18 dicembre 2011

VATTENE!!!!!




 Muccino: la vera ribellione è quella della Bibbia. Allontanarsi dai padri non fisicamente ma nell’animo
SILVIO MUCCINO
La gente ama ripetere sempre le stesse cose, e ultimamente la più gettonata delle frasi è questa: «Tu che puoi vattene dall’Italia». Il mondo degli under 30 si divide ormai in due categorie: quelli che partono e quelli che restano. Da una parte i bamboccioni e dall’altra la fuga di cervelli all’estero. Da un lato quelli che restano a casa fino a quarant’anni, dall’altro quelli che si sentono costretti a lasciare il paese per poter immaginare una vita. E il consiglio più frequente che viene dato a entrambe le categorie è sempre lo stesso: «Vattene. Vattene perché qui non c’è prospettiva, non c’è futuro, non è un paese per giovani. Vattene», dicono tutti. E forse hanno ragione.
La mia migliore amica, Giulia, se n’è andata in Germania tre anni fa. Dopo anni tra i corridoi della sua università, con una borsa di studio è arrivata a Berlino e ora che ha trovato un lavoro, si chiede con nostalgia perché è così difficile una vita nel suo paese. «Vattene», era stato il consiglio che le avevo dato io, allora. E ho pensato che quel consiglio - che suona tanto come un’intimidazione - deve essere stato lo stesso che ha spinto tanti dei nostri bisnonni a cercare fortuna in America. «Vattene», è sempre stato il verbo. Fin dai tempi di Abramo. E il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre». «Lech lechà», gli disse. Una parola che nel mistero della lingua ebraica significa contemporaneamente «vattene» e «vai verso te stesso» come se all’interno di quell’imperativo fosse implicito il segreto di ciò che tutti stiamo cercando. E così fece Abramo. Lasciò la casa senza sapere dove andare, senza sapere cosa cercare e soprattutto senza mai voltarsi indietro. Come i nostri migliori cervelli, come i nostri bisnonni, come ora i nostri amici, figli, nipoti, fratelli. Come Giulia. Fatto sta che mentre durante un volo aereo ripensavo ai miei amici all’estero, ai miei bisnonni partiti per l’America e ad Abramo in marcia verso un posto sconosciuto, seduto accanto a me c’era proprio un rabbino israeliano dalla barba lunga e grigia e dagli occhi azzurri e vivaci. Tra un’aranciata e un salatino mi ha chiesto se partivo per piacere o per lavoro. Piacere ho detto e poi un po’ per vanità, un po’ per saperne qualcosa in più ho pronunciato in ebraico le uniche due parole che so: «Lech lechà». L’uomo ha sorriso e mi ha chiesto se fossi ebreo. Gli ho detto la verità e cioè che è uno dei pochi versi della Bibbia che conosco. Lui mi ha chiesto divertito: «Perché, secondo te, quando Dio dice ad Abramo di andarsene, costruisce la frase mettendo nell’ordine per prima la sua terra, poi la sua patria e per ultima la casa del padre? Non sarebbe più logico il contrario?». Quel rabbino mi spiegò che l’ordine di quella frase si riferiva ad un percorso molto più difficile e complesso. Si riferiva a una geografia interna e non esterna. Mi disse che quell’imperativo che spingeva Abramo lontano da casa, lo invitava principalmente a mettere in crisi la vita che la sua terra gli offriva, in seconda battuta a prendere le distanze dalle verità accettate dalla sua gente. E infine, come ultimo e più difficile passo, a mettere in discussione anche le certezze e gli insegnamenti familiari, bagaglio che spesso ci chiude dentro prigioni invisibili, galere, le cui sbarre sono fatte dai «si può o non si può» con cui cresciamo, dai «si deve e non si deve», dalle convenzioni che passivamente accettiamo senza contestare e che poi diventano pienamente accettate, integrate. E ho pensato ai ragazzi di 15, 16, 17 anni di un liceo del sud Italia e alle loro facce già rassegnate. Adolescenti pronti ad accettare la vita che la società ha preparato per loro concentrandosi unicamente sull’ultimo modello di telefonino in circolazione. E ho pensato che la differenza fondamentale tra quegli adolescenti e gli indignati nel mondo, è solo il loro grado di allontanamento dalle verità accettate. Lasciare la casa del padre per Abramo significa mettere in crisi le verità dentro cui è cresciuto e di cui si è nutrito. Significa rifiutare il fatto che la vita vada in un’unica direzione e correre il rischio di scoprirsi solo in un percorso fatto di incognite. Significa contestare frasi tipo: Tanto non cambia nulla; Basta sogni, trovati un lavoro e tientelo stretto. Ho conosciuto studenti disincantati che ti domandano sorridenti: Tanto che cambia? Ho parlato con ragazzi frustrati che vorrebbero tirare fuori la loro rabbia ma che si sentono pazzi ad urlare in mezzo a un coro di amici silenziosi. E ho visto molti figli accettare passivamente quello che a casa gli viene detto con amore e sincera preoccupazione ma che a tutti gli effetti castra ogni loro desiderio, e cioé: Smettila di sognare, tieni giù la testa e non fare casino. A volte le gabbie più difficili da rompere sono quelle dentro casa nostra, fatte di diffidenza e disincanto. E allora forse quel «lech lechà» , quel «vattene» parla di un allontanamento non fisico ma decisionale, un cambiamento non di luogo geografico ma di quel luogo della mente che ha a che fare con una nostra presa di coscienza che generi un atto di volontà. Allontanarsi dalle frasi fatte, dalla facile disillusione, dalla rinuncia in partenza a modificare quello che non ci permette un futuro. Se questo non è un paese per giovani, sta a noi giovani renderlo tale. Esiste una parola che si chiama ribellione. Una ribellione priva di violenza e quindi densa di intelligenza. E di rispetto verso noi stessi. Forse è questa terza strada: un modo pacifico e costruttivo per andarsene da questa Italia sfilacciata e frustrata senza dover lasciare per forza questo paese

1 commento:

  1. Anonimo09:13

    Interessanti le pietre di inciampo che vengono seminate dal presente intervento, che mi vengono ora di fronte nella strada, nelle strade in cui ognuno di noi si trova a camminare, correre o sostare. Partire e lasciare. Certo, magari quando lo possiamo fare, e allora in fondo non cambia nulla. Come i viaggi che vendono nelle agenzie. vendono destinazioni, e allora le destinazioni possiamo chiamarle Italia o Estero, Vaticano o Quirinale, sesso o castità, bene e male, ....etichette, che non mettono in gioco nessuno. Invece sembra che quel terzo punto, quel vattene da te stesso sia il più importante. Ciò che a mio avviso non cambia le vite è che quel te stesso viene sempre premesso: fatti un futuro, una posizione, vai all'estero, resta qui, non lasciare una posizioni, tieniti stretta la tonaca, le mutande, il completo di marca, l'identità (madre, padre, figlio, insegnante, medico, profeta, dio).
    Ma ancora e di più l’altro, ciò che ho di fronte e anche me stesso sono già datai, la realtà è già data come qualcosa tra cui scegliere, come A o B. La mancata rivoluzione di parte del messaggio evangelico sta nel travisamento di questo punto a mio avviso. La distinzione che i grandi pensatori-padri della chiesa ponevano tra fides qua e fides quae, ovvero tra una fede come “apertura esistenziale a”, e una fede verso oggetti di fede già dati ha creato le divisioni. È evidente che la grande tradizione che ha abbracciato logiche di potere ha ben visto la fides quae, gli oggetti di fede, le credenze verso essi che ne nascono, e le conseguenti differenze tra credenti e non credenti, tra buoni e cattivi tra teisti e ateisti. E tra chi ha privilegi e chi non ne ha. Anche andarsene può essere un privilegio, come restare una certezza, e allora non cambia nulla, né nelle nostre vite, né nel mondo.
    La fides qua, l’apertura al mistero che noi siamo e che l’altro è, ci spinge invece ad uscire da noi stessi, perché non c’è un “noi stessi”, perché l’esistere è questa tensione e apertura. Martin Buber, ne Il Cammino dell’Uomo, parla di percorso dell’uomo con un altro termine ebraico, teshuwà, che significa ritorno. Anche la tradizione greca, da Ulisse a Platone (il ritorno del prigioniero nella caverna a liberare gli altri) conoscono bene tale termine. Quel vattene lo convertirei in un RITORNA!, o meglio non possiamo pensare quel vattene senza il RITORNA. Presso noi stessi? Presso quel mondo dal quale fuggiamo?
    La distruzione dell’identità, il non voler confermare il feticcio identitario che pensiamo di essere (le nostre azioni quando sono libere dall’espansione del nostro ego???!!!), è forse la via per vivere come relazione, per uscire da sé stessi, per agire al di là di calcoli e conferme, perché forse, come diceva Benjamin, la vera salvezza è la rinuncia a qualsiasi idea di salvezza, …appunto, perdere la propria vita, evangelicamente, farsi vuoti. Proprio questo farsi vuoti apre all’ascolto, come Maria; proprio questo uscire da sé ci spinge alla conoscenza di noi stessi, proprio questa apertura permette un agire dove non abbiamo dei meriti, perché è sparito un ego che ne abbia bisogno. È l’esser servi inutili, è amare fuori da ogni calcolo di conservazione di sé, è, eckhartianamente l’abbandono ad divino, o le nozze con sorella povertà, dove anche la morte diventa familiare, diventa sorella. Morte dell’ego perché nasca la natura cristica, perché nasca l’amore radicale al quale ogni uomo è vocato, chiamato, dalla sua stessa costituzione. Cristo può nascere mille volte a Betlemme ma se non nasce dentro di noi è come se non fosse mai nato, scriveva Silesius, un mistico tedesco. Ora farsi vuoti e silenti per accogliere la Parola che trasforma e non la chiacchiera che conferma spetta solo alla nostra pratica quotidiana.
    Emiliano Brajato

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