L'immagine è molto efficace
e papa Francesco l'ha fatta propria. Del resto si era già espresso
sull'argomento ed era stato ancor più chiaro. "La Chiesa -
aveva detto - deve guardare alla realtà concreta, chinarsi sui fatti
del mondo con tenerezza e accoglienza. I dottori delle leggi, gli
scribi, i farisei, parlavano bene e insegnavano la legge. Ma lontani.
Mancava la compassione e cioè patire con il popolo. Il Signore non è
mai stanco di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli il
perdono".
Infine, in innumerevoli
occasioni Francesco ha ricordato che l'indicazione principale del
Concilio Vaticano II è stata quella di aprirsi al dialogo col mondo
moderno, entrare con esso in sintonia per poter risvegliare la
vocazione del bene e l'amore verso il prossimo, fermo restando il
libero arbitrio della scelta.
Queste posizioni il Papa le
discute continuamente con i cardinali della Curia oltreché con gli
altri dignitari dei Consigli vaticani, delle Congregazioni, dei
Ministeri, delle università cattoliche. Poi dice il suo pensiero, la
sua concezione e il suo sentimento e quello diventa tema di
riflessione di tutta la Chiesa.
Da quando ho letto ciò che
scrive e dice e soprattutto da quando ho potuto parlare direttamente
con lui, mi sono convinto che la sua non è una riforma della Chiesa,
ma una rivoluzione. Il Papa ritiene che, se l'anima d'una persona si
chiude in se stessa e cessa d'interessarsi agli altri, quell'anima
non sprigiona più alcuna forza e muore. Muore prima che muoia il
corpo, come anima cessa di esistere. La dottrina tradizionale
insegnava che l'anima è immortale. Se muore nel peccato lo sconterà
dopo la morte del corpo. Ma per Francesco evidentemente non è così.
Non c'è un inferno e neppure un purgatorio. Per le anime che non
sono scomparse nel nulla c'è la beatitudine d'essere ammesse alla
luce del Dio che le ha create. E quando la nostra specie cesserà di
esistere, "la luce di Dio sarà tutta in tutti". Questa è
la visione di Francesco. Non è certo il primo ad averla avuta, ma
veniva soprattutto dai mistici e da alcune alte figure del
monachesimo. È molto raro che sia venuta a un pontefice, il vescovo
di Roma successore dell'apostolo Simone-Pietro. In realtà la visione
che Francesco ha evoca le comunità cristiane dei primi secoli. La
Chiesa come lui la concepisce è il popolo di Dio e i vescovi
successori degli apostoli. Può sembrare e anzi è un paradosso
quello di costruire una Chiesa profondamente diversa da quella
esistente recuperando il modo d'essere delle antiche comunità
cristiane. Ma questa appunto è la sua rivoluzione.
Adesso il tema all'ordine
del giorno è la famiglia. Sarà convocato un Sinodo straordinario il
prossimo 5 ottobre e poi, nel luglio dell'anno prossimo, il Sinodo
ordinario a Filadelfia. Al primo parteciperanno 190 tra cardinali,
vescovi e personalità anche laiche invitate dal Papa; al secondo le
presenze saranno di circa 300 persone, in gran parte inviate dalle
Conferenze episcopali di tutto il mondo.
"La Chiesa cattolica e
apostolica parla tutte le lingue del mondo" ha detto nei giorni
scorsi Francesco. Letteralmente voleva dire che il Vangelo è diffuso
ovunque e quello è il compito dei missionari, ma in realtà il
significato di quella frase è molto più profondo secondo me:
parlare tutte le lingue del mondo significa per Francesco conoscere
il pensiero delle diverse civiltà, delle diverse culture e delle
diverse persone che la Chiesa missionaria vuole incontrare; nella
misura del possibile capirle, capire l'essenza delle loro anime.
Questa è la sintonia col mondo moderno e questo è l'obiettivo cui
Francesco ha dedicato il suo pontificato.
* * *
Alcuni giorni fa ho
incontrato - ma ci vediamo spesso perché ci lega un'antica amicizia
– Vincenzo Paglia, attualmente presidente del Consiglio vaticano
della famiglia. I due Sinodi in preparazione avranno al centro
questo tema ed è lui che li sta organizzando; il secondo in
particolare, quello di Filadelfia che si concluderà con una
dichiarazione discussa e votata dai vescovi e affidata
all'attenzione del Papa (che naturalmente parteciperà ai Sinodi)
affinché ne approvi la stesura e ne renda pubblico il testo. Il
tema dei divorziati e del loro rapporto con la Chiesa e con i
sacramenti sarà discusso perché è proprio su di esso che si è
formata una vera e propria opposizione alle tesi sostenute dal
cardinal Kasper e fatte proprie dal Papa.
Naturalmente alcuni dei
cardinali che hanno manifestato dissenso, e cioè la non
ammissibilità dei divorziati all'Eucarestia, sono stati invitati a
partecipare al Sinodo. Francesco non evita la discussione, il
confronto, la differenza delle posizioni, desidera che il confronto
abbia luogo. Ma non sfugge agli osservatori che il tema dei
divorziati è soltanto una parte del confronto tra Francesco e i
curiali che resistono alla marginalizzazione della Chiesa
istituzionale che il Papa sta attuando.
La Curia organizza i
servizi, ma è il popolo dei fedeli e i vescovi con cura d'anime
successori degli apostoli che costituiranno la Chiesa: questo è il
cuore del contrasto, la cui sostanza riguarda il potere temporale
che la Chiesa ha avuto dopo i primi secoli della sua esistenza.
Questo è dunque il vero punto di scontro, del quale il dissenso sui
divorziati è soltanto non dico un pretesto ma un aspetto assai
particolare e poco rilevante. Discutendone con don Paglia ho appreso
una circostanza che ignoravo e che penso sia ignorata da gran parte
delle persone: l'apostolo Pietro aveva moglie. In uno dei Vangeli
sinottici si racconta che tra i vari miracoli fatti da Gesù ci fu
anche la guarigione della suocera di Pietro che lui stesso aveva
implorato al Maestro affinché si interessasse in favore di quella
sua parente ammalata. Pietro, che fu il primo vescovo di Roma su
designazione di Gesù a quanto raccontano i Vangeli ("tu sei
Pietro e su questa pietra tu costruirai la mia Chiesa"), era
dunque ammogliato e molti dei dodici apostoli lo erano. Gesù
infatti, come recitano gli evangelisti, dice a chi vuole seguirlo e
agli apostoli in particolare che lo seguiranno sempre e dovunque dal
momento in cui lo incontrano: "Chi vuol seguire me deve
abbandonare per sempre la sua casa, il padre, la madre, la moglie, i
figli, i fratelli".
E lui è il primo ad averlo
fatto dal momento stesso in cui ha inizio la sua predicazione dopo
il battesimo nelle acque del Giordano. Il clero dei primi secoli non
prevedeva il celibato dei presbiteri, la Chiesa cattolica d'Oriente
lo pratica tuttora e il problema si ripresenterà di nuovo, anzi si
è già presentato perché i pastori anglicani, ortodossi, o delle
varie Chiese protestanti, che sono sposati, se decidono di passare
al cattolicesimo sono accolti dalla Chiesa con le loro famiglie. Se
il problema non si pone per loro, verrà al pettine anche per i
sacerdoti cattolici. Forse papa Francesco non avrà il tempo per
affrontare anche questo tema, ma ormai esso fa parte integrante del
rinnovamento della Chiesa e bisognerà risolverlo.
* * *
Nella disputa attuale
apertasi sul rapporto tra i divorziati e i sacramenti, i canonisti
affermano che fu proprio Gesù a stabilire che il matrimonio è
indissolubile. Del resto i canonisti e i teologi riconosciuti dalla
Chiesa citano una serie di affermazioni fatte da Gesù. Le citano
letteralmente, direi virgolettate, traendole dai suoi discorsi,
dalle sue parabole, dalle preghiere di cui sono loro a stabilirne il
testo. Ma in verità non esiste alcuna parola scritta da Gesù.
Direttamente di Gesù non si sa assolutamente nulla. Si conoscono
perché lo raccontano i Vangeli, soltanto quattro dei molti
esistenti accettati e ufficializzati e diffusi dalla Chiesa. Ma non
sfugge a nessuno che dei quattro evangelisti, tre non conobbero
Gesù, non lo videro e non l'ascoltarono mai. Scrissero i loro testi
tra i 50 e i 60 anni dopo la sua morte che avvenne - secondo gli
Atti degli Apostoli - tre anni dopo l'inizio della predicazione
quando il Signore aveva trentatré anni.
Il quarto evangelista,
Giovanni, scrisse il suo Vangelo tra i 60 e i 70 anni dalla morte
del Maestro. E poiché quando Gesù morì l'apostolo Giovanni non
poteva certo avere meno di vent'anni, la scrittura del suo Vangelo
sarebbe stata fatta da una persona più che ottantenne. In realtà è
molto dubbio che l'autore sia l'apostolo. Comunque gli altri tre
raccontano la vita del Signore con fonti di seconda o di terza mano.
I loro Vangeli non sono ovviamente fotocopia l'uno dell'altro e
differiscono non solo nello stile ma anche in molti fatti e
soprattutto nulla ci dicono sui trent'anni che Gesù trascorse nella
casa natale con i suoi genitori e fratelli. Di quei trent'anni nulla
sappiamo, né di seconda né di terza mano. Ricordo questa
situazione, che del resto è nota a tutti, perché affermare con
certezza che Gesù disse, pensò, sentenziò, rispose, è del tutto
arbitrario. Noi conosciamo quattro racconti di Marco, Matteo, Luca,
Giovanni (della cui identità poco sappiamo), ciascuno con le sue
fonti e la sua interpretazione. Sappiamo
anche un'altra cosa: Paolo di Tarso non era un apostolo di quelli che
seguirono il Maestro e poi continuarono a diffondere la sua dottrina
dopo la sua morte e la sua resurrezione. Paolo non conobbe mai Gesù,
gli apparve la sua figura nella mente dopo la caduta da cavallo
nell'incidente che gli capitò sulla via di Damasco e il trauma che
ne ebbe. Ma Paolo non solo si proclamò uno degli apostoli al pari
degli altri, ma scavalcò gli altri con la sua facondia e la lucida
acutezza dei suoi pensieri. In realtà, come tutta la patristica
riconobbe e la Chiesa tuttora riconosce, fu lui il vero fondatore
della nuova religione e non soltanto per le norme comportamentali e
spirituali che si desumono dalle sue molteplici lettere alle varie
comunità cristiane nel frattempo sorte, ma soprattutto per la
pressione che esercitò sulla comunità di Gerusalemme guidata allora
da Pietro e da Giacomo (fratello o cugino di Gesù) che era allora la
più importante delle poche comunità esistenti. Quando Paolo, dopo
la caduta sulla via di Damasco, si proclamò apostolo e fu dagli
altri accettato come tale, esisteva di fatto quella sola comunità.
Essa era considerata da Pietro e da Giacomo come una comunità
ebraico-cristiana. In sostanza, come una variante dell'ebraismo.
Esistevano molte comunità ebraiche i cui principi differivano molto
tra loro e rispetto al Sinedrio che amministrava il Tempio e
applicava la legge. La variante cristiana era dunque secondo Pietro e
Giacomo una di quelle. Gesù del resto nacque ebreo e tale rimase,
sia pure - a detta degli evangelisti - introducendo nella legge
ebraica delle varianti a dir poco rivoluzionarie. Paolo però voleva
che la nuova religione uscisse da Gerusalemme e si diffondesse nel
mondo, a cominciare dalla costiera mediterranea e naturalmente da
Roma, capitale dell'Impero. Roma, proprio perché Impero che regnava
su molte genti, non era affatto intollerante con le religioni e gli
dèi che i suoi sudditi adoravano. Purché tutte le genti dell'Impero
riconoscessero gli dèi romani e li trattassero con rispetto. Per il
resto adorassero pure i loro dèi, aprissero templi e celebrassero i rispettivi
culti.
Infatti i cristiani non
furono perseguitati né da Tiberio né dai suoi successori, salvo una
persecuzione peraltro limitata che fu effettuata da Nerone perché la
sua guardia palatina aveva individuato alcuni pretesi incendiari in
un gruppo di cristiani. Le vere persecuzioni vennero dopo, quando i
cristiani diffusero la loro religione con molta rapidità e in tutto
l'Impero minando l'autorità dell'imperatore, ritenuto sacro dalla
Roma tardo-imperiale. Dunque fu Paolo a dare carattere ecumenico alla
Chiesa. Papa Francesco usa oggi proprio il tema di "uscita".
La Chiesa deve uscire da sé e andare nel mondo: questa è la Chiesa
missionaria da lui vagheggiata. Se non esce, la Chiesa muore. Così
predica Francesco ed uscire significa confrontarsi con il mondo, con
le altre religioni, con le altre Chiese e con l'opinione
secolarizzata, con gli atei e miscredenti.
La Chiesa per Francesco è
come l'anima: se non esce da sé, muore. Il dialogo che ho con lui e
che ritengo prezioso per me avviene perché io non credo. Ma il
racconto degli evangelisti mi affascina e in molte cose lo condivido.
In uno dei nostri recenti
incontri mi domandò qual era la massima cristiana che più
consideravo e io risposi: "Ama il prossimo tuo come te stesso".
"Questo ci rende simili, ma io dico oggi che bisogna amare il
prossimo un po' più di se stessi". Così disse in quel nostro
incontro di tre mesi fa. Pensavamo la stessa cosa e questo mi ha dato
forza e conforto.
di Eugenio Scalfari
in “la Repubblica” del
21 settembre 2014

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