Lettera di una quindicenne a due anziane: non sono razzista come voi, non insultatemi.Mi chiamo Emma, ho 15 anni e vivo a Padova, dove frequento il liceo classico. Scrivo di getto questa lettera dopo aver dovuto assistere ad un orribile episodio a pochi metri da casa mia. Stavo andando a comprare dei biglietti dell'autobus e, entrando in tabaccheria, ho colto un frammento di una conversazione tra due signore, in cui una offendeva profondamente gli stranieri, dicendo che «li avrebbe voluti gettare nella spazzatura e che era diventata razzista e cattiva..».
La sua interlocutrice le dava ragione. Uscita dalla tabaccheria, pervasa da un profondo orrore per ciò che avevo udito entrandovi, le ho trovate ancora lì davanti a discutere negli stessi termini degradanti di poco prima. Non ho potuto resistere dall'intervenire e mi sono avvicinata cordialmente, chiedendo scusa per l'intromissione e domandando se potevo permettermi di far loro presente qualche dato e informazione. Mi sono sentita rispondere che non posso saperne nulla avendo sì e no una sedicina d'anni mentre loro ne hanno 70, che sono una maleducata indisponente e sono stata minacciata di ricevere due schiaffi. Ho risposto che avrebbero almeno potuto provare a conoscere prima di giudicare. Infatti, è ovvio che le due signore non potevano nemmeno immaginare che, pur avendo 15 anni, ho organizzato da poco una serie di cineforum sull'immigrazione, l'integrazione e i profughi, ho parlato di recente all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati a Ginevra e all'Alto Commissariato per i Diritti Umani. Non potevano immaginare che fossi andata nell'ottobre del 2012 a parlare al presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani presso il Senato della Repubblica a Roma e non potevano immaginare che faccia parte del Parlamento Europeo degli Studenti. Certo però potevano «immaginare» che fossi una persona e, come tale, meritassi un po' di rispetto e ascolto.
Tornata a casa, sono scoppiata a piangere, e non tanto per l'umiliazione subita, quanto per il dolore e la rabbia che mi hanno provocato le parole udite e perché mi sono resa conto che i giovani non vengono minimamente considerati. Come io ho ancora moltissimo da imparare e ne ho soprattutto da persone più anziane di me, così anche queste, se mi avessero voluta ascoltare, avrebbero forse imparato qualcosa che non sanno, o meglio non vogliono sapere. L'ignoranza è un male orribile e sono sicura che si possa imparare e cambiare a qualsiasi età, però dev'esserci la volontà a farlo, molto difficile da trovare nelle persone di una certa età. Non è giusto che io, ad appena 15 anni, debba assistere a scene simili, essere gonfia di pianto e rabbia per colpa di persone che, proprio perché hanno 70 anni e quindi hanno visto da molto più vicino di me a cosa hanno portato i pregiudizi e le discriminazioni nella seconda guerra mondiale, non vogliono uscire dal guscio di paura e di ignoranza che le «difende» dalla verità, lasciandole a vagare nella loro mentalità ottusa e retrograda. Vorrei che dovessero loro affrontare anche solo per un giorno i viaggi disumani attraverso il deserto del Sahara e poi il Mediterraneo, viaggi in cui si è nelle mani di veri e propri trafficanti di schiavi, vorrei che capissero cosa può dover dire essere rinchiusi in un centro di detenzione a tempo indeterminato, senza processo, perché si ha tentato la fuga da una guerra, la fame, una carestia, verso una vita migliore. Rinchiusi finché non si viene nuovamente venduti ai trafficanti per 30 dinari a testa e si riaffrontano il deserto e poi il mare, per' giungere poi sulle coste di un paese in cui si è mano a una burocrazia infame. Vorrei che provassero cosa può voler dire vivere degli anni in un paese come l'Italia, partorirvi un figlio e vedere che, arrivato a compiere i 18 anni, si trova senza gli stessi diritti dei suoi coetanei italiani pur essendo nato e cresciuto con loro. Se provassero tutto ciò anche solo per un giorno, forse cambierebbero idea.
Spero in fondo al cuore che le due gentili signore leggano questa lettera e, se così fortunatamente avvenisse, riflettessero su come hanno reagito e perché l'hanno fatto e capissero che si possono compiere anche cento anni, ma finché ci si rifiuta di aprirsi o per lo meno di ascoltare gli altri per paura di dover ammettere a se stessi che si ha torto, non si maturerà mai.
Emma Russo
(Corriere del Veneto, 7 marzo 2012)
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