COME
IL PADRE HA MANDATO ME
ANCH’IO MANDO VOI
ANCH’IO MANDO VOI
La sera di quel giorno,
il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove
si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette
in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le
mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù
disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche
io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo
Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno
perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Il mandato di cattura era
stato non solo per Gesù, ma emesso per tutto il gruppo. Fu Gesù,
che in una posizione di forza disse alle guardie: “Se cercate me
lasciate che questi se ne vadano”. Gesù è stato il pastore che ha
dato la vita per le sue pecore. Ma ora il pastore va in cerca delle
sue pecore, quelle che si sono smarrite a causa del suo arresto e
soprattutto della sua morte infamante.
E Gesù ne va in cerca,
per recuperarle. Nonostante sia già stato dato l’annunzio della
risurrezione di Gesù, i discepoli stanno nascosti per paura delle
autorità. Non basta sapere che Gesù è risuscitato, bisogna farne
esperienza. E’ quello che ci dice l’evangelista Giovanni. Quindi,
“la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano
chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore
dei Giudei …”. I Giudei non sono il popolo, ma in questo vangelo
rappresentano i capi, le autorità religiose. “Venne Gesù, stette
in mezzo”, ecco il posto di Gesù nella comunità è al centro.
Lui è il punto di
riferimento. E’ lui il fattore di unità di tutto il gruppo. Quelle
che seguono sono le prime parole che Gesù pronunzia, una volta
risuscitato, nella pienezza della condizione divina, ed è un augurio
di piena felicità. Il termine “pace”, dall’ebraico Shalom,
indica molto più della nostra pace, ma indica tutto quello che
concorre alla piena felicità degli uomini.
Ma Gesù non si limita ad
un annuncio verbale, a un semplice augurio, dimostra perché devono
essere pienamente felici. “Detto questo, infatti, mostrò loro le
mani e il fianco”. Sono i segni indelebili del suo amore. L’amore
che lo ha spinto a dare la vita per i suoi non è stato la risposta
in un’occasione drammatica, ma il normale atteggiamento di Gesù
all’interno della comunità.
Gesù non interviene nei
momenti di emergenza e risponde col suo amore ai bisogni della
comunità. Ma Gesù in mezzo alla comunità protegge, difende, aiuta
e aumenta la capacità d’amore dei suoi discepoli che accolgono il
suo amore.
E infatti i discepoli
gioirono. Se infatti prima erano nel timore, adesso sono nella gioia
“nel vedere il Signore. E Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi».
Mentre la prima pace era stata motivata dal fatto che l’amore, dice
Gesù, che mi ha spinto a dare la vita per voi continua, la seconda
pace è motivata dal fatto di essere chiamati a prolungare la stessa
azione di Gesù.
La pace e la felicità
dell’uomo vengono da quest’amore ricevuto da Dio, e Gesù ha
mostrato le mani e il fianco, ma viene anche dall’amore che va
comunicato, e per questo Gesù, alla seconda pace, al secondo invito
alla felicità, dice: “«Come il Padre ha mandato me»”, e il
Padre ha mandato Gesù ad essere manifestazione visibile del suo
amore, un amore incondizionato dal quale nessuna persona, qualunque
sia il suo comportamento, la sua condotta, si possa sentire esclusa.
Ebbene, “«Come il
Padre ha mandato me, anch’io mando voi»”, ecco la sorgente della
felicità. I discepoli, ogni credente, è chiamato a prolungare la
missione di Gesù a manifestare visibilmente l’amore del Padre.
Questa è la fonte della gioia, della felicità piena. Quindi c’è
un amore che viene comunicato, un amore che viene ricevuto da Dio, un
amore che va comunicato agli altri.
“Detto questo, soffiò”.
L’evangelista ripete le stesse azioni di Dio sul primo uomo, quando
si legge nel Libro del Genesi, capitolo 2, versetto 7, “Allora il
Signore Dio plasmò l’uomo con polvere dal suolo, soffiò nelle sue
narici, un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente”.
Ugualmente Gesù. Gesù
completa la creazione, comunica all’uomo lo Spirito, cioè la
stessa capacità d’amore che il Padre ha comunicato a Gesù e che
ora Gesù comunica, ma non a tutti, a quanti accolgono il suo invito
a prolungare con il loro amore l’amore che hanno ricevuto, quelli
che vanno come il Padre ha mandato Gesù. “«A coloro ai quali …»”,
e qui non usa il verbo “perdonare”, ma “liberare dai peccati”.
Per “peccato” l’evangelista non adopera quello che significa
“colpa, sbaglio, mancanza”, ma una direzione sbagliata di vita.
Cosa vuol dire l’evangelista? Qui Gesù non sta dando un potere ad
alcuni, ma una responsabilità a tutta la comunità. La comunità
deve essere questa luce dalla quale si effonde l’amore di Dio.
Quanti, vivendo nell’ingiustizia, si sentono attratti da questa
luce e vi entrano a far parte, hanno il passato (quello ingiusto)
completamente cancellato. Invece coloro ai quali … e anche qui non
c’è il verbo perdonare, ma “mantenere, trattenere, imputare”,
“«Resteranno imputati»”. Cosa vuol dire l’evangelista? Quanti
fanno il male non amano la luce, ma vedendo brillare la luce, si
ritraggono ancora di più nel cono d’ombra delle tenebre. Quindi
non è un potere della comunità, ma una responsabilità: far
brillare l’amore di Dio. Quanti se ne sentono attratti, hanno il
passato completamente perdonato, quanti invece vedono in questo amore
una minaccia ai loro interessi, alle loro convenienze, se ne
ritraggono e sotto la cappa delle tenebre, sotto la cappa della
morte.
Commento
al Vangelo di
Alberto
Maggi OSM
Gv
20,19-23

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