08 aprile 2009

PASQUA 2009: La vita come un dono!


Quando ho cominciato a capire che il Vangelo è la vita dell’uomo, ho cominciato a vivere la vita degli uomini come il segno della presenza di Dio e della realizzazione del suo Regno.
Nel Vangelo di Matteo (25,14-30) si narra di un ricco personaggio che partendo per terre lontane lascia ai suoi servi dei talenti: a uno 5, a un altro 3 e a un altro 1.
Fino a qualche anno fa mi sono trovato di fronte a un testo, che in qualche modo, mi indicava la direzione del rendere conto al padrone, degli sforzi, sacrifici, conquiste o altro, durante la sua assenza.
Analizzando il testo e senza conoscere il greco mi viene da farmi delle domande: chi è quel padrone che al suo ritorno non si riprende quello che ha lasciato ai servi? Chi è quel padrone che, lasciando un capitale come quello che ha lasciato a suoi servi, lascia loro anche gli interessi? Chi è quel padrone che lascia quanto ha dato, quanto hanno guadagnato e da potere su molto (vedi brano del Vangelo)?
Quel Padrone vuole fare i conti, perché? Se non vuole che gli si riconsegni il dato, perché fare i conti? Se quel padrone vuole far tornare i conti e non intasca nulla, a cosa gli serve fare i conti?

E se quel Padrone volesse solo farsi raccontare dai suoi servi come avevano “vissuto” quanto Lui aveva loro donato? E se quel Padrone volesse che i suoi servi stessero faccia a faccia con Lui e gli raccontassero, perche Lui voleva gioire con loro di quello che avevano realizzato? E se quel padrone non gli importasse nulla del denaro, ma volesse solo che i suoi servi vivessero, nei suoi confronti, una relazione tale da farli diventare dei sui pari?

Colui che aveva ricevuto un solo talento lo nasconde perché vede nel padrone chi un giorno gli chiederà conto; vive nella paura di non essere all’altezza; vive nella paura di deludere: vive il retribuzionismo, vive l’inadeguatezza, la paura della punizione e non riesce a vivere liberamente quanto la Vita gli dona.

Vivere!

5 commenti:

  1. Anonimo09:43

    Io sono ricco solo di ciò che ho saputo donare.
    (Ermes Ronchi)

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  2. Anonimo10:27

    Gesù usava le parabole, raccontava. Noi non usiamo parabole, non raccontiamo, proclamiamo principi. Lui usava parabole perché le parabole hanno nel loro incipit un relativo: "Il regno di Dio è come". Non dice "è", non dà la definizione, la definizione chiude. Diceva: "E' come": assomiglia, ma è anche altro". Altro dai nostri pensieri. E allora quello che ti senti di dire, dillo sottovoce. Con rispetto della Parola, l'unica assoluta, quella del tuo Dio. E con rispetto dell'intelligenza e della fede di chi ascolta.
    L'urlo chiude, il sottovoce apre. L'aria di chi vuole farla da maestro chiude. E' vero, chiamiamo la chiesa "mater et magistra" ma poi ci tocca qualche contorsione, quando arriviamo al cap. 23 di Matteo con quel "non fatevi chiamare maestri, uno solo è il vostro maestro e non fatevi chiamare rabbi, perché uno solo è il vostro rabbi e voi siete tutti fratelli".
    don Angelo Casati

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  3. Anonimo10:00

    Che cos’ è la Pasqua? Una ricorrenza liturgica fissata nei canoni di due delle più conosciute Religioni (ebrea e cristiana) o un evento spirituale che svela e da valore alle inquietudini della vita? Che cosa è? Forse più simile ad un itinerario storico di un popolo, sospinto in differenti momenti nella ricerca di piccole o grandi liberazioni socio-esistenziali. Ma forse anche un evento, celebrato segretamente o pubblicamente in tutte quelle evoluzioni e rivoluzioni della biodiversità cosmica e umana, ogni volta che si torna a sentire un brivido di vita. O forse solo un sogno, coltivato nell’oscurità della notte, nell’inconscio collettivo e individuale. Una vera e propria presa di coscienza, come scintilla improvvisa che risveglia il desiderio di far ritornare la vita, là dove la voglia se n’è andata. O ancora un’intensa nostalgia di presenza che sospinge a preparare ancora qualcosa; o forse uno sforzo, un tremendo sforzo per continuare a vivere, ovunque, per non dar ragione alla morte nostra e degli altri… Insomma: che cos’ è la Pasqua? Per alcuni anche se il termine porta l’eco di una parola che fa parte dell’universo linguistico dell’ebreo biblico, si miscela con l’esperienza cristiana della resurrezione. E’ certo che nasce come sforzo, un parto difficile del tempo umano e divino, la sintonia di desideri e di sogni.
    E se invece di chiederci che cos’ è, ci domandassimo chi la sostiene: chi sostiene la Pasqua? Perché allora non chiederlo alle mamme e alle nonne dei “desaparecidos” delle dittature latinoamericane e mondiali. Perchè non chiederlo agli amici e amiche dei morti nelle ultime guerre strategiche dei terrorismi internazionali. Perché non chiederlo ai sopravvissuti degli uragani o dei terremoti, ai rifugiati dell’Africa o ai parenti orfani degli emigrati. Chi circola inquieto intorno agli spazi vuoti, forse oggi ci può ancora dire che cosa è la Pasqua e perché continuiamo a celebrarla, nonostante tutto. Chi cerca la propria e altrui dignità...Mi ritornano in mente le parole dell’antico inno pasquale: … Dic nobis Maria quid vidisti in via? Dicci Maria chi hai visto lungo il cammino… E’ normale chiedere che cosa è la Pasqua a chi sta camminando, a chi sta cercando qualcuno o qualcosa nelle fibre più segrete della vita, nei suoi laboratori mentali o nei suoi sogni… Non lo chiediamo a chi pensa che la Pasqua è un dogma o una promessa lasciata alla fine della vita, ma lo chiediamo a chi inquieto non riesce a prendere sonno, perché manca qualcuno, perché qualcuno se n’è andato o perché la vita sembra essersi addormentata. E Maria risponde: Sepulcrum Christi viventi set gloriam vidi resurgentis; angelicos testes, sudarium et vestes… Ho visto il sepolcro del Cristo vivente, gli angeli testimoni, il suo sudario, le sue vesti… Segni storici, sepolcri dei vivi, interminabili clausure di chi è vivente… Presenze lungo il cammino che gridano gli sforzi della vita di molti… ma anche qualcosa che apparteneva a chi ora è assente: le loro vesti i loro oggetti… Forse è questa per noi la Pasqua: continuiamo a chiedere lungo il cammino, non stanchiamoci di chiedere a chi cerca. I dogmi, le dottrine, stanno diventando insufficienti, come le ideologie…chiediamo ancora lungo il cammino, non stanchiamoci… Dunque: buona Pasqua…
    Antonietta Potente

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  4. Anonimo10:30

    “La donna a Betania con il suo vaso di nardo fa qualcosa che è oltre la legge: ama, inventa, crea come fa Dio e consuma in un gesto d’amore

    un intero patrimonio di calcoli e di tristezze …

    Il Vangelo dice:

    osserva il profumo, non il costo;

    invidia il gesto, non il denaro;

    impara il cuore, non il prezzo.

    Prendi come modello la generosità, la libertà, la capacità di dono

    della donna di Betania.

    Voglio il Dio che sta dalla parte del profumo,

    che conosce la pressione della paura, il dolore del rifiuto,

    la passione dell’abbraccio,

    il brivido per la carezza dei capelli intrisi di nardo

    della donna peccatrice e amante”.



    (Ermes Ronchi)

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  5. Anonimo12:11

    La Stampa, 12 aprile 2009
    Sì, vivere e celebrare la passione, morte e risurrezione di Gesù al cuore di un’esperienza di dolore così grande può essere occasione per rivisitare ciò che è alla radice delle festività pasquali e che l’abitudine ci porta purtroppo a scordare. Ora, per i cristiani il triduo pasquale che culmina con la domenica di risurrezione dovrebbe essere un tempo decisivo per la propria fede, da viversi non solo come “precetto”, ma soprattutto come celebrazione di ciò in cui si crede: i cristiani non dovrebbero mai dimenticare che la risurrezione di Gesù da morte, la vittoria dell’amore vissuto da Gesù sulla morte sofferta in croce è lo specifico della loro fede, l’unico vero debito che esso hanno verso gli altri uomini.. In verità – va confessato con schiettezza – nel nostro passato ci sono tanti comportamenti, alcuni ormai dimenticati, che hanno favorito la disaffezione verso questa festa e le liturgie che la contraddistinguono, finendo per defraudarla del suo significato più profondo. Quando le inchieste ci rivelano che solo il 30% dei cattolici crede nella risurrezione, perché meravigliarci?.. Certo, c’era poi la domenica con la messa festiva , a cui la gente partecipava più numerosa, ma non si percepiva il senso della vita che vince la morte, la gioia pasquale che Cristo era davvero risorto dai morti, primizia della vocazione che attende tutti gli esseri umani…Poi venne la riforma liturgica di Pio XII che restaurò la veglia pasquale nella notte tra sabato e domenica suscitando un fermento nuovo e un mutamento capace di riaprire antichi orizzonti di fede e di maturazione cristiana. Devo confessare ancora una volta che, se sono cristiano, lo devo in massima parte all’aver potuto vivere in modo sapiente quella riforma che, quando attuata come nel caso del mio parroco con cura e attenzione per l’essenziale e accompagnata da una spiegazione intelligente di gesti, simboli e letture, costituiva un’autentica catechesi alla portata di tutti..I cristiani, sono capaci ancora oggi, al cuore delle tenebre di morte e di dolore che ci avvolgono come flutti pronti a inghiottirci, di testimoniare che l’amore vince l’odio, che l’uomo sa essere uomo per il suo simile, che l’attesa di una vita piena non è vana speranza ma si invera già nei gesti che ciascuno può compiere ogni giorno? È questa una “buona notizia” di cui i cristiani, in particolare nei giorni pasquali, sono debitori ai loro fratelli e sorelle in umanità, a cominciare dalla martoriata popolazione degli Abruzzi. Enzo Bianchi

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