di Giovanni Nucci
in “l'Unità” del 31 dicembre 2013
Il fatto più significativo nell’elezione del nuovo pontefice, lo scorso marzo, molto probabilmente è stata la rinuncia del suo predecessore. Se Benedetto XVI non avesse scelto di dimettersi, l’elezione ndi Francesco non sarebbe stata possibile: e non solo su di un piano pratico: dopo un atto, cioè, di così grande forza politica e teologica, il conclave non poteva che fare una scelta altrettanto dirompente, significativa, rivoluzionaria.
In un tempo dominato soltanto dall’apparenza e dall’inadeguatezza (dove cioè di fatto qualunque potere, di ogni ordine e grado, si fonda sulla menzogna e si riduce all’inettitudine) la rinuncia di Benedetto ha un significato dirompente. Non solo ci ha mostrato che è possibile limitare il proprio potere in virtù dei propri limiti, ma anche come sia possibile essere Papa, senza essere Papa: e cioè che la forza della propria missione, del proprio ruolo nella storia, anche quando questo è al massimo livello della più antica forma di governo dell’occidente, non può in alcun modo essere nell’apparire, nel mostrarsi come ciò che quella forma incarna, ma è soltanto in virtù di come in quella forma si agisce. Al punto da poter separare (ed eliminare) da questa il potere temporale, senza per ciò togliere efficacia alla propria azione, anzi, aumentandola a dismisura. Così ci sembra che il carattere del pontificato di Francesco si muova su di un simile piano: prendendo cioè insegnamento da ciò che lo stesso Bergoglio ha definito «un atto di santità, di grandezza, di umiltà ».
A livello dottrinale, almeno fino ad
oggi, Francesco non ha apportato alcuna novità rilevante al
carattere del cattolicesimo così come il Concilio Vaticano II lo ha
riformato cinquant’anni fa. E quello che sta facendo, per ora, il
Papa, è semplicemente di fare il papa. A pensarci bene, e con gli
occhi della nostra contemporaneità, è del tutto normale che il
vescovo di Roma si muova su di una Ford Focus per andare a Regina
Coeli o al Bambin Gesù per dare la sua misericordia ai detenuti o ai
bambini malati, anche perché è questo, nella sostanza, che chiede
il Vangelo: portare la misericordia di Dio agli ultimi della terra
(e, alla misericordia di Dio, una Ford Focus basta e avanza). Così
come, dicendo di non essere nessuno, lui, per poter giudicare la
coscienza di un omosessuale cattolico, dice una cosa ovvia, per
quanto fondamentale e di fatto dimenticata tanto nella Chiesa quanto
fuori. E infatti Francesco dice di non essere lui in grado di
«giudicare» senza, con ciò, smuovere di un solo centimetro le (per
quanto antiquate) convinzioni della Chiesa riguardo alla sessualità.
Così l’enorme impatto che sta avendo Papa Francesco nel mondo (e
non solo in quello cattolico) sta nel fatto che, al contrario degli
altri capi e leader, non ha bisogno di nascondersi dentro una
limousine (cioè nell’ostentazione, e nell’abuso, del proprio
potere) per mostrarsi capace di fare quello che, in un momento così
totalmente privo di prospettive per il futuro, un capo spirituale
deve fare (per esempio mostrarci quanto sia politicamente essenziale
portare speranza e umanità a migranti, detenuti o bambini malati.
Così come a tutti gli uomini di buona volontà).


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