…Nella religione all'uomo peccatore si pone come condizione il pentimento e la conversione, solo se ci sono queste condizioni viene concesso il perdono. Ebbene, Dio, attraverso il profeta Osea, fa comprendere che non è vero, Lui per primo perdona senza nessuna condizione e senza nessuna motivazione, eventualmente, come frutto di questo perdono incondizionato, che non umilia le persone, ci potrà essere la conversione. E’ il grande cambiamento dalla religione alla fede! Nella religione all'uomo peccatore è messa come condizione, per ottenere il perdono delle colpe, il pentimento e la conversione, nella fede il Padre mai perdona perché mai si sente offeso. Non c'è cosa più inutile che chiedere perdono a Dio per le proprie colpe. Nei vangeli Gesù non invita mai i peccatori a chiedere perdono a Dio, potete sfogliare tutti i vangeli e non troverete una sola volta l'invito di Gesù a chiedere perdono a Dio per le colpe, ma incessantemente troverete l’invito di perdonare le colpe degli altri. Chiedere perdono a Dio è inutile, perché Dio ci ha già perdonato o meglio, Dio mai ci perdona perché mai si sente offeso. Ricordate, prima della riforma liturgica, quando dovevamo recitare quella filastrocca senza senso chiamata "atto di dolore", nel triste rito della confessione? …Dio mi pento, mi dolgo, facciamo finta di dolersi…, che ti ho offeso infinitamente… Dio non si offende! Il peccato, afferma il concilio Vaticano II, non è un'offesa rivolta a Dio, ma è un limite che l'uomo mette alla sua crescita. Noi siamo destinati ad una crescita senza fine; il peccato che commettiamo è uno stop a questa crescita. Dio non si offende, Dio è amore e incessantemente comunica amore all'uomo, ecco perché Gesù non invita a chiedere perdono a Dio, ma insiste incessantemente di perdonare gli altri. Questo perdono che Dio concede gratuitamente, diventa efficace e operativo nell'uomo quando si traduce in altrettanto amore nei confronti dell'altro…
http://www.cappuccinivenezia.org/vocazioni.htm
Perchè il sale cristiano non perda sapore
RispondiEliminaLa Stampa, 15 giugno 2008
Nel faticoso procedere del dibattito sulla presenza dei cristiani nella società, sulla loro influenza e visibilità e sulla laicità delle istituzioni si avverte a volte il rischio di un fraintendimento delle rispettive posizioni, una precomprensione di alcuni termini o l’applicazione al linguaggio dell’altro di schemi mentali che non gli appartengono. Sono le normali difficoltà di un dialogo che non sia semplice sovrapporsi di due monologhi, ma perché questo rischio congenito non trasformi il dibattito in un dialogo tra sordi è necessario l’ascolto di ciò che l’altro dice e di come si definisce, la volontà di capire in profondità anche al di là delle espressioni usate, lo sguardo capace di abbracciare ambiti e periodi storici più ampi del contingente: l’arte del dialogo è ben altra cosa della retorica raffinata.
Sono difficoltà di questo tipo che mi paiono affiorare con particolare frequenza quando si riflette sulle immagini di “chiesa” presenti nel vissuto e nell’immaginario della realtà italiana e che finiscono troppo spesso per essere contrapposte. Non mi riferisco tanto alla sbrigativa identificazione che i media normalmente fanno tra “chiesa” e “gerarchia” o parti di essa, né intendo affrontare qui il pur importante argomento del ruolo del “laicato” all’interno della chiesa cattolica, penso invece a un’ambiguità che ricompare sovente quando la lettura dell’impatto del cristianesimo nella nostra società evoca le esigenze radicali del vangelo. Non manca infatti chi, al solo sentirle nominare, le cataloga come pretese elitarie che si contrapporrebbero a una “buona notizia” alla portata di tutti. Ora, fin dal suo primo apparire storico e dalla sua rapida diffusione, il messaggio cristiano non è mai stato riservato a un’élite, né intellettuale né economica. Questo però non significa che non sia possibile una riflessione sulla qualità della testimonianza resa dai cristiani, sulla loro coerenza con le parole e le azioni di colui che confessano come loro Signore. Così come dovrebbero esistere dei modi più articolati di quelli desumibili dalle anagrafi parrocchiali per i battesimi e i matrimoni per “contare” e “pesare” i cristiani e il loro contributo all’edificazione di una casa comune.
Quando mi accade di proseguire le mie riflessioni sulla “differenza cristiana” che deve essere visibile e leggibile nell’oggi della storia per non appiattirsi sulla mentalità mondana dominante, avverto reazioni di chi ritiene che quanti la pensano come me auspichino una chiesa di puri e duri, una ristretta cerchia di iniziati che guarda dall’alto in basso la quotidianità della vita nelle parrocchie e nei gruppi ecclesiali o che ignora la portata di certi eventi di massa, quasi che ci si compiacesse della situazione oggettiva di minoranza in cui i cristiani si sono venuti a trovare ormai anche in Italia. Ora, non vi è nulla da rallegrarsi nel fatto che solo un quinto di quanti si dichiarano cattolici ha un legame reale e non sporadico con la comunità cristiana e la sua vita liturgica, ma non serve nemmeno vantare le cifre più incoraggianti per una lettura approfondita dell’impatto che il vangelo e la concreta comunità cristiana hanno oggi nella nostra società.
Benedetto XVI non cessa di parlare di “chiamata radicale del vangelo”, di “esigenze radicali della sequela”, di “coerenza tra vissuto e fede” come caratteri distintivi della comunità cristiana che, anche in condizioni di minoranza, resta così testimone di Cristo e capace di evangelizzare proprio attraverso la “differenza cristiana”. Sì, essere “sale della terra”, come Gesù ha definito i suoi discepoli, non significa considerarsi migliori degli altri, tenersi lontani dalle espressioni più popolari della fede, diffidare del comune sentire di quanti vivono come meglio possono la coerenza con il proprio battesimo; significa, al contrario, sapersi e riconoscersi “peccatori come i nostri padri”, bisognosi di concreta e quotidiana misericordia anche da parte dei propri fratelli nella fede. Ma vuol dire anche non accontentarsi di un cristianesimo “minimo”, richiedere e favorire scelte coerenti con una vita cristiana il più possibile fedele al messaggio evangelico: quanti di noi non hanno conosciuto uomini e donne estremamente semplici, con scarsissimi strumenti culturali, eppure capaci di gesti e scelte quotidiane esemplarmente conformi alla fede professata?
Ben altra cosa – questa straordinaria ordinarietà del vangelo vissuto giorno dopo giorno, con serenità e serietà – dall’attraente modello di una religione forte, incarnato in minoranze attive ed efficaci, capaci di assicurare identità e visibilità per il peso specifico che riescono ad assumere. La testimonianza della fede cristiana deve essere abitata da una esigente dinamica spirituale, da una tensione a caro prezzo verso i principi evangelici fondamentali: solo così sarà capace anche di scuotere l’assuefazione a stili di vita che, pur diffusissimi e pertanto considerati “normali”, contraddicono le istanze cristiane più autentiche. Senza questa vigilanza, senza il discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male per me, per gli altri, per l’insieme della convivenza, i cristiani corrono il rischio di divenire sale che perde il suo sapore, di contraddire quel “tra voi non è così” che Gesù rivolse ai suoi discepoli mettendoli in guardia dall’agire come “coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni”.
Percorso esigente, certo, ma non elitario; percorso che rende possibile la complementarietà di due esigenze fondamentali per il cristiano, oggi come sempre: l’ascolto della volontà di Dio manifestata nella sua Parola e nella persona di Gesù di Nazaret e, d’altro lato, l’ascolto dei propri fratelli e sorelle in umanità; percorso non agevole, ma capace di dare e ridare senso alla propria e alle altrui esistenze e, di conseguenza, di contribuire a una vita in comune qualitativamente più umana.
Enzo Bianchi
Il Padre di Gesù è il Signore che non diminuisce o umilia gli uomini, ma li potenzia. È un Dio la cui volontà coincide con la massima aspirazione degli uomini: la felicità. Scrive infatti Castillo che “la volontà di Dio è che l’uomo sia felice. Poiché l’aspirazione suprema di Dio coincide con l’aspirazione suprema dell’essere umano” (p. 32). Per Gesù, “la felicità d’un essere umano ha la priorità assoluta, anche al di sopra delle prescrizioni religiose, come l’osservanza del sabato”, e anche “la religione e i suoi precetti cessano di avere senso e obbligatorietà quando la religione si usa per causare sofferenza o per alzare le spalle davanti al dolore altrui” (p. 22).
RispondiEliminaIn questo libro Castillo accompagna, pagina dopo pagina, il lettore alla scoperta di un Dio innamorato degli uomini, di un Padre che non solo desidera la felicità piena e traboccante dei suoi figli, ma che fa in modo che ogni situazione dell’esistenza concorra a costruirne la felicità (Rm 8,28-39).
Tutta la vita e l’insegnamento di Gesù sono invece orientati alla felicità degli uomini. “Beati!”, ovvero, pienamente felici, è il nucleo del suo annuncio (Mt 5,1-11). Gesù non solo libera da ogni paura, eliminando dal volto del Padre ogni aspetto di severità, ma assicura che è possibile raggiungere la pienezza della felicità ed essere nella gioia come lui lo è (Gv 15,11). Per entrare in una dimensione piena di felicità Gesù chiede una conversione, ovvero un diverso orientamento della propria esistenza, ponendo come valore assoluto il bene dell’altro. Altrimenti, scrive Castillo, “quando una persona antepone un «principio assoluto» (com’è il caso della “religione”) alla vita e alla felicità dell’essere umano, questa persona è capace di commettere le peggiori atrocità, non solo senza rimorso alcuno, ma anche con la convinzione che è questo ciò che deve fare” (p. 55).
Orientando la propria esistenza al bene dell’altro, l’individuo si fa attento e sensibile ai bisogni, alle sofferenze e esigenze di ogni creatura, nutrendo verso di lei sentimenti di benevolenza, di solidale compassione, di amore incondizionato come quello del Cristo (Ef 4,32). In una parola si rende pienamente e profondamente umano come lo è Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, e con lui e come lui va verso gli altri, perché “se Dio s’è umanizzato in Gesù, non c’è altro mezzo per incontrare Dio che farci profondamente umani” (p. 35).
Il tema dell’umanizzazione di Dio attraverso Gesù è quello attorno al quale si sviluppa il libro di Castillo, il quale afferma che “Dio lo si conosce, non elevandosi al di sopra dell’umano o fuggendo dall’umanità, bensì il contrario. Dio lo si conosce e lo s’incontra in ciò che è proprio dell’essere umano e, pertanto, attraverso l’umano. Tale è il senso profondo di ciò che, nella storia della tradizione cristiana, è stato chiamato «il mistero dell’incarnazione»” (p. 10).
Capitolo dopo capitolo, l’autore aiuta a riscoprire il messaggio di Gesù, che è stato definito evangelo, ovvero buona notizia, in quanto l’annuncio del Cristo era che il Padre voleva che tutti gli uomini fossero pienamente felici in questa vita per poi continuarlo a esserlo in quella definitiva. Fin dalle prime righe dei vangeli il Signore fa infatti conoscere che la sua volontà è “la pace in terra agli uomini da lui amati” (Lc 2,14). La pace nella cultura ebraica non significava solo assenza di conflitto, ma era tutto quel che contribuiva alla pienezza di vita dell’uomo: amore, salute, benessere, in una parola, la felicità.
Questo è il progetto di Dio sugli uomini e il Padre non solo lavora per far sì che ciò sia possibile, ma chiede di collaborare alla sua azione. Per questo Gesù proclama beati quelli che lavorano a costruire la pace (Mt 5,9), ovvero si impegnano per la felicità degli uomini. Questa felicità, poiché nasce da quel che si fa per gli altri, può essere immediata e piena, come assicura Gesù: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35).
Alberto Maggi
La trasparenza non è la perfezione, ma è la possibilità di vedere dentro . Il nostro errore è di prenderla come un grado superiore a un altro grado che stava sotto : essere qualcosa in più, avere un merito in più, arrivare a uno stato di vita un po’ più alto, dove “ un po’ più alto “ dipende dalle nostre culture, dai nostri modelli etici . Non penso che la trasparenza sia un grado di vita superiore, la trasparenza è la possibilità di entrare dentro, di poter vedere intensamente dentro ; è quello che ci chiedono le relazioni e la vita, il contrario della superficialità . Essere trasparenti è evocare l’interiorità di tutte le cose, le persone, gli avvenimenti. Ogni uomo ha una profondità e perché questa profondità, quest’anima si possa vedere, si possa toccare ci è chiesto un cammino di trasparenza; non di perfezione, perché è inutile sforzarci, perfetti non lo saremo mai o lo saremo solo quando staremo insieme . La perfezione è la possibilità di stare insieme : l’umanità con le differenti culture, con la creazione, con dimensioni di vita sconosciute . Ritrovarci intorno all’intuizione della trasparenza, non significa porsi il problema di come essere trasparenti, questo non è un dovere, è l’unica necessità che abbiamo, l’unico bisogno . Posso essere trasparente solo se non mi difendo, Non difendersi significa diventare più leggeri, non occupare spazi che non sono nostri e lasciare che ciascuno e ciascuna occupino i loro spazi che che sono chiamati ad allargarsi sempre di più . Credo che possiamo imparare ad essere trasparenti guardando la creazione e la storia . Pensate nella tradizione cristiana a Francesco d’Assisi, per esempio . E’ diventato trasparente non perché era asceta e povero , ma perché confidava in Dio; Francesco impara ad essere trasparente perché vede la luce, sente la luce, il vento . In Europa rispetto alla natura siamo molto ecologisti, ma la nostra è un’ecologia che nasce dalla paura : siamo diventati ecologisti perché avevamo paura di morire intossicati, di morire nella plastica . Francesco non evitava di parlare con il lupo per paura, ma perché era sicuro che il lupo stesso, come tutto nella storia fosse necessario . Francesco arriva a chiamare “ sorella “ anche la morte, perché non ha paura della vita . Gli elementi della vita e della natura sono trasparenti. Io metto in relazione la trasparenza con l’acqua . Credo che dovremmo imparare a essere acqua, a identificarci così tanto con gli altri e con la natura da diventare una cosa sola, da imparare a vivere insieme .
RispondiElimina( Semplicemente vivere, Antonietta Potente )
Dovremmo relazionarci in modo differente anche al mistero : anche con Dio dovremmo imparare a essere trasparenti, non per fare l’esame di coscienza, ma per poter sentire che lui ci tocca e noi lo tocchiamo ; anche con Dio dovremmo imparare ad essere leggeri, a non voler lasciare delle impronte, ma solo a godere con lui di una relazione quotidiana …………………………dovremmo seguire l’etica del rendere grazie e non quella del fare sempre qualcosa di più . L’essenziale non è fare qualcosa di più, è fare ciò che serve per vivere . In alcuni paesi si ringrazia moltissimo con le parole o con i gesti e queste sapienze aiutano noi, che siamo più abituati a pensare al futuro che a vivere il presente, a imparare di nuovo a ringraziare la vita con tutti i suoi dettagli faticosi, dolci, più o meno armonici . Dire grazie : forse questa è l’unica preghiera che dovremmo praticare durante la nostra vita…………….
RispondiEliminaChe cosa significa per te credere?
RispondiEliminaNon è tanto un elenco di oggetti in cui credere, non mi interessa tanto il "Credo", quello evidentemente è la base, ma mi piace sempre di più accostare la virtù teologale della fede alle altre due virtù, la speranza e la carità. Non esiste fede se non insieme alla speranza, ovvero al camminare, domani non è lo stesso di oggi, e alla carità cioè all'impegno per gli altri, per tutti. Non mi piace più quello che forse mi piaceva una volta. Il credente che sta lì fermo tranquillo, assoluto nella sua fede e quasi quasi non si occupa del domani e degli altri. Mi sembra sempre più importante una fede che guarda agli altri e al domani. A Gesù che è al centro della fede naturalmente. Gesù che è sempre di più la persona che mi dice quello che gli altri sono per me.
Che cosa hanno rappresentato quegli anni?
Abbiamo vissuto intensamente il periodo del Concilio e gli anni immediatamente post conciliari, con la teologia della liberazione che prendeva piede soprattutto in America Latina ma anche qui. Noi tutti in quegli anni abbiamo vissuto il "mondo cattolico di sinistra", detto tra virgolette perché i rapporti con la politica in realtà erano abbastanza elastici. C'era una certa simpatia per la politica di sinistra, quella che ha spaventato il Vaticano e lo ha allontanato da questi fermenti perché ci trovava dentro un po' di comunismo e quindi di ateismo. Noi cercavamo di sostenere che non era così. Nel mondo cattolico di sinistra non c'era ateismo, anzi lo consideravamo più autentico perché più vicino ai poveri.
Risale a quegli anni la tua amicizia con Rossana Rossanda?
Questo è un altro discorso interessante. C'è stato un contatto notevole tra alcuni di questi ambienti cattolici e alcuni esponenti della sinistra non cattolica, come la Rossanda o Ingrao, che erano molto interessati alle questioni di fede e alle questioni cristiane. Ci siamo incontrati ed è stato un incontro ben lontano dagli schemi politici, né da una parte né dall'altra si voleva organizzare partiti o associazioni. Il luogo privilegiato di questi incontri fu l'eremo di Montegiove, ma non l'unico. Montegiove ci ricorda molti bellissimi incontri, prima di tutto quello con padre Benedetto Calati. Ho ancora, poi ve la posso mostrare, una bellissima intervista (mai pubblicata, certo bisognerebbe ripulirla...) che gli feci.
Che cosa rappresentava padre Calati?
Mi ha sempre colpito un aspetto di padre Benedetto: il suo amore per la Scrittura. Questo significava molto perché rappresentava un avvicinamento del cristianesimo verso la Sacra scrittura. Quel suo modo di ragionare sul cristianesimo diminuiva l'importanza dei palazzi e accresceva quella del testo, il quale testo, lui ripeteva sempre, "cresce con chi lo legge" che è un'espressione molto bella e molto vera. Lui ci insegnava proprio questo: non soltanto a interpretare una frase del testo sacro, ma a crescere nel nostro essere cristiani sulla base di esso. Sono stati anni molto belli, esperienze belle che adesso certamente si riprodurranno altrove perché sappiamo che la Chiesa non è un organismo rigidamente organizzato e fissato, cresce qua e là.
Parlaci di questa immagine di Chiesa.
Io non penso alla Chiesa come struttura gerarchica, ma come incontro di credenti pieni di carità che sono chiesa ma non quella ufficiale che trovi nell'elenco del telefono. Questa chiesa che incontri qua e là si trova un po' dappertutto. Nei posti più impensati e meno strutturati. Faccio un esempio di questi giorni. Sono andato in uno di questi mercatini che si trovano qui a Roma, c'erano due o tre suore, piccole sorelle di Gesù della congregazione di Charles de Foucauld. Ho fatto una chiacchierata con loro e ho avuto la sensazione di incontrare questa chiesa tutt'altro che ufficiale, però chiesa. Sono straordinarie queste piccole sorelle. In questo senso direi che la chiesa è tante cose. E difficile dire esattamente dove la incontri, soprattutto dobbiamo rivalutare gli incontri meno ufficiali. A me spaventano, per esempio, alcune istituzioni così importanti nel mondo che siedono nei ranghi internazionali. Anch'esse sono chiesa, ma mi interessano di meno.
Parliamo ancora del rapporto con i non credenti, attraverso quella categoria del dubbio che tu usi spesso.
Rivaluterei la categoria del dubbio in senso positivo, contrapposto alle certezze. le certezze spesso sono sterili, fermano il cammino, quando addirittura non diventano strumenti per opprimere, combattere, contrapporre. Il dubbio lascia le strade aperte. Non parlo del dubbio relativista che giustamente viene condannato. Il relativismo è mettere tutto sullo stesso piano, rendere il bianco uguale al nero, alimentare lo scetticismo, mentre il dubbio è 'oggi mi sembra di capire una cosa, ma cercherò di capirla meglio domani'. Chi dubita cammina, chi è certo sta fermo. Noi cristiani dobbiamo stare molto attenti a non fare l'equazione fede uguale certezza. Fede è uguale speranza, carità, amore.
Mi piace molto quell'affermazione ebraica che dice che il punto interrogativo è il segno più importante nel discorso, mentre spesso il cattolicesimo si è esaltato con i punti esclamativi. Meno punti esclamativi e più punti interrogativi credo aiuterebbero la nostra fede.
CREDERE È CAMMINARE
Intervista a Filippo Gentiloni a cura di Silvia Petitti
Oreundici n. 5, maggio 2008
Le beatitudini del 2000
RispondiElimina-----------------------------
(Paul Abela)
Beati coloro
che hanno scelto
di vivere sobriamente
per condividere i loro beni
con i più poveri.
Beati coloro che rinunciano
a più offerte di lavoro
per risolvere
il problema dei disoccupati.
Beati i funzionari
che sveltiscono
gli iter burocratici
e tentano di risolvere i problemi
delle persone non informate.
Beati i banchieri,
i commercianti
e gli agenti di vendita
che non approfittano
delle situazioni
per aumentare i loro guadagni.
Beati i politici e i sindacalisti,
che si impegnano a trovare
soluzioni concrete
alla disoccupazione.
Beati noi
quando smetteremo di pensare:
"Che male c'è nel frodare,
tanto lo fan tutti".
Allora la vita sociale
sarà un'anticipazione
del Regno dei Cieli.
C’è un sacerdote, oggi santo, io non sono un salesiano, ma don Bosco mi è sempre piaciuto molto perché aveva un po’ di una sana follia che auguro sempre a tutti, don Bosco diceva ai suoi giovani che dovevano essere dei buoni cristiani e degli onesti cittadini; parlava di cittadini, buoni cristiani e onesti cittadini. Si era a metà dell’800, ma quella sintesi non ha perso la sua profondità. Assumere la responsabilità di partecipare alla vita sociale è fondamentale, perché non basta essere buoni solo interiormente; “io non faccio nulla di male”: no, caro amico, si uccide anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non basta essere buoni interiormente, non sporcarsi queste mani per il bene comune nel tuo territorio è farsi complici di quel peccato sociale.Vorrei ricordare Rosario Livatino, un giovane magistrato di 37 anni, ucciso da Cosa Nostra; quando muore, la mamma trova il suo quaderno, e lì c’è un passaggio che per me è sempre un pugno nello stomaco: “Non ci sarà chiesto – scrive - se siamo stati credenti, ma credibili”.
RispondiEliminaE quando di recente mi sono trovato a Gela di fronte ad undici bare di undici immigrati clandestini non dimenticherò mai la bara numero 3: un ragazzino credo di 16 anni con gli occhi ancora sbarrati. Mi sono chiesto il perché di tutto questo, mi sono chiesto se non ci possano essere politiche a livello nazionale o mondiale diverse, mi sono chiesto se per quegli oltre 9 mila morti accertati negli ultimi anni ai confini dell’Europa – quelli accertati – non abbiamo anche noi delle responsabilità. Uno si chiede, si interroga e io devo interrogarmi con la mia coscienza e chiedo a Dio anche una mano, una pedata per andare avanti e capire tutto questo. Lì, ricordo, c’era un signore alto che in arabo ha rivolto a Dio la sua preghiera, aveva due occhi rossi, pieni di lacrime e mi guardava. Io non sapevo cosa dire e allora mi è venuto in mente un grande vescovo con cui ho avuto la fortuna di condividere dei frammenti di vita, Tonino Bello. Diceva così: “Non mi interessa sapere chi sia Dio, mi basta sapere da che parte sta”.
* Questo testo è una sintesi tratta dall’intervento di Luigi Ciotti a Nuoro, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria.