La
memoria e la banalità del male
in “Trentino” del
28 gennaio 2019
Ce ne rendiamo conto
quando, con l'avanzare dell'età, la memoria cala o subisce modifiche
e ancor di più lo capiamo quando la perdita progressiva della
memoria segnala una patologia grave e degenerativa come la malattia
di Alzheimer che annienta lo spazio, il tempo e ogni relazione. In
mancanza di memoria non ci orientiamo, non troviamo un significato a
quello che accade, non viviamo il presente e il passato è solo un
verbo che non si coniuga con niente.«Quelli che non ricordano il
passato sono condannati a ripeterlo...», scriveva Primo Levi. Ed è
per questo che la Giornata della memoria ci serve ogni anno: ci
aiuta a non perdere il passato né a fare ingiallire le foto della
storia, quella più terribile che non abbiamo vissuto e conosciuto
direttamente, il cui ricordo però contiene vita e morte, sofferenza
e dolore, tempo e sentimenti.Questa è la memoria che va raccontata
in continuazione. Perché ciò che conta sono le emozioni che i
ricordi contengono. Più le giornate della memoria, giustamente
rumorose, servono storie da raccontare continuamente e ricordi da
trasformare giorno dopo giorno. Non basta più quell'abbuffata di
dibattiti e lezioni sull'orrore, di documenti e proiezioni
sull'Olocausto, anche se utile. Non è sufficiente una memoria
episodica delle tragedie accadute. Serve ma può non bastare a far
crescere consapevolezza e coscienza su quella violenza quotidiana
che oggi continua a imperversare ovunque. Altrimenti non ci
troveremmo a dover fare i conti in questo nostro tempo con le varie
forme di prepotenza, con il bullismo divertito dei bambini o con la
crudeltà fredda e distaccata dei killer seriali e l'insistenza del
femminicidio. Ma non dovremmo neanche per un istante permettere che
si possa annegare nel nostro mare, men che meno riservare una scarsa
indignazione collettiva alla prepotenza e all'arroganza del potere.
Sappiamo da tempo che la normalizzazione della violenza e fenomeno
psicologico costante e pervasivo ed è quel "fil rouge" che
lega lo sterminio di ieri a quello di oggi.Serve invece coltivare
una memoria a lungo termine, quella che sa riconoscere l'odio
spaventoso che ha travolto milioni di persone con l'odio razziale, ma
non solo, che adesso circola facilmente in rete e contagia in forma
virale i vissuti di tutti, dei bambini e degli adolescenti ma anche
di molti adulti.Ci servono narratori di storie. Abbiamo un bisogno
vitale di raccontare la memoria ed è necessario che lo sappiano
fare per primi i genitori con i loro figli, che sappiano raccontare
di loro stessi e del mondo che hanno vissuto, del proprio cammino e
delle strade percorse dal genere umano. Perché i figli di oggi non
solo non conoscono la storia del passato, ma sanno poco o nulla dei
loro padri. Non hanno idea dei genitori quando erano giovani o
bambini e non sono consapevoli di ciò che è accaduto prima della
loro vita perché quei padri non dicono, non raccontano e non
lasciano consegne.Così non bastano più gli anniversari per
contrastare quella "banalità del male" di cui parlava la
filosofa Hannah Arend. Come allora, quello che è più pericoloso e
inquietante è l'indifferenza alla quotidiana espressione di
intolleranza e di odio che, insieme all'abitudine, rende banale e
normale la ferocia e il crimine.
Giuseppe Maiolo
Psicologia delle età della vitaUniversità di Trento

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