccettabile per
le autorità religiose che basano tutto il loro potere sulla
separazione tra Dio e gli uomini.
Un Dio che vuole essere
accolto dagli uomini e fondersi con loro, questo per loro non solo è
intollerabile, ma è pericoloso. Ebbene Gesù risponde loro: “«In
verità, in verità io vi dico»”, quindi la doppia affermazione
“in verità, in verità io vi dico” è quella che precede le
dichiarazioni solenni, importanti di Gesù, “«Se non mangiate la
carne del figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avete in
voi la vita»”.
Gesù si rifà
all’immagine dell’agnello, l’agnello pasquale. La notte
del’Esodo Mosè aveva comandato agli ebrei di mangiare la carne
dell’agnello perché avrebbe dato loro la forza di iniziare questo
viaggio verso la liberazione e di aspergere il sangue sugli stipiti
delle porte perché li avrebbe separati dall’azione dell’angelo
della morte.
Ebbene Gesù si presenta
come carne, alimento che da la capacità di intraprendere il viaggio
verso la piena libertà, e il cui sangue non libera dalla morte
terrena, ma libera dalla morte definitiva. Poi Gesù, tante volte non
fosse stato chiara la sua affermazione, dice: “Chi mastica la mia
carne”. Il verbo masticare i greco è molto rude, primitivo, in
greco è trogon. Già il suono dà l’idea di qualcosa di primitivo,
e significa “masticare, spezzettare”.
Quindi Gesù vuole
evitare che l’adesione a lui sia un’adesione ideale, ma
dev’essere concreta. Infatti dice: “«Chi mastica la mia carne e
beve il mio sangue ha la vita eterna»”. La vita eterna per Gesù
non è un premio futuro per la buona condotta tenuta nel presente, ma
una possibilità di una qualità di vita nel presente. Gesù non dice
“avrà la vita eterna”. La vita eterna c’è già. Chi, come
lui, fa della propria vita un dono d’amore per gli altri, ha una
vita di una qualità tale che è indistruttibile.
“«E io lo risusciterò
nell’ultimo giorno»”. L’ultimo giorno non è la fine dei
tempi. L’ultimo giorno, nel vangelo di Giovanni, è il giorno della
morte in cui Gesù, morendo, comunica il suo Spirito, cioè elemento
di vita che concede, a chi lo accoglie, una vita indistruttibile.
E Gesù conferma che la
sua “«carne è vero cibo e il suo sangue è la vera bevanda»”.
Con Gesù non ci sono regole esterne che l’uomo deve osservare, ma
l’assimilazione di una vita nuova. E la sua carne è vero cibo,
quello che alimenta la vita dell’uomo, e il suo sangue vera
bevanda, cioè elementi che entrano nell’uomo e si fondono con lui.
Non più un codice esterno da osservare, ma una vita da assimilare.
Gesù ci presenta un Dio
che non assorbe gli uomini, ma li potenzia. Un Dio che non prende
l’energia degli uomini, ma comunica loro la sua. E Gesù continua
ad insistere: “«Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui»”. Ecco la piena fusione di Gesù con gli
uomini e degli uomini con Gesù. Quello di Gesù è un Dio che chiede
di essere accolto per fondersi con gli uomini e dilatarne la capacità
d’amore. “«Come il Padre, che ha la vita»”, ed è l’unica
volta che Dio viene definito come il Padre che è vivente, “«ha
mandato me»”, il Padre ha mandato il figlio per manifestare il suo
amore senza limiti, “«e io vivo per il Padre, così anche colui
che mastica …»”, di nuovo Gesù insiste con questo verbo che
indica non un’adesione teorica, ma reale e concreta, “«… me,
vivrà per me»”.
Alla vita ricevuta da Dio
corrisponde una vita comunicata ai fratelli. Questo è il significato
dell’Eucaristia. E, come il Padre ha mandato il figlio ad essere
manifestazione visibile di un amore senza limiti, così quanti
accolgono Gesù sono chiamati a manifestare un amore incondizionato.
E conclude Gesù:
“«Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che
mangiarono i padri e morirono»”. Gesù mette il dito nella piaga
del fallimento dell’Esodo. Tutti quelli che sono usciti dall’Egitto
sono morti. I loro figli sono entrati. E Gesù contrappone il suo
esodo che è destinato invece a realizzarsi pienamente.
E di nuovo Gesù insiste:
“«Chi mastica»”, quindi adesione piena e totale, non simbolica,
“«questo pane vivrà per sempre»”. Chi orienta la propria
vita, con Gesù e come Gesù, a favore degli altri, ha già una vita
che la morte non potrà interrompere.
Commento al
Vangelo di p. Alberto Maggi OSM
Gv 6,51-58

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