30 ottobre 2011

SCANDALO? QUALE "SCANDALO"?






Lo scandalo è l'idea al centro del vangelo di questa domenica - che è certo la pagina più dura del vangelo di Matteo, forse la più dura di tutti i vangeli.
Che cosa è lo scandalo nella Scrittura, lo sappiamo: è l'inciampo, ciò che ostacola il cammino di un altro - il cammino di fede, in questo caso; indistinguibile per noi dal cammino di crescita e di autenticità personale. Si sa però anche come l'idea di scandalo, attraverso i secoli, perdendo la sua iniziale connotazione biblico-teologica e assumendo una connotazione esclusivamente morale (anzi moralistica, nel senso deteriore), abbia conosciuto un processo di imborghesimento e banalizzazione davvero impressionante.
È diventata in sostanza funzionale allo status quo e ha fatto identificare l'essere cristiani con una specie di benintenzionato perbenismo, conformista e conservatore, inducendo a perdere di vista la grande, scomoda novità dell'evangelo e la sua carica di appello. Così oggi si parla di scandalo, nella chiesa come nella società civile. quasi solo in riferimento a fatti di sesso o di denaro, o di entrambi. Benché questi fatti possano avere in effetti una portata di scandalo - perché non solo esercitano un effetto diseducante sugli spiriti più fragili, ma corrodono la spontanea fiducia negli altri che è tanto necessaria alla vita sociale -, la fede e l'essere cristiani in genere risentono in modo più grave di altre forme di scandalo: forme tanto più insidiose quanto meno avvertite e pensate come scandalo.
Così misericordioso e accogliente verso i peccatori e gli irregolari, Gesù sembra talvolta durissimo verso gli “irreprensibili” a cui gli altri guardano come modelli e che hanno una funzione di guida nella vita religiosa; in questo stesso cap. 23 di Matteo, poco più avanti, si trova una serie di invettive nei confronti degli «scribi e farisei ipocriti», che colpiscono per la loro violenza. Il nostro stile espressivo è diverso, anche a prescindere dalle idee; oggi chi si esprimesse in modo simile sarebbe subito accusato di poca carità o di poca prudenza, forse anche di poca civiltà... E tuttavia sappiamo pure che da parte di Gesù la tenerezza di certi momenti come la durezza di altri manifestano amore e coinvolgimento senza fine, così come l'atteggiamento sfuggente ed enigmatico di certi altri momenti, che ha una particolare carica di appello.
Gesù mette in guardia i suoi discepoli e le folle da coloro che si atteggiano a guide e modelli e operano in senso contrario rispetto a ciò che vorrebbero rappresentare. In senso contrario, perché? Facile sarebbe rispondere «perché si comportano male», insomma perché trasgrediscono in privato la Legge che pubblicamente glorificano e tutelano con strati di proibizioni e di interpretazioni. Ma ciò non è sempre vero. Alcuni di quelli contro cui Gesù si scaglia erano effettivamente irreprensibili quanto al “fare”, non però quanto allo spirito.
La Legge in Israele è vivente presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Perciò pecca contro la Legge non solo e non tanto chi viola uno dei precetti della Legge, ma anche chi la riduce alla materialità dei suoi precetti; pecca contro la Legge chi rende troppo difficile avvertire in essa la presenza, l'amore, l'attenzione costante di Dio - magari perché ne rende troppo gravosa e angosciosa l'osservanza, perché usa la Legge per imporre la presenza e l'influenza propria. Perciò lo scandalo è tanto più grave e tanto più insidioso e doloroso quando proviene da coloro che hanno la funzione riconosciuta di guide e responsabili, di maestri, di `modelli'.
In realtà la comunità dei credenti in Gesù di Nazaret non ha, non deve avere né guide né modelli, almeno nel senso assoluto/ sacralizzato. Si potrebbe anzi dire che il primo e fondamentale scandalo sia questo: un eccesso di mediazione religiosa molto visibile, molto pesante, non solo istituzionalizzata ma sacralizzata, può solo appannare l'unicità della mediazione di Gesù, il suo essere modello per chi crede in lui, l'impegno della sequela fedele e creativa. (Non «fedele e tuttavia creativa»; ma «fedele proprio in quanto creativa»).
È scandaloso, cioè fuorviante e diseducativo - e non unicamente imputabile ai mezzi di comunicazione, sempre un po' malati di estrinsecismo -, il fatto che la visibilità della Chiesa istituzionale risulti dominante rispetto al fatto cristiano, che dicendo Chiesa d'istinto si pensi al papa e a una gerarchia piramidale prima che a Cristo e al suo vangelo. In questo senso il papa, qualunque papa, potrebbe essere di scandalo, anche qualora fosse personalmente irreprensibile; di scandalo per i credenti e per i non credenti, indotti a una visione deformata dell'essere cristiani.
Al sentir parlare di scandalo offerto da «guide e maestri» nella Chiesa, molti oggi sono indotti in modo quasi automatico a pensare a tristi fatti recenti avidamente amplificati dai mezzi di comunicazione, soprattutto gli episodi di pedofilia da parte di membri del clero. Benché si tratti di episodi gravi e dolorosi. che richiedono una riflessione più profonda e un esame di coscienza da parte di tutte le componenti della chiesa, oseremmo dire che lo scandalo più specifico e preoccupante non è questo: individui psichicamente labili o corrotti o disonesti si trovano in ogni ambito, come pure altri individui che avrebbero il dovere di vigilare sul loro operato e, per amicizia o per altri motivi, coprono le loro colpe incorrendo così in una sorta di complicità più o meno diretta.
Coloro che nella Chiesa hanno potere a qualunque titolo danno scandalo quando antepongono se stessi all'Evangelo e al bene degli esseri umani: quando affermano di porre al centro l'uomo e la sua dignità, mentre in effetti al centro si trova solo la preoccupazione di riaffermare quanto si è sempre affermato, anche se ormai giustamente percepito da molti come non più sostenibile, di mantenere il più possibile un dominio ecclesiastico sulle coscienze che per lungo tempo è stato confuso con l'autentico vivere cristiano.
Danno scandalo quando impongono o tentano di imporre fardelli troppo pesanti, come dice Gesù, sulle spalle dei fedeli. Danno scandalo - cioè sono di ostacolo alla crescita nella fede - perché, rendendo difficile e quasi anti-umana la fedeltà ai principi cristiani, aprono di fatto la strada alla disaffezione e all'abbandono, ma soprattutto perché inducono a formarsi un'immagine deformata e terribile di Dio: non più il Dio di Gesù di Nazaret, ma una specie di divinità astratta e irragionevole, gelosa della felicità dei suoi figli eco indifferente alla loro sofferenza.
Danno scandalo perché contenuti e stile di certi discorsi ecclesiastici non rendono affatto l'idea di un «lieto annuncio» cristiano, non aiutano nessuno a sentire la fede come novità e liberazione. Danno scandalo quando riducono la fede cristiana a una specie di religione civile (non a caso assai gradita a tanti atei conservatori!) e inducono la gente - dentro la Chiesa e fuori - a identificarla con un misto di ordine. perbenismo, assenza di senso critico, diffidenza di ogni “diverso” e di ogni “nuovo”, mentre la logica del vangelo diventa un optional, se non un'anomalia, tanto rispettata a parole quanto di fatto ininfluente. Danno scandalo quando mostrano una non disinteressata apertura verso le correnti più retrive, insieme a un'intollerante severità verso quelle più avanzate. Danno scandalo, infine, quando nel loro agire, nelle loro esortazioni, nelle loro intenzioni manca la trasparenza: cioè quella che i vangeli chiamano la purezza di cuore, e il cui contrario è appunto l'ipocrisia.
L'aspetto più inquietante per noi è che Gesù, nello stesso cap. 23 (vv. 25-26), chiama “ciechi” gli ipocriti, che a forza di ingannare gli altri finiscono con l'ingannare se stessi e non veder più il proprio stato, confondendo le tenebre con la luce. È una cecità particolarmente grave quando si manifesta in coloro che dovrebbero essere e sono considerati le guide spirituali del popolo di Dio. In effetti il peccato di ipocrisia in ogni tempo insidia soprattutto le persone religiose, oggi come al tempo di Gesù. Una potente spinta all'ipocrisia può venire dal ruolo che si ricopre, talvolta dissimulata dinanzi alla propria coscienza con l'imperativo del buon esempio, di non dare scandalo: si potrebbe quasi parlare di una meta-ipocrisia.







Quando le guide e i maestri nella Chiesa danno scandalo
di Lilia Sebastiani in Servizio della Parola n. 431-432, Queriniana ed., Ottobre-Novembre 2011.

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