Il Testo: GIOVANNI 15,
1-8
[1]Io
sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
[2]Ogni
tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che
porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
[3]Voi
siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.
[4]Rimanete
in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso
se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
[5]Io
sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto
frutto, perché senza di me non potete far nulla.
[6]Chi
non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi
lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
[7]Se
rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che
volete e vi sarà dato.
[8]In
questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e
diventiate miei discepoli.
Commento
La
"Vite e i tralci", più che una parabola o un'allegoria,
anche se non ne mancano degli aspetti, potrebbe definirsi, con un
termine ebraico, come un "mashal", cioè una sorta di
riflessione sapienziale che parte dall'esperienza di vita. Questo si
trova nel "Libro della Gloria" e fa parte dei grandi
discorsi di addio che Gesù lascia ai suoi discepoli quale suo
testamento spirituale.
Esso
è finalizzato ad illustrare ai credenti chi è Gesù, il tipo di
rapporto che intercorre tra Gesù e i suoi discepoli e le conseguenze
di tale rapporto. E', quindi, un qualcosa che ci riguarda da molto
vicino.
Io
sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo: questa semplice
espressione è densissima di significati, che vedremo di spiegare per
gradi.
L'accento,
qui, è posto sul rapporto vite-vignaiolo. Nell'Antico Testamento
l'immagine della vite era riferita al popolo di Israele (Is 5,1-7),
mentre Dio era visto come il vignaiolo che si prendeva cura della
vite. Una vite, però, che non dava i frutti sperati e deludeva
grandemente il vignaiolo: "Egli aspettò che producesse uva, ma
essa fece uva selvatica" (Is 5,2). Il rapporto tra vite e
vignaiolo esprimeva il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo,
all'interno del quale il popolo doveva dare i suoi frutti, cioè
conformare la propria vita alle esigenze di Dio. Ma fu un'alleanza
spesso segnata dall'infedeltà da parte di Israele al punto tale che
Dio, sconsolato e deluso, esclamerà: "Che cosa dovevo fare
ancora alla mia vigna che non abbia fatto? Perché, mentre attendevo
che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?" (Is. 5,4).
Una
vigna, dunque, che deludeva le attese del suo vignaiolo.
Nel
Nuovo Testamento, cambiano gli attori: la vite non è più il popolo
d'Israele, ma il Regno di Dio e la rivelazione portata da Gesù; i
vignaioli sono i nuovi credenti, che sostituiscono il popolo di
Israele, incapace di far fruttificare il Regno: "Perciò io vi
dico: vi sarà tolto il regno di Do e sarà dato ad un popolo che lo
farà fruttificare" (Mt 21,43).
Cambiano,
dunque, gli attori, ma i risultati rimangono sempre deludenti: Dio è
sempre alla ricerca di vignaioli che sappiano far fruttificare il
Regno che viene loro affidato.
Nel
nostro racconto, Gesù opera una nuova e definitiva sostituzione: la
vigna non è più né Israele, né il Regno affidato ai credenti, ma
Lui stesso si definisce la "vera vite", contrapposta,
quindi, a quelle precedentemente indicate. Si noti come Gesù non si
definisce "vera vigna", ma "vite". Infatti la
"vigna" è sinonimo di vigneto, cioè un insieme di viti;
mentre la "vite" indica un'unica pianta. Non dice, poi, "Io
sono una vite", ma "Io sono la vera vite". Questo
evidenzia come egli sia la vite per eccellenza, non ve ne sono altre
e, pertanto, ne sottolinea, oltre che l'unicità, anche
l'universalità.
Gesù,
dunque, nei progetti del Padre diventa la figura centrale ed unica in
cui tutti i piani del Padre si sono realizzati. Egli è l'attuazione
del disegno del Padre, che è quello di "ricapitolare in Cristo
tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef
1,10).
Perché,
dunque, questa centralità di Cristo nei progetti del Padre? Perché
Gesù afferma: "Io sono la vera vite". L'espressione "Io
sono" richiama il nome stesso di Dio e che Dio rivelò a Mosé
sul monte Sinai: "Dio disse: <>.
Poi disse: <>." (Es 3,14). Un'espressione questa che ricorre
numerose volte nel vangelo di Giovanni, alcune volte unita ad un
appellativo, come in questo caso, altre volte da sola: "Quando
avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono"
(Gv 8,28) e ancora: "Ve lo dico fin d'ora, prima che accada,
perché quando sarà avvenuto, crediate che Io sono" (Gv 13,19).
Gesù
fa proprio, dunque, il nome di Dio, dichiarandosi, in tal modo, Dio
lui stesso. La vite, pertanto, esprime la vita stessa di Dio che
viene offerta ai tralci e di cui i tralci fanno fisicamente parte.
Ogni
tralcio che in me non porta frutto: stabilito che Gesù è l'unica e
definitiva vite in cui pulsa la vita divina, si pone subito la
questione del rapporto con i tralci. Chi sono questi tralci? Al v.5
Gesù dirà "Io sono la vite, voi i tralci". Chi sono quel
"Voi". Il contesto in cui Gesù fa questi discorsi è
quello ristretto dei suoi discepoli, di coloro, cioè, che hanno
compiuto la scelta di Cristo. Si tratta, dunque, dei credenti e degli
intimi di Gesù.
Il
credente, proprio per la sua scelta esistenziale di fondo, si colloca
all'interno della vita stessa di Dio e ne fa parte. Questo significa
che egli è parte della vite, ne è la logica conseguenza, poiché
non esiste vite senza tralci. Ogni battezzato infatti è inserito in
Cristo e ne condivide la vita e il destino (Rm 6,4-5), ne è
rivestito come di un abito nuovo, è cristificato al punto tale che
non è più lui che vive, ma è Cristo stesso che vive ed opera in
lui (Gal.2,20).
Ma
l'essere inseriti in Cristo, l'essere parte di questa "vite"
non ci dà la garanzia della salvezza, ma soltanto la possibilità di
fare nostra la salvezza che ci viene offerta. C'è, pertanto, chi
"non porta frutto" e chi, invece, "porta frutto".
Ma
che cosa si intende per frutto? Va subito detto che qui per frutto
non si intendono le opere che l'uomo compie, buone o cattive che
siano. Il frutto di cui Gesù parla è un qualcosa che si radica
nell'intimo e nel profondo dell'uomo e va ben al di là del suo
operare, così che il suo operare diventa espressione di questa
realtà intima che anima l'uomo.
Il
frutto, poi, è sempre il momento finale di un lungo processo che fa
parte della vita stessa della pianta. Questo significa che noi, in
quanto credenti, facciamo parte di questo processo della vita stessa
di Dio, così che Dio non è più pensabile senza di noi.
Che
cos'è, dunque, questo frutto? E' la vita stessa di Dio che ci permea
totalmente. Questo è il frutto della vite. Pertanto, il portare o
non portare frutto, significa conformarsi o meno a questa vita di
Dio; significa fare si che questa vita divina traspaia nel nostro
vivere quotidiano, lo informi e crei in noi uno stile di vita divino.
Portare
frutto o non portare frutto, significa accettare o rifiutare che
questa vita divina operi in noi.
In
tal senso Paolo afferma: "Ora invece, liberati dal peccato e
fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla
santificazione e come destino avete la vita eterna" (Rm 6,22).
Questo frutto è Cristo stesso; il raccoglierlo significa il decidere
la propria vita per lui, e questo ci porta alla santificazione, cioè
ad essere pienamente assimilati alla vita stessa di Dio, che sfocia
fatalmente nella vita eterna, che è vita definitiva in Dio.
Ancora
insiste Paolo: "Anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete
stati messi a morte ... per appartenere ad un altro, cioè a colui
che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio"
(Rm 7,4). In altri termini, per mezzo del battesimo siamo stati
incorporati al Cristo risorto, per cui il nostro vivere, ora, è un
vivere per il Signore (frutti per Dio), poiché il nostro vivere è
un vivere da risorti, cioè definitivamente orientato a Dio.
Chi
accetta, pertanto, di lasciarsi configurare a Cristo anche nel suo
vivere quotidiano sarà potato dal Padre, il vignaiolo, perché porti
più frutto. Che cosa significa "essere potati"? La
risposta ci viene dal successivo v.3: "Voi siete già mondi, per
la parola che vi ho annunziato". La potatura, quindi, è
diventare mondi, cioè purificati dalla nostra fragilità. Ciò che
opera questa purificazione è la stessa Parola di Dio. Una Parola che
è ripiena della potenza dello Spirito, di quello Spirito che ha
risuscitato Gesù dai morti (Rm.1,4). E' una Parola, quindi, che
possiede in sé una forza rigenerante e che è capace di trasformare
il vivere dell'uomo in un vivere divino.
Rimanete
in me e io in voi: è l'espressione chiave di tutto il brano. Essa in
solo otto versetti viene ripetuta ben dieci volte. Ciò significa che
questo "rimanere" è di vitale importanza.
Se
l'essere tralci non dipende da noi, ma dalla vite, di cui siamo parte
in virtù del battesimo, il rimanerci dipende da noi. Il termine
"rimanere" non indica "un esserci" effimero,
provvisorio, bensì persistente e perseverante. Significa dimorare a
lungo, sempre. Significa fare di quella vite che è Cristo, la nostra
abitazione abituale. In questo senso vanno lette le parole di Gesù:
"Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver
ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e
producono frutto con la loro perseveranza" (Lc 8,15). Quindi,
soltanto con la perseveranza, cioè con un persistente permanere in
Cristo, si può portare il frutto atteso dal Vignaiolo.
Il
permanere nella vite, rigenerati dalla potenza della Parola (1Pt
1,23), significa che noi diventiamo testimoni della vita stessa di
Dio in noi, ne diventiamo suoi generatori agli altri.
Ma
rimanere in che cosa o in chi? "Rimanete in me e io in voi".
Ecco, dunque, che questo "rimanere" non è uno statico
"essere in qualcosa", ma un dinamico compenetrarsi tra
Cristo e noi, così che siamo costituiti come un'unica cosa con e in
Cristo; significa essere cristificati. E', in ultima analisi, un
riprodurre in noi lo stesso rapporto che esiste tra Cristo e il
Padre: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30); "...
perché sappiate che il Padre è in me e io nel Padre" (Gv
10,38) e ancora, rivolto a Filippo che gli chiedeva di mostrargli il
Padre: "Chi ha visto me ha visto il Padre ... Non credi che io
sono nel Padre e il Padre è in me?" (Gv 14,9-10).
Ma
se Cristo è nel Padre e noi siamo in Cristo e lui in noi, allora
anche noi siamo nel Padre; siamo, in altri termini, inseriti nel
ciclo vitale della stessa Trinità; siamo, in qualche modo la "quarta
persona" della Trinità: "In quel giorno voi saprete che io
sono nel Padre e voi in me e io in voi" (Gv 14,20).
Visto
in questa prospettiva, il nostro vivere quotidiano diventa un vivere
nella Trinità, diventa un vivere la stessa vita della Trinità, per
cui tutto ciò che facciamo, anche le cose più umili e
insignificanti, acquista un valore salvifico immenso, perché non
siamo più noi che viviamo ed operiamo, ma il Padre, il Figlio e lo
Spirito vivono e operano in noi e noi diventiamo la loro dimora: "Se
uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).
Il
nostro vivere, dunque, diventa dimora della Trinità.
Chi
non rimane in me ... se rimanete in me i versetti 6-7 portano questa
riflessione sulla vite e i tralci verso la conclusione ... e
scopriamo che in essi è contenuto un giudizio: "Chi non rimane
in me viene gettato via come il tralcio e si secca, lo raccolgono e
lo gettano nel fuoco e lo bruciano". Questo è il primo giudizio
che viene emesso su "chi non rimane in me". Si noti la
sequenza di verbi tutti al presente per indicare come questo giudizio
si attui già fin d'ora, nel nostro oggi: non c'è da spettare la
fine dei tempi. C'è, quindi, una sostanziale coincidenza tra il "non
rimanere" e l' "essere gettato via"; quest'ultimo è
la diretta conseguenza del primo.
Il
secondo giudizio si rivolge, invece, verso chi rimane in Cristo: "Se
rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che
volete e vi sarà dato". Si noti come il giudizio qui si fa più
complesso: non è sufficiente che noi rimaniamo nel Signore, ma è
necessario che anche la sua Parola rimanga in noi; è necessario,
cioè, che noi conformiamo la nostra vita alla sua Parola, assumiamo
nel nostro vivere quotidiano quello stile di vita che ci fa degni di
"rimanere nel Signore". Qual'è la conseguenza di tutto
ciò? "... chiedete quel che volete e vi sarà dato". Con
questa espressione Gesù non ci vuole certo soddisfare nelle nostre
esigenze personali. Nessuna bacchetta magica, quindi, ci viene
regalata, se facciamo i bravi. Per risolvere i nostri problemi Dio ci
ha già dato l'intelligenza e tanta aria nei polmoni.
Per
comprendere correttamente questa espressione dobbiamo rifarci al
contesto del racconto. Qui si parla molto di "rimanere nel
Signore" e di "portare frutto". Queste, dunque, sono
le cose importanti ed essenziali entro cui si muove l'intero brano.
Quindi, anche quel "chiedete quel che volete e vi sarà dato"
va letto in questo contesto: saremo soddisfatti pienamente in quello
che vogliamo, cioè il rimanere nel Signore e portare molto frutto.
Ciò significa che chi rimane nel Signore e la sua parola rimane in
lui avrà vita piena. Si noti, infatti, come i verbi sono posti uno
al presente (chiedete quel che volete) e uno al futuro (e vi sarà
dato). Ciò significa che la nostra decisione e il nostro impegno di
rimanere nel Signore troverà stabile e definita attuazione nella
vita eterna, che, per Giovanni, è già incominciata nel nostro oggi.
In
questo è glorificato il Padre mio: in questo mashal il Padre ci è
stato presentato come il vignaiolo che pota i tralci, cioè li
purifica per mezzo della sua Parola, affinché portino un frutto
maggiore, vale a dire crescano maggiormente in Cristo. Nel penultimo
incontro, abbiamo visto come la glorificazione del Padre è
l'attuazione della sua volontà che si compie nella missione affidata
al Figlio.
Ma
ora che il Figlio ha compiuto la sua missione, la glorificazione del
Padre è affidata a noi e si compie nel proseguimento della missione
stessa del Figlio da parte dei suoi discepoli, a cui Gesù l'ha
affidata: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io
mando voi" (Gv 20,21). Una missione, quindi, che, nata dal cuore
stesso del Padre, rimbalza da Cristo a noi.
Una
missione da cui deve trasparire il volto di Dio. Essa è il
testamento spirituale di Cristo stesso: "Vi do un comandamento
nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così
amatevi anche voi. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,
se avrete amore gli uni per gli altri." (Gv 13, 34-35).
La
glorificazione, dunque, si attua nella prosecuzione della missione
stessa di Cristo, che è una missione di amore per il Padre che si
riflette nell'amore per gli uomini. Questa missione è la gloria
stessa del Padre: "E la gloria che tu hai data a me, io l'ho
data a loro, perché siano come noi una cosa sola" (Gv 17,22).
Compiere questa missione, che è testimoniare il volto di amore del
Padre agli uomini, significa, quindi, fare una cosa sola con Cristo,
come lui è una cosa sola con il Padre. La glorificazione, pertanto,
quale compimento della missione affidata dal Padre a Cristo e da lui
a noi donata, si radica nella vita stessa di ciascuno di noi: spetta
a noi, ora, quali discepoli di Cristo, a lui configurati per mezzo
del battesimo e della sua parola, portare avanti la sua missione e
diventare così, davanti agli uomini, gloria del Padre.

chi ha scritto quanto sopra?
RispondiEliminaIo lo trovo un commento molto 'tecnico', poco umano nel senso bello del termine. non riesco a leggere l'immagine di un Dio amore che non giudica, non premia, e non condanna, ma desidera solo comunicare il suo amore. Ecco perchè Gesù, manifestazione piena di questo 'divino ' nel mondo, è venuto per comunicare questo amore a tutti, a ogni persona credente e non. L'amore di Dio non viene concesso a chi lo merita, ma è un dono gratuito, incondizionato che avvolge l'umanità.
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