14 gennaio 2014

CHI E' IL NOSTRO NEMICO??

Quei muri che nascono dentro, dov’è più difficile abbatterli









Per pescare del buono dal clima di sfiducia, ci eravamo illusi che le difficoltà portassero a sentirsi più vicini. Accade nelle calamità, di fronte a tragedie improvvise, di veder accendersi una solidarietà immediata. Accade ancora: le emergenze spesso tirano fuori il meglio dagli esseri umani.
Si è visto l’estate scorsa sulle spiagge siciliane, per esempio, di fronte a uno dei tanti, tragici sbarchi di immigrati.
In un istante possono venire giù e sbriciolarsi muri molto solidi, paure e diffidenze remote. È commovente, ma come la commozione non è detto che duri. Allora i muri si rialzano, tornano a difendere noi stessi, quel piccolo spazio di giardino e di relazioni che chiamiamo la nostra vita.
L’elaborazione sui dati Istat pubblicata ieri dall’Unità mostra un calo vertiginoso della fiducia negli altri. Non si tratta di registrare la generosità con cui si va incontro a chi è in pericolo, a chi sta male. Si tratta di registrare l’istintiva capacità di sentire il prossimo come uno di cui fidarsi. I numeri sono chiari. Se a ritrovare il vostro portafoglio perso è un perfetto sconosciuto, credete che lo restituirà? Solo l’11 per cento risponde sì. Il dato più basso di fiducia è tra i 35-44enni. Vale la pena di interrogarsi. Da quanto abbiamo cominciato a sentire nemiche le persone che ci vivono accanto? Da quando abbiamo cominciato a provare sfiducia non solo verso una serie di categorie, in apparenza precise (in realtà generiche) come la classe politica o gli extracomunitari, e abbiamo cominciato a provarla anche verso il vicino di casa? L’impressione raccolta anche da alcuni romanzi e film degli ultimi anni è di un’Italia sempre più sull’orlo di un «tutti contro tutti». Dove ciascuno è armato fino ai denti pur di difendere il proprio: che sia l’incolumità, una convinzione, un’abitudine. Il dirimpettaio non si occupa come dovrebbe dell’immondizia? Dopo le urla, si passa ai fatti: acido muriatico, per esempio. È successo a San Giovanni Valdarno solo qualche mese fa. Un anonimo commentatore di blog parla della bellezza di Roma, a proposito del film di Sorrentino premiato ai Golden Globes? C’è subito qualcuno che risponde definendo i romani pericolosi e nullafacenti. «Quando crepi?» è la replica immediata. Sempre per un film, “Il capitale umano” di Paolo Virzì, si sono scatenate furibonde invettive. Virzì parla di gretti immobiliaristi brianzoli? È una buona occasione, dalle parti di Ornate, per insultare non tanto il regista, quanto il resto d’Italia, tutti i terroni che non hanno mai lavorato. Nella baraonda, difficile capire che Virzì non stava puntando il dito contro una provincia geografica, ma contro quella parte «provinciale» della nostra testa, del nostro modo di essere. Contro quella forma di grettezza che non ti fa vedere al di là del tuo naso. Sguardi che non si alzano mai verso altro che non sia un tornaconto. L’altro esiste come mezzo, come nemico, come servo. Nessuna complicità se non per fregare un terzo malcapitato, per farla franca, per farsi valere, per vendicarsi. La «social catena» è solo un impiccio. Così prevale la diffidenza, il pregiudizio negativo, e «i sospetti come scriveva Edmund Wilson nel 45 cadono a turno su tutti», «nessuno pare innocente, nessuno è sicuro». Il colpo d occhio è triste, a volte sconfortante. Il pronome «noi» sta lì ad appassire in cantina, mentre quelli dominanti «io», «tu», «voi» delimitano soltanto confini. E la rabbia, la frustrazione, a volte la paura non fanno che marcarli, alimentando le distanze e le ingiustizie. Così la mattina ti alzi e non riesci più a vedere l’altro, chiunque esso sia, come un compagno di strada. Il datore di lavoro? Un nemico. Il collega? Un avversario. L’insegnante di tuo figlio? Un incapace. Il vicino sull autobus? Un pericolo. Il vicino di casa? Un fastidio. Quel tipo che passa? Un ladro. Così non ti senti parte di niente, e la solitudine anziché rafforzarti ti incattivisce, ti riempie di frustrazione, ti dispera. Gli sconosciuti sono invisibili o gente da cui stare alla larga. Non esiste più la comunità. E quei muri che pensavi fossero fuori non te ne sei accorto sono cresciuti dentro, dove è più difficile abbatterli.

di Paolo Di Paolo
in “l'Unità” del 14 gennaio 2014


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